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Come funziona il cervello?


Finalmente abbiamo capito di non averci capito quasi nulla.

Gli scienziati sono finalmente giunti ad un livello così alto di conoscenze, le macchine hanno permesso indagini così potenti e sofisticate da arrivare a scrutare ogni meandro del nostro organo più complesso. La Psicologia si incontra con la Neurologia e le Neuroscienze con la Filosofia, i ricercatori comprendono che c’è bisogno di sinergie tra Fisici, Matematici, Filosofi, Ingegneri, Psichiatri, Psicologi, Neurologi e Neuroscenziati per arrivare a comprendere che il cervello è talmente complesso che ancora non conosciamo che una piccola parte della sua complessità. 

Il grande Socrate già al suo tempo era convinto che “l’unica vera saggezza è sapere di non sapere”, in altre parole significa riconoscere che ci sono molte cose che non sappiamo e che non possiamo conoscere completamente.

Essere coscienti di non sapere ci motiva a conoscere, è quindi la base da cui partire per iniziare a capire.

Provo a descrivere sinteticamente come funziona il cervello senza nessuna pretesa di esaustività, d’altra parte sarebbe impossibile spiegare una cosa così complessa in poche righe anche per il Neuoroscienziato più titolato del mondo. 

Lo scopo di questa piccola descrizione è solo quello di comprendere meglio la lettura di questo libro.  Il meraviglioso organo chiamato cervello è formato da oltre cento miliardi di neuroni, una cifra difficile da immaginare. I neuroni sono connessi gli uni agli altri ed in questo modo hanno la possibilità di trasmettere informazioni attraverso dei segnali elettrici che attraversano gli assoni e i dendriti in un batter d’occhio. Questo meraviglioso sistema di collegamento sinaptico ci permette un’incredibile quantità di azioni qualitativamente elevate, noi possiamo muoverci, interagire con l’ambiente circostante, prendere delle decisioni, emozionarci, innamorarci e imparare. 

Camillo Golgi ricevette il Nobel per la sua scoperta su come colorare i neuroni in modo da poterne studiare almeno l’aspetto. Le conclusioni a cui era giunto Camillo Golgi furono ampliate da altri ricercatori soprattutto dallo spagnolo Santiago Ramon y Cajal.  

In modo estremamente semplificato i neuroni sono caratterizzati da lunghi prolungamenti chiamati dendriti deputati a ricevere informazioni e dagli assoni che sono invece preposti ad inviare segnali. I segnali elettrici riescono a passare grazie al lavoro chimico svolto dai neurotrasmettitori. 

I neuroni possono essere classificati in base al loro numero e alle quantità di ramificazioni dei prolungamenti, nelle seguenti categorie: 

  • neuroni unipolari, che presentano un solo assone e un pirenoforo che funziona da sito recettore;
  • neuroni bipolari, che hanno un assone e un solo dendrite che si articola agli antipodi del soma;
  • neuroni multipolari, che mostrano un assone e molteplici dendriti.

Inoltre, è possibile classificare i neuroni in base alla forma che assumono:

  • piramidale, in cui i dendriti alla base si distribuiscono in senso orizzontale, mentre il dendrite apicale si sviluppa in verticale; l’assone si estende nelle zone corticali della corteccia;
  • stellato, definiti anche granuli, in cui i dendriti si ramificano tutti intorno al soma e l’assone comunica con le cellule adiacenti;
  • fusiforme, aventi alle estremità due terminazioni dendritiche, mentre l’assone si dirige verso gli strati più superficiali.

Ogni neurone svolge una ben precisa funzione, per questo motivo è possibile distinguerli in:

  • neuroni sensitivi o afferenti, che ricevono stimoli dagli organi sensoriali e trasportano l’informazione al sistema nervoso centrale;
  • interneuroni o neuroni intercalari, integrano i dati forniti dai neuroni sensoriali e li trasmettono ai neuroni motori;
  • neuroni motori o efferenti – detti anche motoneuroni – che diffondono impulsi di tipo motorio agli organi della periferia corporea; a loro volta si suddividono in:
    • neuroni somatomotori, i cui assoni formano fibre chiamate efferenti che innervano la muscolatura striata volontaria dell’organismo; si differenziano ulteriormente in motoneuroni α, ossia responsabili della reale contrazione delle fibre muscolari striate, e motoneuroni γ, che innervano gli organi sensoriali propriocettivi detti fusi neuromuscolari, intercalati nella stessa struttura muscolare;
    • neuroni visceroeffettori, invece, danno origine a fibre dette pregangliari, che si collegano sempre a un secondo neurone localizzato in un ganglio simpatico o parasimpatico, da cui origina la fibra postgangliare; tali neuroni agiscono a livello delle risposte involontarie o viscerali.

I neuroni si classificano anche in base alla tipologia di neurotrasmettitore e possono essere:

  • colinergici, che usano l’acetilcolina;
  • monoaminergici che utilizzano come neurotrasmettitore la serotonina e le catecolamine;
  • aminoacidergici, che utilizzano il GABA con funzione inibitoria 
  • e i neuroni glutammatergici con funzione eccitatoria.

Una particolare attenzione va rivolta alla scoperta di due ricercatori italiani, Giacomo Rizzolatti e Vittorio Gallese, che negli anni ’90, studiando il comportamento di alcune scimmie, scoprirono un particolare tipo di neuroni che definirono “neuroni specchio”. 

Successivamente ricerche più approfondite su questi neuroni, di cui siamo dotati anche noi esseri umani, hanno permesso di comprendere che la loro azione influenza diverse aree cerebrali, comprese quelle del linguaggio. Questi neuroni ci permettono di relazionarci con gli altri, ci permetto di imparare osservando le azioni altrui, sembra infatti che nel momento in cui osserviamo un’altra persona compiere un gesto, nel nostro cervello si attivino gli stessi neuroni deputati a compiere quella stessa azione. Ma oltre ad poter imparare osservando possiamo anche capire le intenzioni di chi ci sta davanti fino a comprenderne le emozioni. In effetti quando vediamo qualcuno soffrire o provare gioia, i nostri neuroni specchio si attivano, permettendoci di provare empatia e condividere le emozioni dell’altro. Questo è un elemento chiave nella formazione di legami sociali e nell’aiutare gli individui a connettersi su un livello più profondo. Attraverso l’azione di questi neuroni possiamo percepire lo stato emotivo e mentale di chi ci sta vicino, arrivando a comprendere le sue motivazioni e i suoi desideri. Questa capacità ci permette di affrontare il complesso mondo delle interazioni sociali con minori difficoltà.

Queste particolari strutture svolgono quindi un ruolo determinante in quel fenomeno che chiamiamo empatia, influenzando l’apprendimento sociale, permettendo di acquisire abilità osservando gli altri sia nella prima infanzia che nell’età adulta. La scoperta dei neuroni specchio rappresenta una pietra miliare nelle neuroscienze, aprendo nuove prospettive per la comprensione del comportamento umano e delle interazioni sociali.

Dopo questa sintetica descrizione strutturale quello che in questo contesto ci interessa porre alla nostra attenzione è che abbiamo un gruppo di neuroni che permette di entrare in relazione con gli oggetti, e di questi, attraverso le esperienze sensoriali e motorie, siamo grado di prevederne le caratteristiche, come peso, forma e dimensione, ancor prima di averli toccati o afferrati, dandoci così la possibilità di entrare in interazione con esso calibrando anticipatamente la forza e la posizione della nostra mano per raggiungere il nostro scopo. 

Un secondo gruppo invece ci aiuta ad osservare le azioni compiute da altri individui. Questi così detti “neuroni specchio” ci spingono ad imitare l’azione svolta da un altro essere umano (forse anche animale).

Nel linguaggio tecnico i primi sono detti canonici, i secondi neuroni specchio, in entrambi i casi si tratta di strutture con proprietà somatosensoriali. 

A questo punto ad un attento osservatore sorge sicuramente una domanda su come, dove e quando gli ingressi sensoriali, siano questi del primo che del secondo gruppo, si trasformino in segnali motori per il compimento di un’azione. Cioè dove avviene la traduzione che permette alle sensazioni di divenire pensiero o emozione ed essere tradotte in movimento? Possiamo limitarci a pensare che tutto il complesso sistema che ci mette in relazione con il mondo esterno ed interno si limiti ad una semplice traduzione di sensazioni in azioni? Per spiegare meglio il quesito che nasce tra il confronto dei grandi autori provenienti da aree di studio diverse ma complementari come la Neurologia, la Psicologia, la Filosofia, la Fisica, ed altre, faccio nuovamente una analogia con i computer; una volta che le periferiche in ingresso come la tastiera ed i vari lettori esterni (gli organi di senso) inviano dei segnali all’unità centrale (cervello), questo attraverso il sistema operativo (la coscienza innata) traduce quei segnali in un linguaggio comprensibile ai software (le emozioni ed i nostri pensieri) che elaborano i segnali in funzione del programma installato (del confronto con le esperienze e conoscenze acquisite, memorizzate e interiorizzate), per dare una risposta adeguata al contesto. 

Abbiamo visto come l’azione svolta dai neuroni specchio ci permetta di relazionarci con gli altri imparando mentre si osserva ma anche di capire le intenzioni, le emozioni e sviluppare dei processi di empatia.

I nostri neuroni cominciano a formarsi nella vita prenatale, se ne formano tantissimi ogni giorno e verso la fine della della gravidanza e dello sviluppo prenatale cominciano a formarsi le sinapsi. Questo processo è come una fioritura, se ne formano tantissime ogni momento anche dopo che siamo nati durante la nostra vita di bambini. Il numero di sinapsi raggiunge il suo massimo nell’infanzia intorno ai 6 anni e questo è il motivo per cui si dice che il cervello dei bambini funziona come una spugna che può assorbire un sacco di informazioni al momento in cui le sinapsi sono alla fioritura massima. 

Questa abbondante crescita, apparentemente disordinata, ha bisogno di essere gestita in modo da costruire una struttura cerebrale consona alle esigenze del soggetto di cui fa parte. Le esperienze, gli stimoli provenienti dall’ambiente, confrontandosi con le sensazioni percepite danno vita ad un processo rifinitura, di eliminazione delle sinapsi, che in inglese si chiama pruning e che vuol dire appunto potatura. Il nome è stato suggerito dalla somiglianza che questo processo ha con un architetto del paesaggio mentre suggerisce al giardiniere come potare le piante.

Questo processo di rifinitura va avanti per tantissimo tempo nella fase giovanile della vita, ed è fondamentale perché serve ad eliminare quei circuiti inutili, o comunque utilizzati di meno, e questo consente di formare dei circuiti che collegano una parte all’altra del cervello in maniera molto più utile e finalizzata all’ambiente in cui si vive. L’infanzia e l’adolescenza sono i momenti più delicati e più fertili di questo processo, per questo dovremmo dedicare a queste fasce di età l’attenzione possibile. In ogni caso questa come altre funzioni di adeguamento e rimodernamento restano attive per tutta la vita, nuove sinapsi si formano e quelle inutili vengono potate. Avere una vita attiva mantiene attivi anche i nostri neuroni, avere interessi, studiare, informarsi, muoversi e fare nuove esperienze, ascoltare la musica, partecipare ai convegni, andare a teatro, lasciarsi affascinare dalla natura è un modo per mantenere attivo e giovane il nostro cervello.

Quando impariamo alcune parti delle nostre sinapsi diventano più grandi e aumenta la loro efficacia, si rafforzano vanno incontro a un processo, come si dice, di potenziamento le spine diventano più grandi perché devono sistemare dentro più recettori i sensori aumentano perché la sinapsi diventa più efficiente. 

