Io credo
Nella popolazione mondiale i credenti sono circa l’84%, il buddismo e le religioni minori sono meno di un miliardo mentre gli induisti sono circa un miliardo, tra le grandi religioni quella islamica conta due miliardi di credenti e la cristiana due miliardi e mezzo. I non credenti tra agnosti e atei sono poco più di un miliardo e stanno velocemente crescendo soprattutto tra le donne con meno di 40 anni. I senza Dio sono il terzo gruppo a livello mondiale, ma una particolare ricerca afferma che la percentuale di coloro che credono che l’uomo sia frutto della creazione di un Dio è circa il 18%, vale a dire che 82% della popolazione non è creazionista. Alla domanda sul perché credere, un esperto religioso di fede cristiana risponde: viviamo in un mondo complesso che ci trasmette paure ed incertezze, senza qualcosa di forte in cui credere resteremo vittime di quelle insicurezze e paure che questo mondo ci trasmette, abbiamo quindi bisogno di una fede che ci aiuti a vivere e affrontare le difficili lotte della vita. Grazie alla fede possiamo affrontare il futuro con sicurezza a differenza di chi è nel dubbio e non sa che sentiero intraprendere nel proprio percorso di vita. Il Papa ha affermato che con la fede tanti dubbi svaniscono, perché sentiamo la presenza di Dio e la verità del Vangelo nell’amore che, senza nostro merito, abita in noi e condividiamo con gli altri. La sola lettura di queste parole mi fa venire i brividi. Quindi secondo queste affermazioni quel miliardo di persone che non ha una fede sarebbe più insicura e dubbiosa rispetto agli altri? E se come alcuni affermano il credere in un Dio è un meccanismo innato, i non credenti hanno una deficienza neuronale?
La domanda che mi pongo da non credente è, come si possono fondare sicurezze su qualcosa che costruiamo astrattamente nella nostra mente? Come si può affermare che la verità si trovi nel vangelo se di quegli scritti ne esistono molte e tra loro diverse versioni? E cosa dire delle verità scritte nei libri sacri a cui fanno riferimento le molte altre religioni? Se veramente la religione spinge all’amore, perché non esiste nel mondo altro contesto umano che ha promosso tante guerre per l’affermazione delle proprie verità quanto quello religioso?
La psiche umana è molto fragile e tutti noi sentiamo il bisogno di trovare un modo per superare paure ed incertezze, c’è chi sceglie di affidarsi ad un’entità superiore accettando il dogma, quindi la fede, indipendentemente da tutto ciò che comporta, c’è chi invece il dogma non l’accetta e sviluppa una maggiore fiducia in se stesso (affermazione opposta a quella dell’esperto religioso).
Rileggendo bene le parole scritte sul bisogno di credere, al fine di avere una sicurezza nella vita, si comprende come tutto il contesto si basi su una esigenza estremamente terrena che nulla ha a che fare con una entità ultraterrena.
Alcune ricerche scientifiche dicono che l’incertezza è una delle situazioni maggiormente stressanti in grado di stimolare alti livelli di cortisolo (ormone dello stress). Addirittura l’attesa di una notizia incerta provoca maggiore stress di una notizia negativa, probabilmente non siamo in grado di ragionare sul fatto che una notizia incerta potrebbe essere sia positiva che negativa ed avere un impatto emotivo meno stressante rispetto ad una brutta notizia.
Il fatto di non conoscere provoca in molti maggiore ansia di una conoscenza negativa, l’incertezza è quindi per molti un motivo di importante malessere, una situazione che porta a costruire astrattamente delle certezze attraverso l’accettazione del dogma abbracciando la fede.
È stato dimostrato che la religione può essere un forte supporto psicologico, ed infatti nelle popolazioni che si trovano in situazioni di instabilità politica dove le condizioni di vita sono molto incerte si è rivelato un incremento della fede. Quante volte ci sarà capitato in situazioni spiacevoli di sentire l’espressione “così ha voluto il Signore” stimolando un senso di rassegnazione che in qualche modo attenua lo stress.
Alcune ricerche affermano che i credenti godono di maggiore salute e, durante una sua conferenza, anche il Dott. Franco Berrino ha fatto un riferimento a questo, ma ha anche detto che sono ricerche a cui non è possibile dare troppo credito. Fin da piccolo non sono mai stato incline ad accettare il dogma, amo la vita, la natura, la libertà, l’amore, amo tutto ciò che di bello il mondo ci offre.
Per quanto mi senta affascinato dallo studio della complessità, il mio vivere segue concetti semplici e odio cercare la complessità quando non serve, inoltre ritengo stupido sia il voler imporre che il subire certezze inesistenti discriminando chi si pone domande e, personalmente, non riesco a basare le mie scelte sul dogma. Come scrive Aldous Huxley, l’essere umano, salvo rare eccezioni, è incapace di imparare dalla storia, ed è probabilmente la lezione più importante che la storia stessa ci da. La pigrizia, o l’esigenza di stare nella così detta “zona confort”, ci spinge a conformarci, ci manca il coraggio di approfondire veramente, ci limitiamo agli studi funzionali al vivere quotidiano, ci accontentiamo di credere qualsiasi assurdità piuttosto che turbarci nell’esaminarla e difendiamo tutto ciò che riteniamo essere la nostra fede nel timore di perdere quella “certezza”.
Nessuno ci regala la libertà, neanche quella di pensiero, la libertà costa fatica, ci vuole impegno, coraggio e determinazione per conquistarla. Quando il conformismo ci rende interiormente pigri, ottusi, servili, non si è liberi e malgrado l’assenza di ogni coercizione violenta, si è schiavi.