Una struttura particolare prende il nome di ippocampo, questa ha una funzione importante nel riconoscimento spaziale ed è infatti molto sviluppata in tutti coloro che per lavoro o per altri motivi stimolano costantemente il riconoscimento degli spazi e si sforzano di riconoscere i luoghi per orientarsi. 

Ma l’ippocampo non svolge solo questa funzione, esso è infatti in prima linea nel momento in cui dobbiamo immagazzinare le informazioni apprese, esso è anche molto connesso con l’amigdala, una struttura a forma di mandorla molto piccola localizzata nella parte interna del nostro cervello che è il centro delle nostre emozioni.  Infatti quando noi ci emozioniamo l’amigdala comincia a sparare dei segnali che arrivano al Ippocampo il quale, stimolato dall’amigdala, diventa più efficace nel raccogliere e nell’immagazzinare le informazioni.

Questo è il motivo per cui quando noi leggiamo o studiamo qualcosa che ci emoziona tendiamo a mantenerla con maggiore efficacia, in qualche modo si consolida nella nostra memoria molto più facilmente, mentre al contrario quando leggiamo o studiamo delle cose che ci interessano poco, che non stimolano nessuna emozione le informazioni rimangono meno radicate nella nostra memoria. Recentemente è stato scoperto che la capacità di immagazzinare in maniera efficace le informazioni è regolata anche da un neurotrasmettitore chiamato serotonina. Nelle persone depresse questo  ormone è carente, infatti i farmaci antidepressivi stimolano la produzione di serotonina detta anche ormone della felicità. Da qui è facile pensare a quanto un insegnante che sappia rendere piacevole ed interessante la propria lezione sia in grado di rendere i propri allievi più capaci ad immagazzinare efficacemente le informazioni trasmesse, ma addirittura la stessa felicità dell’insegnante è di stimolo a quella degli allievi rendendo tutto più facile e piacevole.

Se in un tempo neanche troppo lontano la mancanza di conoscenza era dovuta al fatto che avevamo poche informazioni, per assurdo oggi la nostra ignoranza è determinata dal problema opposto, abbiamo infatti accesso ad una enorme quantità di informazioni caratterizzate da alta velocità e bassa qualità. Le modalità di informazione a cui abbiamo accesso attualmente sono infatti troppo veloci, non voglio neanche entrare in merito alla qualità delle informazioni che possiamo attingere su internet dove chiunque può scrivere ciò che vuole senza controllo. Ci troviamo quindi di fronte ad un problema di eccessiva velocità in cui l’alta quantità e bassa qualità dell’informazione impediscono al cervello di immagazzinare le informazioni nella giusta maniera. In qualche modo, anche se apparentemente non ne siamo pienamente coscienti, la consapevolezza di restare ignoranti ci sgomenta e crea un circolo vizioso che ci spinge alla continua ricerca di soddisfare in maniera inadeguata la sete di “sapere senza impegno”, collegandoci quindi ai social o ad altre fonti di qualità veramente scadenti. Cerchiamo informazioni compulsivamente senza mai approfondire impedendo ai nostri processi di consolidamento di attivarsi, il nostro cervello non fa in tempo a selezionare le informazioni giuste “infastidito” da un enorme rumore di fondo che lo affatica e non gli permette di individuare l’informazione giusta. 

Per far sì che l’informazione venga imbrigliata in un background di conoscenze pregresse, di per se già scadenti, avremmo bisogno poterla collegare bene attraverso un processo di causa ed effetto con le altre informazioni che abbiamo nella testa.  Questo è un processo impegnativo e quindi è chiaro che sempre più frequentemente si preferisca rimanere sulla superficie scegliendo informazioni di bassa qualità piuttosto che approfondire argomenti veramente interessanti come si dovrebbe fare.

La consapevolezza della nostra scarsa conoscenza legata alla superficialità dei nostri approcci crea un certo disagio verso quegli ambienti in cui al contrario la conoscenza è di buon livello portandoci ad escluderli a priori.

Nei primi degli anni duemila due Psicologi hanno condotto degli studi interessanti proprio sul fenomeno descritto che hanno chiamato Dunning-Kruger, dai nomi del Prof. David Dunning ed il collega Justin Kruger della Cornell University. La loro ricerca fu stimolata da alcuni fatti curiosi che li portarono a chiedersi se l’incompetenza può renderci inconsapevoli di quanto siamo incompetenti. Durante le loro ricerche i due Psicologi notarono che che più una persona era incompetente, meno ne era cosciente, al contrario delle persone più competenti che addirittura si sottovalutavano. Nacque così il fenomeno Dunning-Kruger che porta le persone con basso livello di conoscenza a ritenere di essere più informate e intelligenti degli altri.

Sono convinto però che, come ho scritto poco sopra, questa convinzione sia solo in superficie e porti chiunque sia vittima del Dunning-Kruger a preferire la frequentazione di ambienti in cui si possa sentire ignorantemente a proprio agio evitando quelli permeati da una conoscenza almeno accettabile.

Gli anglosassoni hanno coniato il termine “post-truth” difficilmente traducibile ma che comunque può essere inserito in questo contesto. Siamo quindi vittime del fast-food dell’informazione? Al termine post-truth potremmo dare il significato di post-verità ma forse ci avvicineremmo di più con falsa verità.

In alcuni casi l’effetto Dunning-Kruger può indurre a un eccesso di fiducia in sé stessi e nelle proprie capacità, di fatto inesistenti, portando prendere decisioni sbagliate e a commettere errori legati a problemi relazionali.

Nel campo della salute un medico che soffre dell’effetto Dunning-Kruger potrebbe non riconoscere la propria inadeguatezza in una particolare area di competenza e, pertanto, mettere a rischio la salute dei propri pazienti. Oppure nel campo della politica è frequente il mancato riconoscimento del merito di chi ha realmente le competenze necessarie per svolgere un determinato compito favorendo l’insorgere di conflitti.

Le ricerche dei due Psicologi hanno individuato anche la situazione opposta di coloro che a fronte di una buona conoscenza di base si sentono comunque inadeguati, infatti gli studenti più bravi: erano gli unici ad aver fornito un’autovalutazione, in relazione agli altri, inferiore rispetto al risultato effettivo. A questo atteggiamento i ricercatori dettero il nome di “sindrome dell’impostore”, un fenomeno psicologico in cui una persona, nonostante i suoi successi e le sue competenze, non riesce a sentirsi adeguata e continua a dubitare delle proprie capacità. Ora occorre distinguere chi continua a sentirsi inadeguato nonostante i successi da chi sente di avere ancora molto da imparare. Questo in qualche modo ci fa pensare a Socrate che durante il processo disse la famosa frase “Io so di non sapere”, ma chiaramente dobbiamo pensare che in ogni aspetto della vita occorre giungere ad un giusto equilibrio e che la nostra autostima debba essere conquistata con l’impegno, lo studio, la correttezza, ma debba anche essere riconosciuta in modo da permetterci una vita serena.

Occorre che la scuola discrimini le informazioni attendibili da quelle che non lo sono, stimoli lo sviluppo di un ottimo spirito critico, riconquistando così il suo ruolo ed il suo valore. Ė probabile che chi si ė veramente impegnato per conoscere non raggiungerà mai quell’illusorio senso di sicurezza di coloro che sono inconsapevolmente ignoranti, ma un percorso serio può contribuire alla propria autostima.

Per quanto impegnativo è importante che ognuno di noi eviti quelli che vengono detti confirmation byas, cioè la tendenza a scegliere e far nostre le informazioni che in qualche modo si adattano a quello che già abbiamo in testa ed eliminare quelle che contraddicono le nostre convinzioni cercando di avere una posizione critica ed equilibrata.

Questa è un’operazione che dovremmo fare tutti, dagli insegnanti ai genitori, per dare al nostro cervello la possibilità di acquisire in maniera critica e profonda la conoscenza che sta alla base del buon vivere.

La delicatezza del periodo dell’infanzia, a cui accennavo prima, distingue l’essere umano dagli animali che sono molto più veloci a raggiungere un certo grado di indipendenza proprio per il minor numero di informazioni di cui hanno bisogno. Un concetto che esprime molto bene il Prof. Maffei nel suo libro “elogio alla lentezza”. 

…………..  Il nostro cervello, infatti, da sempre ci consente veloci reazioni automatiche agli stimoli ambientali, facilitando così la nostra sopravvivenza; ma non dobbiamo scordarci che esso è un sofisticato meccanismo in grado di produrre riflessioni che per essere elaborate hanno bisogno − oggi come nel passato − di un lento processo mentale.
Se dunque v’è urgenza di un “pensiero rapido” quando, ad esempio, bisogna risolversi senza indugio a spegnere il prima possibile un incendio o a salvare un infartuato, resta di fondamentale importanza il cosiddetto “pensiero lento”, senza il quale non si elaborano teorie complesse, non si crea cultura e soprattutto non si educano le persone a criticare: letteralmente a mettere in discussione consuetudini, pratiche di vita passivamente subite. ……………

Il nostro vivere attuale è sempre più frenetico eppure il tempo non ci basta mai. Quella tecnologia che avrebbe dovuto permetterci più tempo per noi invecchia così rapidamente da non riuscire a stare al passo con se stessa. Velocità ed efficienza sono le parole d’ordine, mantenersi  iperattivi e scattanti perché mai come adesso la competizione e la paura di sprecare del tempo hanno avuto tale impatto. Il cellulare, le e-mail, rispondere subito per restare connessi. Per vivere in questo mondo dobbiamo essere costantemente aggiornati, capaci di riqualificarci, diventare sempre più veloci. La domanda è, per arrivare dove? A vantaggio di chi?

Forse qualcuno si chiede se non sia il caso di mettere in discussione il mito della velocità a ogni costo, pur consapevole che sarà etichettato come “uno strano soggetto”.

Mi permetto una parentesi utile per un progetto verso una vita più serena; le moderne società ci hanno abituato a vedere nella crescita delle produzioni che vengono riassunte nel prodotto interno lordo PIL, un indicatore di benessere. Sviscerare questo concetto richiederebbe la scrittura di un libro a se stante, ma se pensiamo a quanti oggetti inutili vengono prodotti e comperati da noi per poi dimenticarli chissà dove, o peggio ancora utilizzandoli solo per mode e rendendoci schiavi di certe tecnologie, possiamo comprendere come tutto questo impegno a correre per alzare il PIL è in molti casi motivo di malessere. Chiaramente non sto predicando la povertà, perché come recita un vecchio proverbio “i soldi non fanno la felicità, … figuriamoci la miseria”, ma avere in testa che i beni più preziosi che abbiamo sono la salute ed il tempo e che questo modo di vivere ce li sta portando via entrambi ci potrebbe aiutare a fare delle scelte di vita più consone al nostro vivere bene.

Come spiega il Dott. Tancredi Militano la differenza sostanziale tra l’essere umano e gli animali consiste nel fatto che mentre gli animali, pur essendo in grado di imparare alcune cose, hanno un loro set di informazioni geneticamente predisposto. Il cervello dell’essere umano è invece più complesso e sofisticato, che nei primi quattro anni, quattro anni e mezzo, deve addirittura ricevere le istruzioni su come dovrà funzionare.