Alla mia età gli anni vissuti sono molti di più di quelli da vivere, non ho nessuna voglia di interminabili discussioni su cosa sia o non sia la fede, dove ognuno resta della propria convinzione, non ho voglia di confrontarmi con chi nonostante l’età non ha voluto cambiare nulla per crescere. Non mi interessa assistere ad eventi dove sfilano persone gonfie di ego che tentano di svolgere il loro lavoro di manipolatori.
Gli anni che mi restano sono i più belli e pieni di consapevolezza, non posso sprecarli con chi non lo merita, voglio vivere dove e con chi sto bene.
Sono certo che evitando di sprecare ogni minuto di quelli che ho davanti, i miei giorni saranno ancora più belli di tutti quelli già vissuti.
La mia diffidenza nell’etereo come nell’occulto mi porta ad essere anche “allergico” alla fede come canonicamente intesa, la mia serenità nell’affrontare la vita, la mia capacità di meravigliarmi delle bellezze del mondo e di gioire delle emozioni che mi trasmettono mi basta a vivere senza il bisogno di cercarmi nessun’altra costruzione mentale o religiosa per colmare vuoti che non percepisco. Ad una domanda che veniva posta al grande Albert Einstein durante le sue lezioni nelle università americane: – professore lei crede in Dio? – Egli rispondeva – Credo nel Dio di Spinoza.
Baruch Spinoza, un filosofo olandese razionalista del diciassettesimo secolo, la cui visione del mondo e della fede è all’interno della natura stessa. Egli vede Dio come l’insieme di tutto ciò che esiste, cioè la realtà stessa, che si esprime attraverso la natura. Per Spinoza la libertà è basata sulla ragione e sulla comprensione della realtà. Vede un Dio che non chiede essere adorato né stabilisce un sistema morale, essendo questo un prodotto dell’uomo.
Per gli studenti che non conoscevano Spinoza il professore raccontava in forma semplificata il pensiero del filosofo attraverso una particolare presentazione –
Il Dio in cui credo mi parla con queste parole:
Smetti di pregare e di auto-accusarti! Esci e visita il mondo per goderti la vita, divertiti, canta, goditi tutto ciò che ho fatto per te. Non andare nelle chiese, cupe e fredde che hai costruito per te dicendo che sono la mia casa. La mia casa è la natura, la montagna, i boschi, i laghi, i fiumi, il mare, dove esprimo il mio amore per te. Non incolparmi se hai una vita miserabile, io non ti ho mai incolpato di nulla, non ho mai pensato che tu fossi un peccatore. Ti ho donato la sessualità con cui puoi esprimere il tuo amore, la tua estasi, la tua gioia e non ti ho mai detto che fosse una cosa cattiva! Quindi non incolparmi per tutto ciò per cui sei stato portato a credere. Invece di leggermi nelle scritture che non hanno nulla a che fare con me, leggimi nell’alba o nel tramonto, in un paesaggio, negli occhi dei tuoi amici, negli occhi di tuo figlio … perché non mi troverai in nessun libro!
Fidati e smetti di aver paura di me. Non ti giudico, non ti critico, non mi arrabbio, non ti disturbo, non ti punisco. Smetti di chiedermi perdono, non c’è niente da perdonare. Se ti ho creato e ti ho riempito di passioni, piaceri, sentimenti, bisogni, incongruenze e ti ho donato il libero arbitrio, perché dovrei biasimarti quando usi ciò che ti ho donato? Come posso punirti per essere come sei, se sono io quello che ti ha fatto?
Quale Dio può pensare ad un inferno per punire i propri figli solo per aver usato ciò che ha donato loro?
Dimentica qualsiasi tipo di comandamento, qualsiasi tipo di legge, quelli sono trucchi per manipolarti, per controllarti, che creano solo colpa in te.
Rispetta i tuoi coetanei e non fare ciò che non vuoi per te stesso. Tutto ciò che chiedo è che presti attenzione alla tua vita, che la tua attenzione sia la tua guida. Carissimi figli miei questa vita non è una prova, né una scala, né un passo nel cammino, né un saggio da mostrare, né un preludio al paradiso. Questa vita è l’unica cosa qui e ora, e l’unica cosa di cui hai bisogno.
Ti ho reso assolutamente libero, non ci sono premi o punizioni, né peccati o virtù, nessuno porta un distintivo, nessuno porta un registro dei buoni e dei cattivi. Sei assolutamente libero di creare un paradiso o un inferno nella tua vita. Non potrei dirti se c’è qualcosa dopo questa vita, ma posso darti qualche consiglio. Vivi come se non ci fosse. Come se questa fosse la tua unica possibilità di godere, di amare, di esistere.
Quindi, se non c’è nulla, allora ti sarà piaciuta l’opportunità che ti ho dato. E se sì, quando ci incontreremo non ti chiederò se ti sei comportato bene o male, ma solo se la tua vita ti è piaciuta e se ti sei divertito. Ti chiederò cosa ti è piaciuto di più e che cosa hai imparato. Non voglio che tu creda in me, ma voglio che tu mi senta quando baci la tua amata, quando vesti la tua piccola figlia, quando accarezzi il tuo cane, quando fai il bagno in mare.
Smetti di lodarmi, che tipo di Dio egoista pensi che io sia? Sono annoiato dal fatto che mi lodino, sono stanco di essere ringraziato. Ti senti grato? Dimostralo prendendoti cura di te, della tua salute, delle tue relazioni, del mondo. Ti senti osservato? sopraffatto? … Esprimi la tua gioia! Questo è il modo di lodarmi.