Possiamo notare facilmente queste differenze, infatti come possiamo vedere in alcuni documentari sulla natura gli animali quando nascono sanno già cosa fare. Ad esempio le tartarughine che vengono fuori dall’uovo, tutte insieme, decine, centinaia, a volte migliaia, migrano verso l’oceano senza che nessuno dia loro delle istruzioni. Man mano che si sale di livello, anche nell’ambito animale, il tempo di apprendimento si allunga un po’.  L’essere umano è invece molto più lento ed ha bisogno di avere un lungo periodo di istruzione, il suo cervello per funzionare ha bisogno di reti concettuali che vengono create dai collegamenti delle istruzioni impartite dagli adulti. Questo delicatissimo processo è purtroppo soggetto a molte criticità, infatti le istruzioni che vengono fornite dagli adulti non sempre sono corrette e purtroppo possono generare dei problemi. La programmazione derivata dall’inserimento di certe memorie che non sono genetiche ma che vengono proposte da genitori ed educatori spesso diventano fonte di sofferenza . La programmazione, frutto di certi tipi di educazione, spesso è la causa che ci fa vivere male le nostre relazioni le quali passano così dal rappresentare il prato verde con i fiori della nostra vita ad essere un terreno di guerra. Conoscere come funziona il nostro cervello, a fronte delle istruzioni ricevute, diventa essenziale per affrontare le relazioni, serve ad evitare la sofferenza all’interno della relazione.

Le “informazioni/istruzioni”, soprattutto quelle relative al periodo dell’infanzia, possono sostituire quello che conosciamo come “il nostro set genetico” e sono responsabili di come noi saremo in grado di affrontare e gestire le nostre relazioni. La nostra sofferenza non è determinata dagli eventi spiacevoli che accadono intorno a noi, quello che ci fa maggiormente soffrire è il modo con cui la nostra psiche rielabora ciascun evento. Alcune aree del nostro cervello ci permettono di confrontare ciò che ci accade nel presente con le esperienze già vissute, il confronto è modulato dalle nostre convinzioni, questo insieme determina parte del nostro comportamento e il modo di reagire agli eventi. Gli stimoli possono giungere a noi in maniera estremamente varia, ad esempio una parola del nostro partner, una frase, un’azione che compie o che non compie, ma che noi avremmo voluto, che lui o lei, in quel momento avesse fatto diversamente nei nostri confronti. La gestione delle relazioni quindi è il contesto dove possiamo gioire o soffrire in base alla nostra capacità di gestione degli eventi. Gli studiosi di questo ambito danno molto risalto alla fase educativa genitoriale nei primi anni di vita, la nostra cultura è improntata sull’utilizzo di alcuni strumenti che generano spesso la paura dell’abbandono affettivo, il senso di colpa, il complesso di inferiorità e la paura del giudizio.

Sono quattro paure geneticamente e biologicamente inesistenti che purtroppo vengono inserite all’interno di una mente giovane nei primi cinque anni di vita in cui il cervello è predisposto per assorbire il maggior numero di informazioni.

Saranno proprio quelle informazioni “inserite” in quel periodo a determinare gran parte del funzionamento di quel cervello per il resto della vita. Fortunatamente, come scriverò più avanti nel senso della vita, studiosi come Adler hanno visto che con un impegnativo lavoro di conoscenza e consapevolezza si possono modificare molti aspetti di quelle prime “impronte”.

Proseguo cercando di sintetizzare, per quanto mi è possibile, quello che ho potuto ascoltare in una interessante conferenza sulle Neuroscienze.

⟪ – Partiamo dal fatto che il cervello è parte dell’uomo e che già Leonardo Da Vinci studiando l’uomo studiava anche il cervello, pur non avendo ancora la Risonanza Magnetica Nucleare era riuscito a fare dei calchi di cera dei ventricoli cerebrali. Chiaramente studiare solo la forma o l’aspetto esteriore non soddisfa le domande sulla funzione del cervello. Cosa succede nel cervello? Occorre studiare le funzioni delle sue cellule, i neuroni soprattutto,  studiare i meccanismi con i quali i suoi circuiti lavorano e capire cosa succede quando questi circuiti entrano in funzione. Capire cosa calcolano i neuroni e come fanno a produrre questi calcoli. Le Neuroscienze attuali utilizzano strumenti che provengono dall’informatica, dalla matematica, dalla fisica oltre che dalla biologia e dalla medicina.

Come ogni struttura dell’organismo anche il cervello è organizzato su molti livelli di complessità, partendo da quella molecolare a quella cellulare dei neuroni che si organizzano in microcircuiti costituiti da decine di migliaia di cellule neuronali per arrivare ai macrocircuiti che sono costituiti da degli insiemi di microcircuiti. A differenza del muscolo il cervello non produce un’azione meccanica, ma un’azione comportamentale, cioè ci permette di pensare, di ragionare, di capire, di agire, quindi ciò che esce dall’azione del cervello non lo si può misurare con uno strumento che misura una forza, uno spostamento o un allungamento come nel caso del muscolo. Possiamo quindi ben comprendere quanto sia difficile studiare il cervello e arrivare per quanto possibile ad una sintesi attraverso due approcci di studio. Nel primo, che parte dal basso in direzione dell’alto si studiano le molecole, le sinapsi, i neuroni, i microcircuiti ma purtroppo oltre un certo livello di complessità non si riesce a comprendere più nulla. Nel secondo metodo partendo dall’alto possiamo inserire per prime l’analisi clinica, l’analisi psicometrica, oppure una analisi di risonanza magnetica nucleare, e da queste cerchiamo di capire cosa sta succedendo nel cervello ed in effetti riusciamo a comprendere molto, ma siamo  ancora molto lontani dai neuroni. I due approcci per quanto utilizzati da moltissimi ricercatori, per quanto accurati e sicuramente interessanti si trovano davanti ad un limite senza mai arrivare a compenetrarsi, lasciando quindi uno spazio sconosciuto. 

Più avanti, nel capitolo “cos’è la coscienza” farò riferimento alla attuale visione del Dott. Federico Faggin che ha cercato di spiegare nel suo libro “L’irriducibile” l’impossibilità di trovare nei collegamenti neuronali, o nel funzionamento del cervello quella parte che chiamiamo coscienza. Da qui nascono di nuovo visioni diverse su cosa sia come si sviluppi la coscienza, perché quando ci si trova di fronte a qualcosa che non riusciamo a comprendere è molto facile cadere nella lusinga del dogma. Sicuramente dovremo allargare la nostra mente e vedere nelle reti di collegamento del cosmo, in una visione meno antropocentrica, ciò che può generare tutta una serie di fenomeni per adesso inspiegabili, tra cui la coscienza.

Cosa fanno i neuroni? Essi sono cellule che riescono a generare segnali elettrici chiamati “potenziali di azione” i quali si organizzano in sequenze costituenti un codice, ed è proprio quel codice a contenere l’informazione. Il loro modo di trasmettere può variare in ordine di frequenza e forma ma è molto interessante il fatto che possono produrre informazioni anche in assenza di stimoli. Studiando i neuroni vediamo che ce ne sono diverse centinaia di fenotipi diversi, ma quello che è più interessante si sviluppa quando andiamo a studiare le connessioni (sinapsi) tra i neuroni costituenti i microcircuiti, infatti pur essendo diversi tra loro ed utilizzando forme e frequenze diverse i neuroni comunicano tra loro. Studiando l’insieme di queste azioni, oltre che in riferimento ai microcircuiti, anche all’insieme denominato macrocircuiti, arriviamo a studiare le onde caratteristiche che vengono rilevate attraverso l’elettroencefalogramma. Possiamo arrivare a studiare le diverse aree del cervello attraverso la risonanza magnetica nucleare ed analizzare le diverse aree di attivazione in relazione agli stimoli. Ad ogni livello troviamo cose interessanti ma anche molte che facciamo fatica a decifrare. 

Quello che succede è che quando noi passiamo dallo studio di questi neuroni allo studio del loro insieme, ovvero dei microcircuiti in cui sono connessi tramite le sinapsi, incontriamo delle sorprese. Innanzi tutto i neuroni pur avendo modalità di comunicazione differenziate riescono a comunicare tra loro. Lo studio per noi possibile più prossimo a quello analitico sui neuroni è lo studio del campo prodotto da tutti i contributi di tutte le scariche di tutti i neuroni più prossimi al rilevatore dell’onda generata. Questo potenziale di campo è quello che viene misurato dall’elettroencefalogramma, questo tipo di indagine è costituito dalla misurazione di tanti potenziali di campo estesi e misurati in punti specifici dello scalpo. Per salire di livello di indagine passiamo alla Risonanza Magnetica Nucleare che permette vedere per immagini quello che succede sulla superficie cerebrale e di indagare le attivazioni delle varie aree in relazione agli stimoli. Salendo ancora di livello andiamo ad analizzare il cervello nel suo insieme entrando nella sfera delle funzioni comportamentali, cognitive, emotive e motorie, in quella triade “attenzione motivazione e ricompensa”. 

Di nuovo ci troviamo al confine tra un’area misurabile con gli strumenti tecnologici ed una in cui la misurazione avviene attraverso il giudizio dell’osservatore. È plausibile l’osservazione che un confine simile lo possiamo discutere anche negli impulsi elettrici delle sofisticate strutture hardware di un computer  ed il risultato che questi portano nella modellazione del software.

Valutiamo l’omeostasi, il comportamento, il pensiero, la percezione, cioè in qualche modo la fisiologia del cervello cerca di modulare le interazioni tra queste funzioni fondamentali. A questo punto ci rendiamo conto che il cervello crea continuamente una realtà virtuale interna e comprendiamo quindi che  tutti noi viviamo in un mondo virtuale e che il nostro mondo pur assomigliandosi è diverso per ognuno di noi. Ma forse sarebbe più corretto dire che pur vivendo in un mondo reale la nostra capacità percettiva ce lo mostra attraverso una ricostruzione virtuale.

Quando ad esempio un gruppo di persone si trova nello stesso momento e nella stessa situazione che può essere una conferenza, ogni persona percepisce e capisce una cosa diversa dalle altre, proprio perché il mondo interno di ognuno è fatto delle sue conoscenze, delle sue esperienze, delle sue convinzioni e questo fa si che gli stimoli in ingresso, siano questi parole, concetti, visualizzazioni di immagini o altro, vengano percepiti analizzati e confrontati con quello che si trova all’interno delle memorie e ne conclude un qualche cosa che si differenzia per ognuno di noi. 

Il mondo interno del cervello è perfettamente autonomo eccetto per il fatto che si confronta con il mondo esterno tramite i sensi. Questa interazione ha portato grandi vantaggi dal punto di vista evolutivo a tutti gli animali dotati di cervello, quindi non solo l’uomo.

L’essere umano ha una spiccata capacità di astrazione del pensiero tipica del nostro “mondo interno”, ma probabilmente anche gli animali hanno un loro livello. Tutto funziona bene fino a quando il mondo interno virtuale si confronta con quello esterno attraverso i sensi, quando invece questo confronto viene meno nascono quelle tipiche psicosi in cui il mondo interno non è più in sintonia con quello esterno. Chiaramente esiste una serie infinita di livelli di contrasto provocato dalle distonie tra l’elaborazione interna e la realtà esterna. Dal punto di vista della fisica dei sistemi questo tipo di organizzazione funzionale viene definita sistema complesso adattativo, complesso perché basato sulle interazioni e adattativo perché si può modificare in funzione delle interazioni.

Un esempio:

Immaginiamo come il cervello procede per schemi interni che elabora, acquisisce ed utilizza. Quando ascoltiamo una parola il nostro schema si aspetta che ne segua un’altra che ha una relazione logica all’interno di un discorso con quella appena ascoltata.  Per qualche motivo la parola attesa tarda ad arrivare e questo suscita in noi un certo allarme, una certa attenzione, quando poi la parola arriva e attraverso i sensi giunge allo schema la considerazione più ovvia è che quella parola fosse prevedibile, cioè facesse già parte di uno schema. Se questa esperienza si ripete più volte si consolida lo schema che prevede l’arrivo della parola B subito dopo la parola A. Quindi il sistema non solo è complesso e sa prevedere, ma sa anche adattarsi, questa è la base dello schema di funzionamento cerebrale con tutto ciò che ne consegue.

Questo è in piccolo esempio del meccanismo di apprendimento, di come impariamo dall’ambiente e dalle esperienze e come lo schema possa consolidarsi o cambiare anche in conseguenza di piccole varianti.  

Bene a fronte di quanto detto fino adesso cerchiamo di capire quali sono i punti critici nella comprensione del funzionamento del cervello. Come abbiamo letto è una struttura costituita da mille miliardi di piccolissimi elementi chiamati neuroni. Queste cellule hanno proprietà molto complicate, generano i potenziali d’azione, non sono tutti uguali tra di loro, interagiscono tra di loro generando complessità e quindi parlando di neuroni noi non capiamo il cervello. Dal fronte opposto nel momento in cui studiamo le funzioni del cervello, non sappiamo cosa fanno i neuroni. La complessità molecolare, cellulare, circuitale, strutturale crea un problema di comprensione enorme anche in relazione al fenomeno di stocasticità che significa che alcuni fenomeni sono prevedibili solo in relazione alla probabilità che avvengano. 

Nei micro circuiti i segnali che provengono dall’interno e dall’esterno del cervello si distribuiscono secondo un ordinamento spazio-temporale complicato e che noi non conosciamo completamente. Sempre nei microcircuiti l’informazione, in termini informatici viene elaborata, ma non sappiamo esattamente come. A livello sistemistico i rapporti tra struttura dei circuiti, funzioni dei circuiti, dinamica dei circuiti e controllo dei circuiti, rimane largamente da capire. Siamo quindi ancora molto indietro nella comprensione del funzionamento del cervello, ma da un punto di vista scientifico la futura costruzione di un modello di confronto per l’approfondimento di questo studio con molta probabilità ci porterà a sciogliere molti nodi ancora irrisolti.  Resta comunque di difficile costruzione e attuazione il modello che possa in qualche modo permetterci di affrontare il gigantesco problema (per adesso mistero) del rapporto cervello mente e il fenomeno coscienza che hanno una loro autonomia e che ancora si distaccano dalla nostra capacità di spiegazione. -⟫

Una esemplificazione la possiamo trovare nella presentazione del libro

“Le Neuroscienze cognitive. Come il cervello genera la mente”

  di Manuela Piazza e Francesco Pavani.

Ciò che pensiamo, sentiamo, come ci comportiamo dipende dal funzionamento dell’organo più complesso e misterioso del nostro corpo: il cervello. In che modo riesce a supportare la vastità della nostra mente?

Per tentare di comprendere come il cervello umano sia in grado di esprimere le abilità cognitive occorre ripercorrere lo sviluppo dall’Homo Sapiens fino a noi. È altrettanto importante lo studio  di come il cervello di altre specie animali permette le abilità cognitive che esse sono in grado di esprimere. Un argomento tanto interessante quanto infinito che per le finalità di questo libro mi permetto di concludere qui, lasciando una finestra aperta a futuri incontri.

Rendi cosciente l’inconscio, altrimenti sarà l’inconscio a guidare la tua vita e tu lo chiamerai destino.

                                                                                                                   Carl Jung

Piccolo è il numero di persone che vedono con i loro occhi e pensano con le loro menti.

                                                                                                               Albert Einstein

Il cervello: se lo coltivi funziona. Se lo lasci andare e lo metti in pensione si indebolisce. La sua plasticità è formidabile. Per questo bisogna continuare a pensare.          

                                                                                                Rita Levi Montalcini

Le emozioni

Come possiamo descrivere le emozioni? 

Il termine emozione deriva dal latino e (fuori) moveo (muovo), mettere in movimento, cioè qualcosa che si muove in risposta ad uno stimolo che può essere esterno o interno. L’emozione che si prova nell’incontrare la persona amata (esterno) oppure nel pensare all’incontro avvenuto (interno).

Potremmo assimilarle ad un’onda che cresce in seguito ad uno stimolo, che arriva ad un culmine per poi scendere. 

Le emozioni hanno sempre fatto parte della nostra vita quotidiana, ma il loro studio è piuttosto recente. I primi studi risalgono alle osservazioni di Darwin a metà ‘800, in cui si descrisse le somiglianze tra esseri umani e animali e l’universalità di alcune di esse. Le emozioni possono essere classificate come primarie e tra queste abbiamo la gioia, la tristezza, la rabbia, il disgusto, la paura, l’ansia, la sorpresa, che sono insite in noi fin dalla nascita e hanno la funzione di permetterci di affrontare o evitare un pericolo. Le altre, come la vergogna, il senso di colpa, il rimorso, l’invidia, sono dette complesse in quanto emergono con la socializzazione e l’acquisizione delle prime regole che l’ambiente impone, queste hanno la funzione di comunicare il nostro stato d’animo.

  • La gioia è un’emozione intensa e piacevole, è lo stato di appagamento che di solito si manifesta quando un fine viene raggiunto, quando raggiungiamo degli obiettivi, quando vediamo esaudito un desiderio o soddisfatto un bisogno. Da bambini  la gioia è associata alla sensazione di sicurezza che ci danno i genitori. Spesso si prova quando ci sentiamo connessi emotivamente a qualcuno.  Di solito si manifesta anche nell’aspetto esteriore di una persona, attraverso l’espressione del viso, i gesti e così via, e a volte è accompagnata da azioni e comportamenti spontanei e liberatori (Treccani)
  • La tristezza è un’emozione che segue la perdita di qualcosa che è importante per noi, è lo stato d’animo di chi è addolorato, mesto, malinconico. La tristezza ci dà il tempo di fare un passo indietro di ritirarci e riflettere.
  • La rabbia è un’emozione irritante e violenta prodotta dal senso di impotenza o da un’improvvisa delusione o contrarietà. Spesso esplode in azioni e in parole incontrollate e scomposte. Pugni e denti stretti, viso rosso e muscoli tesi per la rabbia. Quando modulata e canalizzata a fronte di un torto subito, ci dà una mano a metterci nella posizione di difendere e rivendicare i nostri diritti. La parola “rabbia” origina da “rabbahs”, parola a sua volta derivante dal sanscrito ed è da tradurre con il verbo italiano “fare violenza”.
  • La paura l’etimologia della parola paura è da ricondursi alla radice indoeuropea pat- che significa letteralmente percuotere ed in senso figurato incutere timore. La paura è una delle emozioni fondamentali per la sopravvivenza, che ci mantiene al sicuro dai possibili pericoli. La paura ci segnala un pericolo e serve a metterci in salvo con la fuga o con l’attacco. A volte possiamo provare paura verso cose che non sono reali pericoli per noi e su questo aspetto dovremmo lavorare per comprendere cosa ci condiziona.
  • La solitudine si esperimenta quando ci si sente isolati dagli altri. La psicologia ci dice che l’essere umano è un animale sociale e la sensazione di solitudine è il segnale che il tuo cervello ti sta mandando per spingerti a riconnetterti alle persone che ti sono care. Dopo ai bisogni fisici di sopravvivenza come acqua cibo e sicurezza uno dei bisogni fondamentali per gli esseri umani è il bisogno di appartenenza ad una comunità.
  • L’invidia è quella strana sensazione per cui si desidera qualcosa che ha qualcun altro.  Può succedere quando percepiamo gli altri come più fortunati di noi e in qualche modo più felici più intelligenti più in salute.A volte si arriva a cercare modi per ostacolare coloro di cui siamo invidiosi, oppure si lavora sodo per alzarsi a loro di livello. 
  • Il disgusto è un’altra emozione fondamentale nella nostra evoluzione. Proviamo repulsione per le cose che consideriamo sporche o poco igieniche, come per esempio i topi, possiamo provare repulsione anche per quelle cose che vanno contro le norme sociali fondamentali, come per esempio e crimini violenti. La sensazione di repulsione ci indica che qualcosa non è salutare per noi.
  • La sorpresa è l’emozione che si sperimenta quando accade qualcosa di inaspettato a noi o a qualcuno vicino noi. Può succedere che la sorpresa possa intensificare un’emozione che stiamo già provando come la gioia, la rabbia o anche la tristezza.
  • L’insoddisfazione è un segnale che indica che qualcosa non va, che si stanno seguendo direzioni errate o che si è coinvolti in una relazione che non fa stare bene. Quando si cronicizza l’insoddisfazione provoca uno stato di demotivazione e di noia più o meno costante che si accompagna al cattivo umore.
  • L’ostilità è la derivazione della rabbia repressa che da emozione calda quando viene repressa comincia a congelarsi a cristallizzarsi e a indurire.
  • La vergogna si correla alle regole di comportamento a cui attenersi in un gruppo di riferimento. La spinta sociale a mostrare agli altri un’immagine positiva di sé, ci porta a provare vergogna nel momento in cui la nostra immagine sociale viene compromessa in termini di abilità, talento o gradevolezza estetica. In generale, la vergogna è definita come un’attivazione emotiva improvvisa legata all’essere esposti al giudizio negativo dagli altri.
  • L’ansia si verifica in risposta alla percezione di una minaccia, o ciò che percepiamo tale, che riteniamo di non saper affrontare.
  • Il senso di colpa si correla al mancato rispetto delle regole sociali. La consapevolezza che secondo le norme sociali acquisite avremmo potuto agire in un modo socialmente più accettabile.
  • Rimorso É un’emozione che nasce dalla consapevolezza di avere infranto un certo codice morale. É caratterizzata da uno stato di turbamento, di riflessione interiore e di dolore morale. In alcune religioni l’idea del rimorso è usata come stato necessario al fine di dimostrare l’esistenza del peccato ed è, di conseguenza, l’anticamera del senso di colpa.
  • Timidezza la possiamo definire come un’esperienza soggettiva di preoccupazione e nervosismo nelle situazioni sociali. É la sensazione di essere sottoposti all’osservazione e al giudizio degli altri che temiamo essere negativo.
  • Gelosia Ogni relazione é caratterizzata dal senso di esclusività che procura un sentimento determinato dalla paura di perdere ciò che di più caro si possiede.
  • Empatia viene sinteticamente descritta come la capacità di “mettersi nei panni dell’altro” percependo, in questo modo, emozioni e pensieri. È l’abilità di vedere il mondo come lo vedono gli altri, essere non giudicanti, comprendere i sentimenti altrui mantenendoli però distinti dai propri (Morelli e Poli, 2020).

Le emozioni sono eventi fisici che si correlano al sistema nervoso, al sistema endocrino, al sistema immunitario, che spesso creano situazioni nemiche della nostra salute. Di seguito scrivo qualche esempio di situazioni che più nuocciono al nostro equilibrio e al nostro benessere. 

Lo stato di insoddisfazione è qualcosa che tutti noi abbiamo provato e proviamo oggi più che in altri tempi, i media inviano costantemente messaggi idonei a stimolare il senso dell’insoddisfazione della mancanza, funzionali agli acquisti. Ma i media non si limitano alla pubblicità commerciale, il loro continuo martellamento, di cui gran parte della popolazione non può fare a meno, al pari di una droga, provoca un senso di insoddisfazione più generale (manipolazione funzionale), uno stato che a lungo andare risulta molto dannoso per la nostra salute. (Vedi capitolo “La scienza della manipolazione)

L’ostilità nasce dalla rabbia repressa, quando il calore della rabbia viene represso e si raffredda comincia a cristallizzarsi e a indurire, trasformandosi prima in ostilità poi in odio. Un processo che determina cambiamenti ormonali neurofisiologici sul sistema immunitario.  