Smetti di complicare le cose e di ripetere come un pappagallo ciò che ti è stato insegnato su di me. L’unica cosa certa è che sei qui, che sei vivo, che questo mondo è pieno di meraviglie. Non ti basta? Hai bisogno di altri miracoli? Perché così tante spiegazioni? Non cercarmi dove non sono, non mi troverai. Cercami in ciò che ami, nelle bellezze della natura e del mondo, sono dentro la parte felice di te.
Ecco le parole scritte per spiegare in breve ma efficacemente il pensiero di Baruch Spinoza rispecchiano il mio pensiero.
Purtroppo le manipolazioni a cui l’uomo viene sottoposto, da alcuni suoi simili potenti, esistono dall’alba dei tempi e questo ha fatto si che gli interessi di pochi abbiano condizionato la vita di molti. Ho sempre visto le religioni come uno strumento di potere per cui ho sempre provato una certa “allergia”. Allo stesso tempo il mio animo romantico è aperto al piacere dato dalle bellezze del mondo e della vita e ritengo estremamente stupido sacrificare tutto ciò in funzione di un premio (il paradiso) di cui non sappiamo assolutamente nulla.
Dato che per quanto si tenti di liberarci dal condizionamento indotto dalla religione, soprattutto nel nostro paese, non si possa raggiungere una completa liberazione dalla strutturazione interiorizzata, a volte dedico il mio tempo ad alcune ricerche sulla storia che riguarda questo ambito, soprattutto ascoltando esperti fuori dal coro che abbiano il coraggio di raccontarla per come riescono a ricostruirla.
Per prima cosa occorre dire che i testi su cui si fonda il cristianesimo parlano della storia di un piccolo popolo senza prendere in considerazione il resto della terra, ma attribuendo a quelle storie il valore di storia del mondo. Alcuni esperti che hanno dedicato la loro vita allo studio dei “testi sacri” affermano che nei molti passaggi, trascrizioni, traduzioni delle antiche scritture, siano stati trasformati i fatti reali reinterpretandoli in una forma idonea ad elaborare le immagini dei vari personaggi elevandole a rappresentare esseri mistici sia nel bene che nel male. Nei vari passaggi la traduzione relativa ad alcuni soggetti, che oggi potremmo chiamare gendarmi, vengono trasformati in angeli, mentre alcuni dei capi tribù vengono descritti come degli dei, in altri casi i filosofi del tempo vengono descritti come profeti. Ad un certo punto, dopo la morte di Gesù, che sembra avesse addirittura un nome diverso, tra i vari libri che raccontano la storia del tempo ne viene scelto ed elaborato uno soltanto. La storia che viene scritta in quel libro sembra allontanarsi molto dalla realtà e molte cose fanno pensare ad una elaborazione voluta per dar vita ad un personaggio enormemente al di sopra dell’umanità, che fungesse da pietra miliare nella fondazione della religione più potente del mondo. Nella mia estrema ignoranza in merito ho sempre percepito i racconti religiosi come una sorta di novelle fantasiose a cui non sono mai riuscito a dar credito, e forse è anche per questo che trovo facile seguire quegli autori che con le loro ricerche tentano di dare alle descrizioni del tempo una dimensione più attinente alla realtà. Probabilmente ciò che scrivo e penso può scandalizzare qualcuno, ma non è un mio problema, non mi sono volutamente dilungato in descrizioni particolareggiate perché non è mia intenzione e soprattutto perché non ho la sufficiente preparazione per farlo, ma chi vuole può cercarsi gli autori che parlano in maniera approfondita senza “bende” sugli occhi di questo argomento. Per quanto estrema la sintesi che ho scritto mi basta per spiegare la mia visione del fenomeno religioso, del grande bisogno che l’uomo medio ha di trovare una spiegazione innaturale e mistica all’inizio e alla fine della vita, quel bisogno indotto e ingigantito da chi attraverso la fine elaborazione di questa grande novella ne ha tratto vantaggio da secoli. Qualche tempo fa mi è capitato di ascoltare una massima il cui senso era il seguente:
ho passato talmente tanti secoli prima di nascere che non temo la morte, se non il dolore per raggiungerla, e dopo continuerò ad essere quello che ero.
Per entrare nella visione di ciascuno di noi dovremmo avere la possibilità, molto remota, di confrontare le esperienze, le conoscenze, la socializzazione con cui si sono strutturate le nostre convinzioni. Io voglio limitarmi ad esporre liberamente la mia visione che non pretendo possa essere di altri, alcuni la condivideranno altri meno, altri ancora la condanneranno, ma occorre comprendere che il mondo, la società che abbiamo costruito è questa, e occorre prenderne atto. É nostra abitudine parlare di corpo, di mente, di psiche, di anima, di spirito, più il tempo passa più l’uomo tende a voler dividere, analizzare in forma analitica, classificando anche ciò che non vede e che non conosce. Fin dai tempi più antichi, e in ogni popolazione, l’uomo si è chiesto cosa animasse (nel senso di dare energia o vita) il corpo. Nel greco antico al termine psiche si dava il significato soffio assimilandolo al respiro vitale. In seno alla filosofia greca di allora Omero elabora il concetto di anima come soffio vitale, dando a quel termine lo stesso valore che si dava alla psiche.
Oggi il concetto di psiche ha acquisito un significato diverso dall’antichità, quando si riferiva al respiro o soffio vitale, l’attuale concetto si riferisce ai processi con cui la mente elabora le emozioni, gli stimoli esterni ed interni, li confronta basandosi sulle esperienze pregresse e controlla le risposte comportamentali agli stimoli. Dato il numero enorme di variabili individuali che ci differenziano sia nell’elaborazione degli stimoli che “nell’archivio” delle esperienze, ma anche nelle diverse modalità di socializzazione è chiaro che le risposte a stimoli identici saranno diverse per ogni individuo.