La sensazione di isolamento, che include quella di essere soli, impotenti, privi di supporto e di aiuto. Una sensazione molto dannosa che molti studi hanno frequentemente ritrovato in pazienti con malattie tumorali. Vivere nella percezione di avere qualcosa di impossibile da condivisibile con gli altri, di non avere nessun tipo di aiuto possibile è risultato essere associata alle prognosi peggiori, o comunque a quelle con una minore risposta alle terapie. 

In generale  tutte le emozioni represse, gli atteggiamenti di rigidità, l’assunzione di posizioni sfidanti, sono dannose. L’assumere e mantenere una certa posizione e mantenerla indipendentemente da quello che noi effettivamente proviamo è un po’ come si dice “darsi la zappa sui piedi”. 

Se come scritto poc’anzi le emozioni sono correlate al sistema nervoso, al sistema endocrino, al sistema immunitario, come possiamo migliorare la nostra capacità di gestire al meglio la nostra salute? Dobbiamo imparare a lasciare andare perché fisiologicamente le emozioni si traducono in cascate biochimiche nel nostro corpo. La stessa etimologia del termine emozione, che deriva dal latino “e muovere” cioè muovere fuori, ci dice che  dobbiamo lasciare uscire le emozioni senza reprimerle. Le emozioni sono la risposta ad uno stimolo, assomigliano ad un’onda che sale arriva il suo picco massimo e poi scende e se ne va.  Ma se noi non siamo in grado di lasciarle fluire e in qualche modo le tratteniamo iniziano i problemi legati a quella cascata ormonale di neurotrasmettitori che risulta dannosa. La necessaria funzione ormonale come quella del cortisolo e dell’adrenalina, che ci aiuta a reagire ad uno stress momentaneo, prevede che al cessare dello stimolo ci sia il riposo in modo da permettere al sistema di tornare alla normalità. Se al contrario continuiamo a tenere dentro quello stato di allerta e di attivazione legate ad una emozione che non riusciamo a superare e lasciare andare, tutta quella cascata ormonale biochimica resterà provocando una serie di effetti. Occorre quindi imparare a lasciare andare, a prendere la forma e continuare il nostro cammino imparando dallo scorrere dell’acqua.

 Pur essendo di carne siamo costretti a vivere come fossimo d’acciaio. 

Coloro che imparano a vedere le ombre e le menzogne della propria cultura non verranno mai compresi, ne tanto meno creduti, dalle masse.

                                              Platone

Occorre tener presente che le emozioni sono in grado di agire sul corpo e quelle che a volte  riteniamo solo sciocche credenze possono avere invece un peso.

La rabbia sul fegato, il dolore sui polmoni, la preoccupazione sullo stomaco, lo stress su cuore e cervello, la paura sui reni. 

Vivere una vita consapevole significa comprendere che la vera conoscenza ci rende liberi.

Cos’è la Coscienza

Per quanto oggi criticato e a volte contestato Il Dott. Sigmund Freud è il fondatore della Psicoanalisi e dello studio della mente. Già nel suo tempo fu molto contestato dai colleghi e si trovò in disaccordo anche con il suo allievo prediletto Carl Gustav Jung e che sarebbe dovuto essere il suo successore. Alla base della differente strutturazione tra i due Medici, la diversa appartenenza sociale, uno ateo l’altro fortemente religioso, Freud parte dalla Neurologia per approdare alla Psicologia mentre Jung inizia come Psichiatra e Saggista. 

Freud riconosce a Jung la paternità del termine “Complesso” ( inteso come complesso di), ma l’utilizzo e la visione differiscono molto tra i due.

Freud viene spesso criticato per la sua tendenza a derivare molte problematiche dalla sessualità repressa o mal vissuta e a cui spesso lega il concetto di “complesso di”.

Jung invece utilizza il termine complesso per indicare un insieme emotivo talmente forte da agire come una personalità separata. A differenza di Freud per Jung la via di accesso all’inconscio non sono i sogni ma i complessi. È chiaro che i due professionisti danno a quel termine un significato diverso, per Jung il complesso è riferito a il turbamento che qualcosa o qualcuno ci provoca al punto da attivare pensieri e comportamenti irrazionali e fortemente emotivi. Un esempio può essere il “complesso materno” costituito da un insieme di immagini, ricordi ed emozioni legati alla figura materna. Il complesso diventa “patologico” quando porta alla perdita di lucidità e con la scissione acquisisce una forte autonomia sovrastando la personalità e facendo emergere dei sintomi.

La conoscenza ci permette di sviluppare meglio nostra più autentica personalità, per essere chi veramente siamo e differenziandoci dagli altri mantenendoci comunque in rapporto. Si tratta di un processo individuale che si sviluppa attraverso un dialogo con il mondo esterno e con il nostro mondo interno dove troviamo delle particolari strutture denominate archetipi.

Per Jung un ruolo chiave nel funzionamento psichico è costituito proprio dagli “Archetipi”, definiti come strutture derivate dalle forme più primitive dell’esperienza umana nello sviluppo della coscienza. Il comportamento umano si lega quindi ad una simbologia derivante da un’interazione evolutiva tra geni e ambiente.  Secondo Jung gli archetipi sono parte della memoria collettiva come simboli che sono alla base di tutti i comportamenti umani. Egli li descrive come frutto dell’esperienza collettiva, e non individuale, che superano ogni cultura andando a costituire il marchio di appartenenza al genere umano.

In qualche modo Jung descrive gli Archetipi come stabili inscrizioni nel DNA umano che possono essere “epigeneticamente attivate” dall’interazione con l’ambiente e quindi possono assumere in una data persona una forma unica e personale. Gli studi di Jung sugli Archetipi infatti si rivolgono anche alle differenti culture tra i popoli che si sono sviluppate nel loro ambiente.

Le basi che accomunano gli esseri umani nella visione Junghiana, riguardo agli archetipi, le ritroviamo nella descrizione che egli fa su dodici strutture caratteristiche: il saggio, l’innocente, l’esploratore, il sovrano, il creatore, l’angelo custode, il mago, l’eroe, il ribelle, l’amante, il giullare e l’orfano.

Il saggio si dedica alla conoscenza del mondo cercando di sviscerare con il pensiero i numerosi aspetti e utilizza la propria intelligenza per valutarne il funzionamento.

L’innocente è ingenuo e sognatore, molto ottimista verso la realtà, condizionato dal bisogno di appartenenza al gruppo da cui teme di essere escluso e si impegna in ogni modo per piacere agli altri. 

L’esploratore è animato dal desiderio di scoprire il mondo viaggiando senza meta libero da ogni condizionamento.

Il sovrano è caratterizzato dal timore di perdere il suo ruolo di riferimento, per questo non delega e difficilmente considera le opinioni altrui. Egli sente fortemente il suo ruolo di controllo e di ordine secondo la sua logica. 

Il creatore è caratterizzato dal desiderio di rinnovamento, di creazioni artistiche o di invenzioni innovative, esprime la parte più creativa dell’essere umano.

L’angelo è devoto ed altruista verso gli altri fino a dimenticare l’attenzione a se stesso. 

Il mago cerca il motivo della nostra esistenza attraverso la comprensione dell’universo e delle sue leggi utilizzando percorsi spirituali ed ha scarsa attenzione a tutto ciò che considera “terreno”. 

L’eroe sente la propria realizzazione nella dimostrazione del coraggio necessario alla difesa dei propri cari e dei propri confini. 

Al ribelle piace essere selvaggio e controcorrente, egli sente il peso delle regole che risolve trasgredendole anche contro l’opinione degli altri. 

L’amante ha come primo obiettivo il sentirsi amato e per questo si dedica incessantemente ad intraprendere relazioni ed esperienze piacevoli. 

Il giullare è il classico epicureo il cui obiettivo è prendere dalla vita i soli aspetti positivi e divertenti.

L’orfano si sente tradito dalla vita da cui desidera autonomia e distanza.

Nell’elaborazione di queste metafore Jung aggiunge una parte chiara ed una oscura elaborando altre rappresentazioni come l’Ombra, l’Anima e l’Animus. 

L’ombra è la parte istintuale primitiva che contempla gli aspetti dei valori inferiori socialmente meno positivi. Per Jung è molto importante saper dialogare con questa nostra parte che teniamo nascosta, in quanto una sua eccessiva repressione potrebbe comportare pericolose dissociazioni. Scoprire e dialogare con ciò che non conosciamo di noi sta quindi alla base di un buon equilibrio della nostra personalità.

All’Anima Jung fa corrispondere l’archetipo della femminilità costituito dagli stati d’animo e dalle emozioni, ma anche dalla propensione naturale a rapportarsi con l’inconscio soprattutto collettivo. Quindi tutte quelle peculiarità femminili tra cui la spiccata capacità di amare anche in senso materno della donna. 

All’animus corrisponde l’archetipo del maschile portatore del principio di differenziazione e sviluppo della personalità, un archetipo caratterizzato da tutte quelle qualità legate al logos: conoscenza, giudizio, ragione, intelletto, evidenziando l’aspetto del conoscere ma soprattutto sul capire.

In sostanza i due archetipi come strutture che si compensano portando capacità di relazione e connessione dal lato femminile e riflessività, ponderatezza e conoscenza dal lato maschile. Jung da quindi un significato ad anima ed animus relativamente alla controparte sessuale presente in ognuno di noi, cioè quanto nei nostri comportamenti deriva dalle peculiari caratteristiche del sesso opposto. Anima rappresenta la componente femminile presente nel maschio e al contrario Animus rappresenta la componente maschile presente nella femmina. Jung fa una valutazione talmente attuale che ai giorni nostri, vista l’attuale attenzione che viene accordata a questo particolare aspetto, potrebbe valergli un premio nobel per l’ambito dell’appartenenza sessuale. Egli infatti sostiene che Anima e Animus agiscono in tutto l’arco della vita come una bussola utile ad orientare la propria ricerca interiore, una ricerca che a volte si scontra con il ruolo sociale causando un malessere individuale. Nella visione di Jung del rapporto tra conscio ed inconscio, anima ed animus svolgono la funzione di collegamento in senso opposto, anima permette il colloquio dal conscio verso l’inconscio mentre animus permette all’inconscio di far affiorare alcune spinte profonde.  La mancata modulazione dell’archetipo femminile nel maschio può essere causa di problematiche nell’autoregolazione emotiva, determinando ansia, irrequietezza o eccessivo sentimentalismo, in un senso, oppure stanchezza, rassegnazione o irresponsabilità nell’altro.   Nella femmina la mancata modulazione dell’archetipo maschile può portare ad una certa rigidità priva di calore umano e propensa alla litigiosità, sviluppando dinamiche conflittuali caratterizzate da prepotenza, aggressività e testardaggine. Si sviluppa quindi una personalità che condiziona la scelta del partner e che porta la donna a vivere la relazione di coppia come una lotta generando problemi di comunicazione a causa della tendenza ad avere sempre l’ultima parola nel dialogo.  La conoscenza di questi meccanismi dovrebbe aiutarci nella riduzione dei meccanismi conflittuali che rendono difficile il raggiungimento di un buon equilibrio a livello individuale e relazionale. In sintesi secondo Jung, ogni maschio possiede elementi “femminili” così come in ogni femmina esistono elementi “maschili”. Lo sviluppo di una sana personalità richiede di portare alla coscienza l’anima per l’uomo e l’animus per la donna, questo ci permette di non venire dominati da una forza sconosciuta chiusa nell’inconscio che se portata alla coscienza può rendere più viva e piena di significato la vita.