Nel corso dei secoli si è cercato in ogni modo trovare nell’uomo qualcosa di soprannaturale che potesse sopravvivere alla morte del corpo, qualcosa che avrebbe potuto andare al di la della morte rendendo così immortale almeno una parte di noi. Una volta che questo concetto si è sviluppato e diffuso, si è legato a quello del giudizio divino, per cui le anime degli “ubbidienti” saranno ricompensate con la felicità eterna mentre quelle dei “disubbidienti” saranno dannate per l’eternità. Con lo stesso obiettivo e all’interno dello stesso processo, nel tempo si è strutturata la condizione di colpa insita nell’uomo attraverso la geniale quanto puerile ma terribile idea del peccato originale. Praticamente ogni bambino nasce già con i debiti da pagare alla “fede”, oltre a quelli terreni da pagare allo stato. Se fossimo capaci di guardare a questa costruzione uscendo dal coinvolgimento a cui, soprattutto nel nostro paese, siamo tutti sottoposti, ci renderemmo conto di quanto, tutta questa teoria, possa essere assurda e diabolicamente costruita per fini terreni che ben poco hanno a che fare con l’aldilà.
A volte mi capita di confrontarmi con persone credenti molto intelligenti e discrete con cui è un piacere discorrere, purtroppo è più comune incontrare i soliti bigotti incancreniti che, non avendo argomenti, arrivano sempre alla stessa stupida frase secondo cui tutte le persone non credenti si convertono in punto di morte.
Può darsi che a volte sia successo o continui a succedere, ma credo che nelle ultime ore di vita le persone non siano così lucide e razionali, per cui non mi sembra che questi possano essere esempi su cui fondare le proprie certezze (e più che certezze le definirei estreme cattiverie), inoltre occorre considerare che anche gli atei sono influenzati fin da bambini dal grande potere religioso insito a tutti i livelli della nostra realtà sociale (vedi il capitolo “la scienza della manipolazione”). Indipendentemente dalle convinzioni di ognuno di noi la morte fa paura a tutti, anche a coloro che credono di trovare nell’aldilà una vita migliore di quella terrena.
Non sta a me stabilire quanto corrispondano a realtà le ricerche effettuate da alcuni autori che descrivono gli atei come persone dotate di una mente brillante e maggiormente capace di risolvere problemi, pensare astrattamente, capire idee complesse, imparare velocemente, apprendere dall’esperienza oltre ad una buona abilità nel ragionamento.
Già a metà dell’800 Victor Hugo diceva che secondo lui la religione non è altro che l’ombra gettata dall’universo sull’intelligenza umana.
Recenti studi supervisionati dal Prof. Miron Zuckerman dell’Università di Rochester trovano una correlazione tra la fede religiosa e un minore allenamento alla ricerca, che viene soddisfatta dall’accettazione del dogma. Sempre secondo la maggioranza di questi studi, i bambini che manifestano un maggiore acume sono anche i primi ad allontanarsi dal credo religioso.
Uno degli studi presi in considerazione da Zuckerman, ha seguito 1.500 bambini dotati di un’intelligenza ben oltre alla media, fin dal 1921, lo studio si conclude verificando la corrispondenza tra i non credenti di un intelletto sopra la media fin nella vecchiaia. Alle considerazioni del team condotto dal Prof. Zuckerman si allineano anche quelle del Prof. Richard Lynn dell’Università di Ulster. Come in molte divergenze di idee anche nel campo della fede invece della ricerca di un dialogo si instaura un conflitto che spesso assume toni accesi, da una parte i non credenti che assumono atteggiamenti di derisione verso chi crede, dalla parte opposta si arriva a demonizzare gli atei descrivendoli come incapaci di moralità, come se la morale fosse appannaggio di chi crede. Addirittura si trovano spesso riferimenti alle parole di Dostoevskij: “Se Dio non esiste, tutto è permesso!”, alludendo ad una supposta mancanza assoluta di moralità negli atei. Credo che una persona intelligente che avesse voglia di rispondere alle parole di Dostoevskij potrebbe dire che, tra le altre motivazioni, è stata anche la mancanza di moralità che ha spinto i credenti a “creare” un Dio a propria immagine e somiglianza, un Dio che giudica e punisce chi non la pensa come lui/loro.
Da parte mia trovo che il grado di moralità sia totalmente indipendente dal credere o meno, sono invece convinto che a certi livelli l’educazione religiosa comporti notevoli danni proprio riguardo alla moralità di coloro che la ricevono, prova di questo sono i numerosissimi casi di pedofilia da parte dei preti. Alcuni studiosi vedono nell’educazione che i sacerdoti ricevono nei seminari, in cui viene loro imposta una rigida repressione sessuale, uno stretto legame sia verso la scelta omosessuale che verso la pedofilia. I fatti che stanno venendo alla luce nell’ambito ecclesiastico, e che in passato erano maggiormente coperti, evidenzia che questi casi sono molto più numerosi di quanto si potesse pensare. Praticamente un seminarista non riesce a maturare quell’importantissima area che riguarda la sessualità e per coloro che non trovano il coraggio di farsi un amante, omo o etero che sia, a cui rivolgere le proprie naturali attenzioni, devia questa esigenza verso i bambini.
Il rifiuto della sessualità ha portato alla pratica di innumerevoli aborti nei conventi femminili, oggi se ne trovano ancora tracce (ossa di “cuccioli” umani) nei campi adiacenti ai conventi dismessi. Nonostante queste terribili evidenze molto spesso i credenti, autoposizionandosi in un piano di superiorità, affermano che agli atei non serve la filosofia ma solo la scienza. È questa un’altra affermazione priva di senso, la differenza tra gli uni e gli altri sta solo nel fatto che gli atei non accettano i dogmi e che per questo sono portati a ragionare di più nell’analizzare ciò che succede, e questo non è forse filosofia?
Filosofia e religione sono due cose molto diverse tanto è vero che spesso possiamo leggere “scienza e filosofia sono facce della stessa medaglia”, questo fa comprendere quanto la filosofia sia più vicina alla scienza che non alla religione. Tomas Stahl, dell’Università dell’Illinois a Chicago, ha condotto uno studio pubblicato su Plos One che ha evidenziato come non si possano apprezzare differenze nel livello di moralità tra credenti e non credenti.
È invece interessante come lo studio evidenzi la forte propensione dei credenti ad ubbidire alle istituzioni, mentre i non credenti risultano essere molto più attenti a cosa viene loro richiesto (questo potrebbe spiegare perché atei e agnosti non piacciano a chi esige ubbidienza incondizionata).
Non avrai altro Dio all’infuori di me, spesso mi ha fatto pensare, canta Fabrizio De Andrè, anche a me questo “ordine” fa pensare, soprattutto agli antichi scritti dei testi sacri che in funzione di questo ordine raccontano di inumane violenze.
Quando negli anni 70/80 mi dedicavo all’insegnamento delle arti marziali tra i miei allievi avevo qualche ammiratrice/seguace di Osho. Una figura, quella di Osho, che non mi ha mai profondamente affascinato e per cui ho sempre provato diffidenza, ho sempre avuto la convinzione che i “guru” diventano tali sempre attraverso stratagemmi e costruzioni atte a fidelizzare i loro “discepoli”.
Resta comunque il fatto che molte riflessioni di questo personaggio sono estremamente acute ed attuali. Di come Osho sia riuscito a creare il proprio impero si è scritto molto, compreso le pene e sanzioni a cui è stato condannato, ma non è di questo che voglio parlare, quanto di alcune riflessioni che possono avere un certo interesse nei confronti dell’argomento che riguarda il “credere” secondo le religioni.
Il 28 Gennaio 1986 il famoso giornalista Enzo Biagi intervista Osho e in una delle ultime domande che gli pone chiede: qual è la tua ricetta per essere felici?
Osho risponde che l’innocenza e la felicità innata di ogni bambino viene distrutta durante la sua socializzazione primaria in cui l’acquisizione e l’interiorizzazione di tutte quelle convinzioni e di quelle regole che vengono trasmesse attraverso il processo educativo modificano irrimediabilmente l’innata capacità del bambino di vivere nel presente.
Osho è convinto che il modo per vivere felici è vivere nel “qui ed ora”, perché sia il passato che il futuro sono astrazioni inesistenti che impediscono di vivere il presente con tutto ciò di bello che questo può offrire in questo mondo.
Secondo Osho nessuno ha bisogno della fede per meritare in futuro il paradiso perché chiunque può già esserci vivendo il presente, ed a questo proposito racconta un aneddoto in cui un ateo che nel salotto della propria abitazione aveva messo in evidenza una scritta in cui riassumeva la sua filosofia, “Dio non é da nessuna parte”, una frase che fu fonte di molte discussioni, fino a quando suo figlio ancora bambino avendo ancora difficoltà nel pronunciare parole complesse quella frase la pronunciò “Dio è qui ora”.
Sempre secondo Osho la fede è il più grande ostacolo mai creato per le persone che vogliano mettersi alla ricerca del vero, un fenomeno che è servito a mantenere il genere umano nell’ignoranza, mentre l’uomo, per crescere, ha bisogno di assoluta libertà dal dogma. Solo così potrà vivere responsabilmente nel momento e solo allora potrà creare un futuro nuovo per l’umanità a venire. Ogni essere umano ha bisogno di una deprogrammazione.
Di seguito la risposta integrale che Osho dette alla domanda posta da Enzo Biagi:
Ogni bambino nasce felice. Ogni bambino nasce innocente e meraviglioso. Ma poi accade qualcosa e tutti quei bambini meravigliosi si perdono; la loro innocenza viene distrutta. Tutta la loro felicità si trasforma in disperazione. Osserva un bambino che raccoglie conchiglie sulla spiaggia: è più felice dell’uomo più ricco del mondo. Qual è il suo segreto? Quel segreto è anche il mio. Il bambino vive nel momento presente, si gode il sole, l’aria salmastra della spiaggia, la meravigliosa distesa di sabbia. E’ qui e ora. Non pensa al passato, non pensa al futuro. E qualsiasi cosa fa, la fa con totalità, intensamente; ne è così assorbito da scordare ogni altra cosa. Il segreto della felicità è tutto qui: qualsiasi cosa fai non permettere al passato di distrarre la mente e non permettere al futuro di disturbarti. Perché il passato non esiste più e il futuro non esiste ancora. Vivere nei ricordi, vivere nell’immaginazione significa vivere una vita non esistenziale; e vivendo fuori dall’esistenza ti sfugge cosa l’esistenza è. Sarai inevitabilmente infelice, perché per tutta la vita ti lascerai sfuggire la vita stessa. Perdi un’occasione dopo l’altra, ma la vita non ti dà due istanti contemporaneamente: te ne dà solo uno alla volta! E quell’istante può essere vissuto oppure ce lo si può lasciare sfuggire.
Esistono due modi per farselo sfuggire:
o ci si lascia appesantire dal passato, oppure ci si fa attrarre dal futuro… e l’istante scompare!