“Rendi cosciente l’inconscio, altrimenti sarà l’inconscio a guidare la tua vita e tu lo chiamerai destino” (C.G.Jung)

Come ogni simbologia anche questi due archetipi nel loro manifestarsi possono seguire una via interna sfruttando i sogni, le fantasie o anche delle visioni, assumendo forme come dea, strega, angelo, demonio, prostituta, mendicante, amazzone o dolce fanciulla nel caso dell’anima. Nel caso dell’animus invece apparire come eroe, poeta, grande oratore, vecchio saggio, sacerdote o professore, in forme mitologiche e fiabesche come Dioniso, Barbablù o il pifferaio magico oppure in forme non umane come aquila, toro, leone.

Oppure seguire la via esterna attraverso l’incontro con un soggetto dell’altro sesso che diventa oggetto di proiezione.

Il meccanismo inconscio della proiezione avviene senza il nostro controllo e inconsapevoli di questo, carichiamo l’altro di qualità che di fatto appartengono alla nostra personalità. Questo ci porta a scegliere il compagno o la compagna in funzione delle nostre immagini interne e per questo il processo di proiezione sarà fonte di delusioni e sofferenze, ma potrà essere anche un’opportunità per crescere, dato che può permetterci di conoscere quella parte di noi che ci è ancora sconosciuta. Una opportunità che richiede apertura e abbandono di quell’orgoglio che spesso ci rende ciechi, occorre voglia di verità e disponibilità ad accettare quello che veramente siamo. A fronte dell’insoddisfazione e delle delusioni relative al processo di proiezione, il prendere coscienza del nostro profondo, ci permette di scegliere e vedere i nostri compagni di vita per quello che realmente sono, dandoci la possibilità di una esperienza di crescita che in futuro ci permetterà di costruire legami autentici attraverso delle scelte non condizionate da quella parte di noi che non conoscevamo.

Ho volutamente scritto questa breve e semplificata sintesi del pensiero di Jung per comprendere come egli abbia evoluto a suo modo la visione di Freud. 

Il pensiero ed il lavoro Froidiano, che oggi viene fortemente criticato, andrebbe contestualizzato nel suo tempo, costruendo dal confronto un’esperienza più ampia ed equilibrata che non torni ad essere di parte. Per Carl Gustav Jung la la separazione da Freud significò un periodo di incertezza interiore, di disorientamento che lo impegnò sei durissimi anni nel corso dei quali entrò in contatto diretto e profondo con il suo inconscio. Egli annotò nel suo “libro rosso” tutte le fantasie nate dal confronto diretto e doloroso con il suo “sottosuolo”.  Per un comprensibile pudore Jung volle proteggere la sua anima completamente messa a nudo in quel “diario”  vietandone la pubblicazione. Una volontà rispettata anche dai suoi eredi che è stata superata solo nel 2009 dopo ottant’anni dalla sua conclusione e a mezzo secolo dalla morte del suo autore.

Freud intendeva la libido come “la forza psichica che rappresenta l’istinto sessuale”; Jung, amplia questa visione descrivendola come una energia psichica che può assumere forme diverse a seconda del ruolo che l’ambiente educativo e culturale riesce a svolgere nella canalizzazione delle pulsioni istintuali. Quindi entrambi partono dalle stesse pulsioni di base a cui Jung (che aveva una formazione religiosa molto forte) aggiunge il processo di canalizzazione svolto dai vari gradi di socializzazione.  In qualche modo ritroviamo la funzione simbolica, analizzata da Jung, nella funzione sociale come quella che svolge lo sport nella canalizzazione dell’aggressività umana innata trasformandola in un’espressione socialmente accettabile. Ma se questo è vero per tutti quei soggetti che possono rientrare in un range di “normalità sociale” anche border-line, questo non lo è per coloro che superano quei limiti e di cui le cronache sono piene. 

La figura e le ricerche di Freud trovano sostegno tra i Neuroscenziati soprattutto per quanto riguarda l’Inconscio. Il neurologo e premio Nobel per la medicina, Eric Kandel, nel suo libro The Age of Insight (l’era dell’intuizione) ha scritto riguardo a Freud: per quanto non si possa negare che molte delle sue teorie siano oggi superate, oggi dobbiamo al padre della psicoanalisi molto più di quanto pensiamo.

Dal punto di vista di grandi Neuroscienziati come David Eagleman ed Erik Kandel, alcune affermazioni di Freud sono oggi più valide che mai.

  • Oggi sappiamo che la nostra vita mentale, inclusa la vita emotiva, avviene a livello inconscio nella maggior parte delle occasioni.
  • Il modo in cui prendiamo decisioni e costruiamo la nostra realtà spesso risponde ad azioni inconsce.
  • I nostri istinti come la fame, la sete o persino l’aggressività condizionano anche il comportamento e spesso sono fuori dal nostro controllo.
  • Un altro aspetto su cui Freud ci porta a riflettere è che la malattia mentale non è un evento improvviso, ma fa parte di un continuum. In altre parole, siamo tutti a rischio di soffrire, a un certo punto, di una determinata condizione psicologica. La mente può passare da uno stato normale a uno alterato senza soluzione di continuità.

Riportando alla coscienza gli aspetti sepolti nella mente, Freud riusciva a individuare i traumi, i bisogni nascosti, le pulsioni, le carenze, i meccanismi di difesa e le paure limitanti. Convinto che dietro a un problema mentale non sempre c’è una ragione riconducibile alla chimica riusciva a condurre i pazienti al sollievo e alla liberazione.

Chiaramente ogni ricerca/ricercatore andrebbe contestualizzato nel suo tempo e se molte delle teorie sono oggi superate è grazie alla spinta iniziale che Freud ha saputo imprimere alla Psicanalisi.

La Neuropsicologia ci ricorda che la parte cosciente della nostra mente è in grado controllare non più di 6 o 7 processi in contemporanea, mentre il nostro inconscio, con il supporto del sistema nervoso, si occupa dei processi puramente organici, ma soprattutto di gran parte delle decisioni che prendiamo ogni giorno. Quindi sotto alla punta dell’iceberg conscio c’è il nostro essere profondo.

Per Freud l’incoscio non è un’entità astratta, ma un’area della nostra mente alla quale non abbiamo un accesso cosciente. Da questo spazio arrivano i sogni, i lapsus, e chissà se e quanto influenza il nostro comportamento.

In seguito Freud da dei nomi a varie fasi della vita a cui corrispondono le relazioni tra il nostro ambiente interno con l’ambiente esterno:

  • Il primo lo chiama Es e rappresenta il nostro comportamento nella prima infanzia. La ricerca del piacere immediato, le azioni e reazioni istintive, le pulsioni più primitive della nostra essenza. Tutti quegli aspetti contro cui lotteremo a vita. (risoluzione della malattia) .
  • Il secondo lo chiama l’Io che rappresenta parte della perdita di quella libertà mentale della prima infanzia, l’ingresso nella realtà che ci circonda e la responsabilizzazione dell’Io nel controllo dell’Es affinché la soddisfazione delle pulsioni sia socialmente accettabile. In questo periodo si strutturano alcuni meccanismi di difesa comportamentali che fanno da “cuscinetto” tra le pulsioni dell’Es e le regole sociali.
  • Il terzo lo chiama Super Io, che rappresenta la fase in cui la socializzazione primaria, secondaria e terziaria, ci inseriscono nel contesto degli schemi sociali che esigono un comportamento precostituito da modelli e norme morali.  La fase in cui i primi conflitti si strutturano tra la perduta libertà dell’Es e la garanzia delle regole morali, i mezzo al conflitto si trova l’Io io cui obiettivo principale è trovare l’equilibrio per la sopravvivenza.

Il Super-Io affronta entrambi e ci fa sentire in colpa quando, ad esempio, desideriamo qualcosa, ma non lo possiamo ottenere o realizzare perché le norme sociali ce lo impediscono.

Lo studio della mente si è molto evoluto, ma come in ogni ambito è bene non dimenticare mai le basi da cui la disciplina è partita ho quindi ritenuto fare alcuni accenni ai fondatori della Psicanalisi. Ritornando quindi al titolo del capitolo e a fronte di quanto scritto fino adesso sui padri che hanno contribuito alla nascita e allo sviluppo, cos’è la coscienza?

La coscienza è stata definita come la “consapevolezza di sè, degli altri e dell’ambiente che ci circonda, quindi essere presenti per sè e per gli altri e rispondere agli stimoli” (Cohadon & Salvi, 2003).

Per quanto per adesso le ricerche nell’ambito delle Neuroscienze non siano riuscite a identificare le basi neurali della coscienza è veramente difficile poter pensare che un software possa girare in assenza di hardware, cioè che un pensiero possa esistere fuori da una struttura neurale. Ma questa visione potrebbe essere troppo ristretta e condizionata da ciò che si conosce, sembra infatti che alcuni scienziati suppongano una dipendenza “diversa” e non ancora conosciuta della coscienza umana.

L’enorme numero di informazioni e processi elaborati dal nostro cervello sono prevalentemente inconsci, inoltre siamo in grado di svolgere più compiti contemporaneamente attraverso quel processo denominato attenzione divisa. In questo complesso insieme di processi quale funzione viene assegnata alla coscienza? A questa domanda risponde con una sua interpretazione il Dott. Ristof Koch (presidente e direttore scientifico dell’Allen Institute for Brain Science di Seattle) : 

l’evoluzione ci ha permesso di arrivare a provare sensazioni soggettive dandoci vantaggi significativi per la sopravvivenza. 

La coscienza si integra con la capacità di riflettere su tante possibili azioni pianificate e di sceglierne una. Questa incredibile capacità ci permette quindi di valutare in brevissimo tempo ciò che accade nell’ambiente di cui facciamo parte, dentro e fuori di noi, così da poter pianificare e decidere quali azioni compiere.

La coscienza ci permette di affrontare la vita sociale gestendo sia le varie situazioni che le reazioni ad esse collegate. L’integrazione tra coscienza e comunicazione ci permette di costruire e gestire sane relazioni sociali, esprimere bisogni e coordinare le azioni insieme agli altri.

Per quanto esistano una mole incredibile di pubblicazioni per adesso la coscienza resta in buona parte avvolta nel mistero, questo non deve assolutamente farci desistere dal tentare almeno un approfondimento, provo quindi a partire dai bambini per seguire un percorso che ci porti verso quella complessità di cui per adesso resistono molte incertezze.

Nella favola di Pinocchio l’autore Carlo Collodi regala al burattino che diventa bambino la coscienza attraverso il grillo parlante, ma il grillo rischia spesso la vita per le reazioni che l’insofferenza alle regole sociali stimolano in Pinocchio.

A differenza del burattino che la fata trasforma in bambino, il neonato non possiede ancora il senso di essere fisicamente distinto e separato dall’ambiente, non ha consapevolezza dei confini corporei. Lo sviluppo neurologico permette al bambino una prima presa di coscienza tra il quinto e il nono mese, in questa fase inizia a percepire il proprio corpo distinto dall’ambiente.  

I bambini iniziano a riconoscersi allo specchio verso i 18 mesi, da quel momento sono in grado di riconoscere una eventuale macchia sul loro viso e stupirsi per questa.  Quando iniziano ad utilizzare il linguaggio sanno dare un significato ai pronomi personali e possessivi come “io”, “tu” o “mio” e a provare emozioni morali come l’orgoglio o la vergogna. Verso i 2 anni sono capaci di riconoscersi in una fotografia.  Pur con un’ampia variabilità individuale tra il primo e il terzo anno il bambino differenzia le sue emozioni da quelle degli altri e proprio attraverso l’acquisizione del linguaggio sviluppa la capacità di articolare pensieri e altre attività cognitive correlate. Quindi nei primi tre anni di vita il bambino passa da una condizione in cui non differenzia il proprio corpo dall’ambiente ad una identificazione esclusiva con il proprio corpo,  alla percezione delle proprie emozioni e a sviluppare i propri pensieri.