Ci si lascia sfuggire ciò che è reale desiderando ciò che reale non è: l’infelicità umana è tutta qui.
Io cerco di aiutare i miei amici a capire una cosa sola: vivi nel presente. In questo istante, ora, non esiste infelicità, né sofferenza, né angoscia.
Se ti allontani dal presente, entri in un mondo irreale… e l’irrealtà sarà inevitabilmente fonte di infelicità. La realtà è estatica* e il solo modo per collegarsi al reale è non lasciarsi sfuggire il momento presente.
* La realtà è estatica - l'affermazione "la realtà è estatica" può essere interpretata in diversi modi, quello che probabilmente si avvicina maggiormente a quanto voluto affermare da Osho è la seguente:
La realtà ultima è immutabile: Questa visione, spesso presente in alcune tradizioni filosofiche e religiose, suggerisce che al di là delle apparenze mutevoli, esiste una realtà fondamentale e immutabile che costituisce la base di tutto ciò che percepiamo.
Se conosci il gusto, se anche una sola volta hai assaporato cosa si prova a essere nel presente, a volte, mentre guardi un’alba o un tramonto, sii semplicemente presente, così potrai assaporare il gusto, ti stupirai, ma possederai per sempre la chiave che ti introduce nel reale. Una chiave universale che può aprire tutte le porte dei misteri della vita, delle sue estasi e delle sue bellezze. Non avete bisogno di un Gesù Cristo che vi conduca in paradiso; siete in grado di essere in paradiso qui e ora. Perché il paradiso non è da qualche parte nell’alto dei cieli. E’ qui, da qualche parte! Mi ricordo di un ateo che in salotto aveva scritto la frase che riassumeva la sua filosofia: “Dio non é da nessuna parte (nowhere, in inglese, n.d.t.)”. E tutti coloro che andavano a trovarlo non potevano fare a meno di vederla, ragion per cui da li partiva ogni discussione…. all’ateo nacque un figlio, che crebbe fino all’età in cui si impara a sillabare. Un giorno il bambino era seduto in braccio al padre, fu attratto dalla scritta sul muro e si mise a leggerla. Riuscì a leggere “Dio”, ma “nowhere” era una parola troppo lunga. Per cui la divise in due e lesse: “Dio è qui ora”, (‘now here’ in inglese, n.d.t.). Il padre rimase sconvolto, non aveva mai pensato a quella possibilità di lettura… si dice che la sua filosofia di ateo andasse in frantumi. Iniziò a pensare alle implicazioni di quel qui e ora. Nel qui e ora non troverai Dio, ma qualcosa di più grande: troverai un’essenza divina. Questo è il termine che designa l’esperienza suprema della beatitudine. Ricorda quelle due parole: qui e ora, e conoscerai il segreto della felicità suprema. Non è mai esistito altro segreto, né mai ne esisterà un altro. È tutto qui! Ed è semplicissimo, facilmente a portata di mano di ogni essere umano. Non occorre appartenere a una chiesa o a un’organizzazione. Non devi portare con te una sacra Bibbia, i Veda, la Gita o il Corano. Devi solo capire un po’ di più la tua mente e le sue funzioni, come agisce. La mente non è mai nel presente, mentre il tempo è sempre presente; per cui la mente e il tempo non si incontrano mai. Ecco dov’è la tragedia: a ogni istante ti sfugge il treno e continuerai a perderlo per tutta la vita. Un grande mistico stava morendo. I suoi discepoli gli erano vicini e gli chiesero: “Maestro, qual è il tuo ultimo messaggio?
Il Maestro morente aprì gli occhi e indicò col dito il tetto della sua capanna. Uno scoiattolo stava giocando; tutti i discepoli guardarono verso l’alto e per un istante vi fu un silenzio assoluto. Il Maestro disse: “Questo è il messaggio di tutta la mia vita. Vivi nel momento. E’ meraviglioso ascoltare lo scoiattolo che gioca sul tetto, senza preoccuparsi di altro”. E aggiunse: “Ora, posso morire” e morì col sorriso sulle labbra, il volto soffuso di beatitudine. Perfino nell’ultimo istante della vita il suo messaggio fu: sii qui e ora. Quello è anche il mio messaggio.
Il concetto di fede predicato e spesso imposto nell’arco di tanti secoli ha raggiunto un livello talmente profondo nelle nostre menti tale da renderci veicoli inconsapevoli della sua trasmissione ai nostri figli. L’impronta che una mente aperta, come quella di un bambino, riceve è talmente forte da risultare praticamente indelebile. Purtroppo al bambino vengono fornite tutte le risposte in merito già prima che lui possa porsi delle domande. Già prima che il giovane possa chiedersi il perché e il come esista il mondo ha già avuto una risposta “imposta” che gli impedisce di farsi altre domande. Tutti gli adulti trasmettono al bambino le convinzioni che a loro volta hanno ricevuto senza mai farsi domande. La cultura e la possibilità di conoscere altre realtà, che per quanto simili professano fedi con qualche differenza, ha stimolato molte persone a farsi delle domande che non hanno trovato quelle risposte sufficienti a colmare il vuoto del dogma. I religiosi affermano che è naturale chiedersi chi abbia creato il mondo e per questo arrivare all’idea di un Dio creatore, ma in realtà nei paesi in cui esistono credenze diverse che non prevedono l’esistenza di un Dio nessun bambino si chiede se questo esista o meno. Ad esempio i milioni di bambini asiatici buddisti non si pongono la domanda se il mondo sia stato creato da un essere superiore ancora più difficile da immaginare che non il mondo stesso.
La così detta crisi della fede è probabilmente determinata dal confronto con le diverse ideologie che permettono comunque una vita altrettanto soddisfacente e a volte migliore. Logicamente nessuno può affermare che Dio non esiste come non può affermare la sua esistenza, ma i popoli che seguono ideologie senza Dio non hanno qualcuno da pregare o da responsabilizzare per gli avvenimenti della propria vita, sanno che sono loro gli artefici ed i responsabili di ciò che li riguarda. Sapere che i risultati di ciò che ci accade dipendono dalle azioni degli uomini e non dalle preghiere rende le persone più responsabili verso i propri comportamenti.
É un po’ come il bambino o il giovane che finché è sotto la responsabilità dei genitori scarica su di loro anche il carico delle sue azioni, mentre quando deve assumersi la responsabilità della propria vita il suo atteggiamento nei confronti della realtà si fa più maturo.
Di seguito un simpatico aneddoto che racconta come sia naturale vivere la complessità del mondo – Una mattina un coniglietto chiese ad un centopiedi: Vedendo che hai cento piedi, mi sono chiesto come fai a ricordarti quale muovere per primo, quale per secondo, quale per terzo, fino ad arrivare a cento. Il centopiedi disse: “Non ci avevo mai pensato. Ho camminato fin da quando ero piccolo – e la domanda non era mai sorta nella mia mente. Forse non sono un tipo filosofico. Ma cercherò di scoprirlo. Aspetta all’ombra di quest’albero, io camminerò e vedrò”. Entro pochi minuti cadde per terra, perché cercava di tenere il conto di cento gambe, e ricordare quale deve seguire quale altra… inciampò, andò in confusione e cadde, ed era furioso con il coniglio. Affermò: “Ascolta, non fare mai questa domanda a un altro centopiedi. Noi viviamo benissimo senza tutta questa filosofia. Stavo andando felice a fare la mia passeggiata mattutina, e adesso non penso di poter proseguire, tieni per te questa filosofia”.
Il professor Marco Fasol è tra i più apprezzati studiosi di testi sacri, alla domanda di chi ha creato il mondo risponde che ogni cambiamento determina la ricerca della causa nella nostra mente, ma nel caso che non vi sia un cambiamento nessuna domanda viene stimolata. Con questa risposta, secondo la sua visione, egli vuol spiegare che Dio è richiesto dalla nostra ragione per giustificare i cambiamenti dell’universo. Ma la nostra ragione non vede e non esige cambiamenti in Dio, quindi non esige una causa di Dio”.
A mio giudizio un modo artificioso di affermare che ogni cambiamento visibile, quello del mondo reale, ha bisogno di essere spiegato attraverso l’esistenza di un essere superiore che ne determina le leggi, ma nello stesso momento l’esistenza di questa entità superiore non esige nessuna spiegazione per il fatto che non cambia nel tempo.
Secondo questa teoria mi sembra molto più ovvio e semplice evitare certe costruzioni così astratte e complesse semplicemente accettando il mondo per quello che è.
In effetti nessun bambino dell’area asiatica buddista si pone domande sull’esistenza di Dio, vive la propria vita con naturalità prendendosi carico delle proprie decisioni. I vari riferimenti fatti e quanto scritto in questa mia riflessione mi portano ad una visione della spiritualità nettamente separata dall’ambito religioso che a mio parere ne distorce fortemente il significato. Questo mi spinge a cercare di comprendere meglio la mia visione di spiritualità partendo dalla mia condizione di profano estremamente ignorante in merito, con gli occhi di chi tenta di avvicinarsi a questo mondo cercando di mantenere una visione critica ma equilibrata secondo il proprio sentire. Gli uomini hanno chiaramente convinzioni diverse in merito, gli orfici affermano che il corpo è la prigione dell’anima, addirittura si spingono a definire il corpo come la tomba dell’anima, i materialisti atei affermano che la religione è l’oppio dei popoli. Nell’approfondire l’argomento si comprende ben presto che identificare l’ambito spirituale con la religione è un grande errore, infatti non è detto che chi si sente sensibile verso il mondo spirituale sia altrettanto attratto da quello religioso. I materialisti considerano gli spiritualisti eterni bambini che hanno bisogno di dare un’anima a tutto e che sognano un mondo inesistente a cui nei casi più gravi sacrificano la loro stessa vita, basti pensare alla scelta della clausura. Dalla parte opposta gli spiritualisti considerano l’anima la parte nobile imprigionata dal corpo terreno che posizionano ad un livello estremamente inferiore, essi considerano chi non riesce a percepire la spiritualità un essere di bassa levatura incapace di ergersi ad un livello di pensiero superiore. In questa eterna contrapposizione sia gli uni che gli altri pensano di essere in qualche modo più evoluti o superiori, ognuno convinto che la propria visione sia quella giusta. Approfondendo l’argomento con attenzione cercando di mantenere una visione neutrale ed evitando di lasciarsi coinvolgere da una delle parti, si possono scoprire molte variabili sia tra i materialisti che tra gli spiritualisti.
La domanda parte dall’affermazione di essere un corpo o quella di avere un corpo, dalla risposta nascono le divisioni, come sopra sintetizzato, tra terreni materialisti o elevati spiritualisti.
Per chi percepisce il proprio essere inscindibile dal proprio corpo è difficile immaginare che vi sia una forma immateriale scissa e contenuta dal corpo stesso, mentre chi vede nell’anima la fonte di vita del corpo, vive il periodo terreno come una breve parentesi della vita eterna, allontanando così la grande paura della morte o comunque affrontando la morte come il passaggio ad una promessa vita migliore.
Una diatriba che non troverà mai una risposta certa, chi accetta il dogma fonderà su questo le sue relative certezze a differenza di chi considera il dogma un limite invalicabile.