Negli anni successivi l’evoluzione prosegue con differenziazioni e integrazioni sempre più complesse. Mano a mano il bambino sarà in grado di differenziare, in forme più o meno chiare, la percezione dell’io da quella del possesso di un corpo. Progredendo verso una complessità che comprende in forma dinamica la capacità di integrare, differenziare, di identificarsi. In questa delicatissima fase il ruolo dei genitori è essenziale, lasciare che il bambino sperimenti l’ambiente e le proprie sensazioni a fronte di tanti stimoli gli permette di sviluppare meglio una consapevolezza di sé. Devo dire che i giovani che ho avuto modo di osservare sono dei genitori molto più attenti ed evoluti di quanto non fossero stati quelli della mia generazione. Probabilmente i miei nipoti avranno la possibilità di una coscienza molto più ampia, rispetto ai miei contemporanei, proprio per la libertà nel provare tanti stimoli e soprattutto il rapporto genitoriale molto meno rigido. Fortunatamente, spero, non dovranno fare tutto il lavoro introspettivo per riportare in superficie tutti quegli aspetti congelati dalla maglia di regole ridondanti caratteristiche del mio tempo.

La consapevolezza di sé attraverso l’attenzione è un circuito che si autoalimenta ed è in grado di farci sentire più liberi di scegliere, di fare le scelte più idonee per noi. La percezione esterna del corpo fisico si unisce alla percezione interna delle emozioni per darci una maggiore consapevolezza del nostro essere sarà tanto più completa quanto più riusciamo ad essere noi stessi.

Come recita un vecchio detto è “un gatto che si morde la coda”, infatti maggiore è la nostra consapevolezza, minori sono i conflitti tra ciò che siamo, cosa facciamo e cosa appare e ritorna dall’esterno.

Essere se stessi ci permette di fare le scelte più giuste e riconoscerci in quello che facciamo, mantenendo quell’importante equilibrio tra il nostro interno profondo e l’ambiente che abbiamo contribuito a creare intorno a noi.

Allontanandoci da quella modalità che ci porta a fare scelte per apparire o per ottenere un riconoscimento e avvicinandoci alle sole scelte consapevoli per la loro autenticità attraverso il mantenimento dell’attenzione verso ciò che siamo e vogliamo essere, possiamo vivere una vita più serena e appagante.

Con l’attenzione verso noi stessi possiamo abbandonare tutte quelle false motivazioni che ci hanno indotto a fare scelte sbagliate rendendoci cronicamente scontenti e desiderosi di soddisfare nuovamente esigenze che non sono nostre.

Riprendendo il filo di questo capitolo, tutt’altro che semplice da sviluppare, cerco di inserire punti di incontro tra ricercatori con formazioni diverse.

Il progresso tecnologico ci ha permesso di indagare il cervello con macchine sempre più potenti e complesse, addirittura possiamo vedere le aree che si attivano in relazione alla tipologia di pensiero, di emozione, di soggetti/oggetti uditi o visti. Dall’altra parte l’analisi della psiche si è fatta sempre più sofisticata e quella iniziale divisione dalla Filosofia sembra in qualche modo ritrovare una certa vicinanza. Cosa può venir fuori dall’affrontare il contesto della coscienza attraverso un incontro tra Neuroscienziati, Ricercatori dell’area Psicologica e Filosofi? Forse proprio la compresenza di formazioni diverse in collaborazione tra loro per tentare di sviscerare l’argomento permette di sfrondare alcune parti troppo “volatili” ed aprirne altre troppo “rigide”. Tutti concordano che sul mistero che ancora avvolge la coscienza e partono definendo il termine con un confronto tra mistero e problema, se per quest’ultimo in ambito scientifico si può dire di non conoscere la soluzione o risposta, se ne può prevedere comunque la soluzione, diverso invece il mistero di cui ugualmente non conosciamo la risposta ma questa resterà tale anche in futuro.

In una impietosa sintesi l’incontro in definitiva ci dice che per quanto le sofisticatissime e potentissime macchine al servizio delle Neuroscienze, possano dare delle risposte molto avanzate tra pensiero, emozioni e attivazioni di varie aree cerebrali, non possiamo pensare che il pensiero e ancor meno le parti più evolute di esso possano riconoscersi nella struttura fisica del cervello.

Per comprendere meglio possiamo fare un’analogia (non troppo corretta ma utile) con i computer che sono sempre più sofisticati e potenti. Anche queste macchine, così prepotentemente entrate a far parte della nostra vita, sono costituite da un Hardware, cioè tutto ciò che è fisico, dallo chassis o telaio fino ai chip e agli hard-disk e da tutto ciò che non è fisico come il sistema operativo di base su cui possono interfacciarsi i vari software o programmi.

Quindi abbiamo un hardware che come un cervello ospita il sistema operativo ed i programmi che invece non sono fisicamente manipolabili. Il fatto che senza un hardware il programma non funziona, non significa che il programma sia hardware, come non possiamo assolutamente affermare che il pensiero, l’emozione, la coscienza si possano comprendere nel cervello. Quindi anche se è certamente vero che quando il cervello perde le sue caratteristiche fisiche svanisce anche la possibilità di pensare, percepire emozioni ed avere una coscienza non possiamo affermare che questa sia parte del cervello.

Quello che interessa di questa riflessione non è addentrarsi negli appassionanti meandri dei ritrovati rapporti tra Neuroscienze e Filosofia, perché il fine di questo libro non è certo questo, ma il come utilizzare queste conoscenze al fine di produrre benessere.  

Quindi l’analisi dovrebbe piuttosto estendersi verso il rapporto che esiste tra hardware e software, comprendendo nella parte fisica anche tutto il nostro corpo. Per adesso ho potuto leggere o ascoltare autori di livello di vari ambiti scientifici, ma solo raramente ho potuto acquisire conoscenze riguardo al come lo stretto rapporto tra corpo e psiche possano generare benessere. Infatti per quanto questo argomento sia inflazionato, tanto che giornalmente lo troviamo su varie riviste, siti, pubblicità di ogni genere, solo raramente lo ho visto affrontare con serietà e competenza spaziando su entrambe le vie che collegano corpo e mente. I Neuroscenziati più evoluti ad un certo punto delle loro ricerche hanno sentito il bisogno di confrontarsi non solo con i colleghi Filosofi occidentali, ma addirittura con i Maestri orientali, in special modo indiani. Quello che a mio modesto giudizio ancora manca in molti di questi confronti è proprio ciò che riguarda il rapporto che va dal corpo alla psiche.

Proprio la ricerca scientifica ha scoperto che le funzioni del cervello si trovano in parte anche nel cuore e nell’intestino, e in qualche modo il sistema di informazione intercellulare include ogni tessuto. E allora se anche non possiamo per adesso affermare che la parte fisica contenga la psiche o la coscienza (chissà), possiamo dire che un corpo sano e ben funzionante fa vivere meglio anche una sana coscienza. Fin dall’antichità una famosa massima di Aristotele recitava “Nulla è nell’intelletto che non fu già nei sensi” a significare che tutta o in parte che sia, l’esperienza, la memoria, le sensazioni, i pensieri, sono stimolati dalla capacità fisica del sentire. I sensi, l’olfatto, il gusto, il tatto, l’udito, la vista, la cinestesica, fino alle percezioni più fini legate all’ambiente sia interno che esterno, per arrivare a quella che definiamo la coscienza collettiva, passano tutte dai vari gradi di percezione che chiamiamo sensi. Le macchine informatiche digitali che l’uomo ha costruito ricopiando se stesso infondo funzionano nella stessa maniera, non esiste software che non si attivi a seguito di un impulso proveniente dalla struttura, che questa sia una tastiera o un sensore nel caso dei PLC che può elaborare stimoli termici, pressori, sonori, visivi, volumetrici ed altro, fino a strutture enormemente più sofisticate, tutte comunque iniziano dalla stimolazione proveniente dalla struttura fisica.

Il fatto che vi siano correnti come la Gestalt le quali affermano che molte “esperienze” o “memorie” siano innate, non cambia la direzione di questi processi, perché ciò che è “innato” è frutto dell’evoluzione filogenetica che si integra con l’ontogenesi per lo sviluppo di un “sistema operativo di base” su cui le sensazioni ed i sensi agiscono. 

Cosa può differenziare la capacità di sentire? Come descriverò più avanti nel capitolo “la scienza delle evidenze”, è la vicinanza con la natura e l’ambiente naturale studiato dall’antropologo Jeremy Narby, durante i suoi studi condotti presso le popolazioni dell’Amazzonia nel sud America, (solo per citare uno solo degli autori). Infatti questo ricercatore osserva che queste popolazioni hanno una forma di vita di comunità molto legata alla natura, molto legata alla terra, alle stagioni, vivono in un contesto di armonia e di coerenza dell’individuo perfettamente inserito nel suo ambiente, nella famiglia e nella comunità.  Egli, pur partendo da una posizione molto scientifica, molto tecnica, comprende che questi popoli dialogano con il mondo, dialogano con le cose, dialogano con le piante, loro non hanno a disposizione laboratori per studiare l’effetto di una pianta, eppure ne conoscono l’efficacia o la tossicità. I corpi ed i sensi dei soggetti che vivono in quei popoli, rispetto a noi occidentali, sono molto più sensibili e capaci di trarre informazioni da quel “serpente cosmico” che sta in tutte le cellule, perché c’è qualcosa che ci accomuna tutti, cioè il DNA. 

Ma il DNA cos’è se non il “diario del nostro vissuto” filogenetico? E se noi nasciamo cresciamo e ci sviluppiamo in base alle esperienze e memorie scritte nel  “diario del nostro vissuto” non è forse dai sensi che queste si sono formate?

La coscienza e le energie sottili

“Siamo ancora sulla soglia di comprendere appieno il complesso rapporto tra la luce e la vita, ma ora possiamo dire con forza, che la funzione di tutto il nostro metabolismo dipende dai Bio-fotoni “

                                                                          Dr. Fritz Albert Popp, (1976)

La Medicina attuale si è trasformata anche per l’effetto che la scienza e la tecnologia hanno avuto su di essa. Quando la diagnosi strumentale non esisteva, i nostri antenati utilizzavano i loro sensi interiori. 

Fino a pochi anni fa la “scienza ufficiale” rifiutava sia i concetti di energie sottili  sia quelli delle alte diluizioni omeopatiche. Oggi finalmente una pur piccola parte di quella scienza si sta avvicinando a quel mondo antico con la consapevolezza della conoscenza.

Le energie evidenti come la luce, il calore, la gravità, il suono, l’elettricità, l’energia meccanica, ecc. fanno capo ad un postulato: tutto si trasforma ma nulla si distrugge.  La fisica quantistica, per quanto stia muovendo i suoi primi passi, ci sta regalando una visione della fisica in genere che permette di avvicinarsi alle antiche culture, tra le quali quella orientale che ha  fortunatamente potuto mantenere molte di quelle conoscenze che nel mondo occidentale sono andate perdute.

Nell’ambito della visione newage la descrizione delle energie sottili assume toni fantastici che con “astuti” sillogismi lega aspetti credibili a concetti mistici. Al contrario, la parte più conservatrice della scienza divide le energie osservabili e misurabili da quelle che non lo sono ancora, per queste ultime utilizza termini quali “energie putative”. Anche se alcune di queste energie sono misurabili, o almeno osservabili, le ricerche che lo dimostrano non hanno ancora avuto accesso alle pubblicazioni del filone convenzionale (o alle facoltà di medicina).

Anche se molti fenomeni non sono ancora misurabili, possiamo comunque dire che laddove c’è un flusso di ioni ci sono anche campi elettromagnetici posizionati a 90° rispetto al flusso. Alcuni studi di valenti ricercatori hanno determinato l’esistenza di un sistema elettrico secondario, che spiega la presenza dei meridiani e la natura complessa del campo energetico nel corpo umano. Il solo fatto che noi non riusciamo a percepire infrasuoni o ultrasuoni, o che la nostra capacità di vedere sia limitata ad un range che va dai 380 ai 780 nanometri, non significa che non esistano suoni e frequenze elettromagnetiche che superano le nostre capacità percettive fisiche.

Le antiche pratiche hanno supposto l’esistenza di queste energie ed in qualche modo sono stati sviluppati dei percorsi che indicano questi flussi energetici. Oggi qualche ricercatore, se pur costantemente contestato, ha descritto come il sistema dei meridiani serva a collegare il campo eterico (uno degli “strati” dell’energia sottile) al corpo fisico in fase di crescita.

L’esiguo limite tra reale invisibile ed il fantasioso, che considero un nemico al pari della scienza più gretta, comporta una giusta cautela nell’utilizzo delle conoscenze acquisite.

Le così dette energie sottili, come accennato sopra, creano dei campi perpendicolari al loro flusso, questi campi hanno sicuramente il potere di influenzare in qualche modo le strutture adiacenti. Inoltre queste energie ed i loro relativi campi non rispettano le stesse leggi del nostro corpo fisico e sono in grado di cambiare forma e occupare più luoghi contemporaneamente.

I biofotoni sono quanti di luce emessi nello spettro UV e Visibile (200-800 nm) da tutti gli esseri viventi, essi possono interagire a distanza con ormoni ed enzimi contribuendo alla regolazione delle funzionalità biologiche che sono a fondamento dei processi vitali. Questa particolare forma di energia è fondamentale per la vita del mondo animale come per quello vegetale, infatti l’esposizione al sole determina la produzione di flussi di biofotoni che nelle piante agiscono attivamente per coordinare la germinazione di semi, lo sviluppo delle radici, la crescita di fiori e foglie, ecc.

Possiamo quindi comprendere l’importanza della giusta regolazione di questi flussi energetici, che integrandosi al giusto equilibrio delle leggi fisiche più conosciute, sono la base del mantenimento della salute.

Le antiche esperienze nel campo delle energie sottili hanno permesso di rilevare come molti punti del corpo umano siano maggiormente sensibili ad alcune stimolazioni. A questi punti sono stati dati dei nomi diversi a seconda delle culture presso cui quelle esperienze si sono sviluppate: tsubo, marma, chakra, solo per citarne alcuni. Se oggi quella piccola parte della scienza ufficiale ci avvicina alle antiche esperienze, un’altra parte della cultura umana ci parla della relazione tra le energie sottili ed i “corpi sottili”, sviluppando una serie di supposizioni a cui troppo spesso si da una valenza ancora priva di un supporto scientifico. Secondo queste visioni il corpo fisico non è l’unico da cui siamo costituiti, si suppone che la nostra struttura energetica sia costituita da un insieme di corpi sottili, incastrati l’uno con l’altro, come una sorta di matrioska.

Al di là dell’effettiva esistenza dei così detti corpi sottili (Eterico, Astrale, Mentale, Causale), in attesa di avere dei riscontri più concreti, il concetto di salute che possiamo condividere si fonda sulla sinergia che lega il nostro corpo fisico all’ambiente in cui viviamo.

L’essere umano è costituito da minerali (terra), da fluidi (acqua), funziona attraverso dei metabolismi (fuoco), utilizza la respirazione per apportare ossigeno (aria), gestisce il rapporto tra la propria vita e l’ambiente attraverso la psiche (spirito), ecco che in questo modo riusciamo a comprendere meglio il linguaggio della MTC (Medicina Tradizionale Cinese) e la sua teoria dei cinque elementi, terra, acqua, fuoco, aria e spirito. Il giusto equilibrio tra i primi quattro elementi ed il loro collegamento con il quinto, costituito dall’energia cosmica (quell’energia determinata dall’insieme di frequenze che ci circondano che spesso chiamiamo spirito, una vibrazione sottile apparentemente diversa da quella materiale), permette il mantenimento del nostro benessere. Quando attraverso i nostri comportamenti, le nostre emozioni, i nostri pensieri, riusciamo a far danzare quei cinque elementi armonicamente, ci colleghiamo a quella che chiamiamo energia o coscienza cosmica che ci permette di vivere bene in armonia con l’universo. 

Nell’ambito delle neuroscienze, si possono osservare le attività di due o più cervelli coinvolti in un’interazione attraverso l’hyperbrain scanning, questa particolare scannerizzazione permette di vedere cosa succede nei nostri cervelli quando collaboriamo per raggiungere un obiettivo comune.

Baciarsi, suonare insieme un pezzo di jazz improvvisando, parlare e ascoltare per dar vita ad un dialogo, cantare in coro, ballare, camminare allo stesso ritmo, le nostre menti riescono a sincronizzarsi in una maniera incredibile. Una sincronia cerebrale che rende possibile la comunicazione non verbale coordinandoci nello svolgimento di attività anche complesse. I ricercatori hanno potuto osservare che la sincronizzazione tra i vari cervelli si sviluppa su bande di frequenza specifiche, ed ognuna di queste bande è associata ad un ambito specifico, sia che si tratti di azioni motorie o di rilassamento. Ad ogni attività coordinata corrisponde l’attivazione contemporanea di specifiche aree cerebrali. Queste nuove conoscenze ci fanno apprezzare ancor di più lo sguardo complice di due fidanzati, di ogni passo di danza, della musica di un’orchestra e di ogni melodia che in qualche modo ci lega in una grande sinfonia. Lo studio sulla “connessione umana” apre nuovamente la discussione sulla complessità riguardo alla nostra capacità di coordinarci e comunicare con il gruppo e con l’ambiente.

Per quanto questo studio ci porti di fronte ad un mondo sconosciuto e per quanto io ammiri la vita accademica e professionale del Dott. Federico Faggin, non riesco a entrare in risonanza con la sua visione riguardo alla ricerca a cui si è dedicato nell’ultima parte della sua vita.

Il Dott. Faggin inizia le sue interviste ricordando il suo studio sulle reti neurali delle “intelligenze artificiali” copiando quelle biologiche, una prefazione che ci ricorda la sua enorme esperienza e la sua posizione di primato mondiale per essere stato il primo a costruire un microprocessore. Riprendendo le sue parole da un’intervista – “a quel tempo ero materialista e pensavo che noi siamo macchine, ero convinto che la coscienza fosse una proprietà del cervello, un fenomeno che basandosi sul funzionamento del cervello cessasse alla nostra morte” –  Poi egli racconta che attraverso delle esperienze nella sua ricerca di cosa sia, come funzioni e come si esprima la coscienza, trova estremamente faticoso mettere in relazione i segnali biochimici delle reti neurali con la capacità di prendere coscienza di tanti aspetti della vita, dai sapori, agli odori, ai sentimenti. Dalle parole di questo scienziato si percepisce quasi un pentimento verso la sua dedizione alla scienza ed il timore verso l’attuale visione e l’utilizzo delle intelligenze artificiali. 

In sintesi egli è convinto che dai segnali elettrici o biochimici si possano produrre solo altri segnali elettrici o conseguenze fisiche come forza o movimento, ma mai sensazioni e sentimenti. Faggin mette quindi in discussione  la visione dell’essere umano come macchina biologica perché questo lo renderebbe privo di coscienza. Egli si chiede – “senza coscienza che senso avrebbe il sapore del vino, il profumo di una rosa e il colore arancione?” –

Nel grande timore, che condivido, verso l’utilizzo delle intelligenze artificiali, Federico Faggin afferma – “Nemmeno la forma più evoluta di intelligenza artificiale potrà mai sostituire l’uomo. Perché nell’essere umano esiste qualcosa di irriducibile al sapere delle macchine: la coscienza di sé, il libero arbitrio, il dubbio, i sentimenti” – .

Quindi se i segnali elettrici possono solo produrre altri segnali elettrici o altre conseguenze fisiche come forza o movimento, ma mai sensazioni e sentimenti, che sono qualitativamente diversi, cos’è la coscienza?

Su un articolo de “Il Foglio”, il giornalista Roberto Persico scrive: : la prospettiva da cui Faggin guarda la scienza e la realtà di oggi è piuttosto insolita, il panpsichismo: “Una teoria filosofica secondo cui la coscienza deve far parte dell’ontologia dell’universo da sempre. Pertanto tutto ciò che esiste, come per esempio un granello di sabbia, una pietra, una pianta, un animale, un pianeta e così via, dev’essere cosciente”. Si tratta – osserva Faggin – di “una delle teorie filosofiche più antiche, già proposte dai Veda, da Talete, Platone, Plotino, Spinoza, Leibniz, Russell e molti altri”, ma che “non è mai stato preso sul serio dalla scienza”. Al contrario, per la scienza contemporanea tutto è materia, e la coscienza non è altro che uno stato che “in qualche modo” ne emerge, con il corollario che tutto obbedisce alle leggi della fisica e perciò il libero arbitrio non può esistere.

La critica di Faggin alla scienza è quella di eliminare dalla realtà ciò che non sa spiegare, mentre il suo compito dovrebbe essere quello di cercare di trovare risposta a tutte le domande fondamentali. Se ci rendiamo conto che la realtà della coscienza – e della vita in generale – è “irriducibile” (di qui il titolo del libro di Faggin) alla materia e alle leggi della fisica classica, non si tratta di negare l’esperienza, ma di cambiare paradigma. La fisica quantistica può venirci in aiuto, avendo aggiunto molte conoscenze alla fisica classica come ad esempio l’imprevedibilità dei fenomeni di base della materia e il particolarissimo fenomeno dell’entanglement, questi ci portano a chiederci cos’è che li governa. A questo punto sorge il dilemma se accettare di nuovo il dogma (che non fa parte della mia visione) o accettare di non essere ancora riusciti a capire (aspetto molto più in linea con la mia visione). 

Cosa possiamo fare noi esseri occidentali inquinati dalla civiltà e dal progresso e divenuti come polli di allevamento all’ingrasso nelle gabbie, per recuperare almeno in parte quelle qualità, quella sensibilità, quelle capacità di relazione con il mondo che ci circonda? 

Probabilmente vi sono vari modi che noi non conosciamo, ma nell’arco di 25 anni di studi come “Studio Methamorphosys” mia moglie ed io abbiamo elaborato una serie di percorsi che includono anche scelte di vita importanti, ma abbiamo anche studiato un metodo molto meno impattante che non richiede nessuno stravolgimento di vita, ma in grado di stimolare un importante “ritorno al benessere”, questo metodo lo abbiamo chiamato “Walk in Balance”.

Preoccupati più della tua coscienza che della reputazione. Perché la tua coscienza è quello che tu sei, la tua reputazione è ciò che gli altri pensano di te. E quello che gli altri pensano di te è problema loro.        

                                                                                                                Charlie Chaplin

Prima di vivere con gli altri, occorre vivere con se stessi: la coscienza è l’unica cosa che non debba conformarsi al volere della maggioranza.  

                                                                                                              Harper  Lee

Se la maggioranza delle persone crede in una cosa sbagliata e solo pochi si rendono conto della verità, quella cosa continuerà ad essere sbagliata. 

                                                                                                      Jacques François-Anatole

La maggior parte delle persone subiscono un’evoluzione inversa rispetto a Pinocchio; sono nati come esseri umani e finiscono come burattini 

                                                                                                       Gerard De Ley

Le api non perdono tempo a spiegare alle mosche che il miele è migliore della cacca


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