Per quanto mi riguarda ogni volta che ho occasione di ascoltare qualcuno parlare di spiritualità mi interrogo sul vero significato di questo termine.
Frequentemente provo diffidenza verso coloro che mi parlano di spiritualità, di energie immateriali, di sovrannaturale, di divino, addirittura mi trovo ad essere molto critico verso chi mi vuole spiegare l’importanza della meditazione, allo stesso tempo provo grande empatia verso alcuni che riescono a trasmettere concetti meditativi e di integrazione con il mondo che ci circonda, comprendendo in questo tutto l’aspetto puramente energetico dell’universo.
Per quanto abbia cercato di comprendere la mia reticenza verso una parte di quello che viene presentato come mondo spirituale, o meglio, verso quel mondo che mi è stato descritto come spirituale, ho sempre trovato difficoltà nella comprensione di ciò che veniva spiegato.
Fin da bambino, la mia esperienza mi ha portato ad abbinare la spiritualità con la religione e forse questo mi ha tenuto lontano da ogni approfondimento in merito.
Per comprendere meglio ciò che voglio dire metto di seguito alcune frasi, che considero talebane, su come alcuni religiosi interpretano il significato di spiritualità:
Per come se ne parla nella Bibbia, la spiritualità può essere descritta come il forte desiderio di piacere a Dio e di adottare il suo modo di pensare. Una persona spirituale si impegna a vivere secondo le norme di Dio e a seguire la guida dello spirito santo……
Per spiegare cos’è la spiritualità, spesso la Bibbia mette in contrapposizione chi è spirituale con chi non lo è. Ad esempio a differenza di una persona spirituale, “l’uomo fisico non accetta le cose dello spirito di Dio”, cioè gli insegnamenti di Dio. E le persone carnali sono inclini a “gelosie e liti” piuttosto che a generosità e pace. Ad esempio, coloro che diffondono calunnie e rovinano i rapporti tra buoni amici, sono definiti “uomini animaleschi, privi di spiritualità”.
Quando sento o leggo affermazioni così talebane mi basta pensare alla ferocia con cui sono state seguite le regole di quel Dio, così immaginato, al tempo delle crociate, descrizioni come queste mi fanno venire la pelle d’oca e probabilmente il motivo della mia reticenza nei confronti di questo argomento trova la sua spiegazione in questo.
Ho conosciuto molte persone che parlano di spiritualità in maniera diversa dando significati diversi a quel termine. Chi interpreta la spiritualità nell’ambito religioso si dedica ad una ricerca esterna che permetta di identificarsi in un Dio, a differenza di chi la spiritualità la vive come una ricerca interna per comprendere meglio se stesso in relazione al mondo. La risposta alle domande sulla vita, su quali valori e quali legami ci permettano di comprenderne il senso, chiedersi chi siamo, farsi delle domande che vanno oltre alla materialità, stimola una ricerca che non può essere solo materiale.
Partendo dalla ricerca etimologica del termine Namasté alcuni studiosi della filosofia indiana cercano di far comprendere una spiritualità che fonda i suoi principi sull’essere parte del mondo.
Ho sempre percepito negativamente tutto ciò che richiede l’accettazione di dogmi come verità da accettare incondizionatamente, quindi non mi interessa approfondire quel modo di intendere la spiritualità. Ritengo invece molto stimolante sostituire i dogmi con i valori essenziali per una vita che sia equilibrata, serena e soddisfacente. Imparare a percepire le emozioni più profonde, ma anche tutto ciò che possa stimolarle o inibirle.
Credo che per comprendere la spiritualità dovrei iniziare a dare un significato al termine spirito. La filosofia ne parla come forza vitale, nel passato si è passati da un significato di “soffio” inteso come respiro vitale a ciò che la mente può generare in termini di pensiero, emozione, sensazione.
I grandi esperti che studiano la mente umana affermano che l’ambiente in cui si nasce e si vive contribuisce sensibilmente alla sua strutturazione. Conscio di essere una mente curiosa ma anche eccessivamente critica verso tutto ciò che limita una spiegazione plausibile, so che per appassionarmi all’argomento devo trovare la strada che ad ogni passo mi dia almeno una parvente soluzione.
Per iniziare ad appassionarmi e ricercare una spiegazione posso aiutarmi con delle analogie assimilando il cervello ad un ardware che per esprimersi ha bisogno di uno o più software, dove secondo alcuni l’anima è il sistema operativo e lo spirito il software che ne sfrutti la traduzione da e verso l’ardware.
Uno smartphone senza un software adeguato non è in grado né di ricevere né di trasmettere nulla, come un essere umano è tanto più sensibile al mondo che lo circonda quanto più il suo “spirito” sia evoluto.
Quindi potrei intendere il mio spirito l’insieme delle esperienze di vita partendo dal concepimento e come queste abbiano plasmato la mia mente, e potrei altrettanto intendere la spiritualità tutto ciò che pur immateriale sia in grado di colloquiare o comunque interessare il mio spirito.
Spesso mi sono chiesto da dove nasca la convinzione che oltre alla vita materiale terrena possa esistere una condizione ultraterrena, e, dato il mio pessimo rapporto con la religione, mi sono fermato alla critica del concetto ultraterreno religioso senza proseguire verso un concetto più ampio e aperto ad una ricerca priva di imposizioni dogmatiche.
Credo che la mia mente viva da sempre uno strano dualismo, da una parte l’amore per la matematica e la fisica e dall’altro per le forme artistiche e per le emozioni più fini che la vita può darci. Un caro amico, con cui abbiamo frequentato le scuole elementari, ricorda come io risolvessi con una velocità incredibile i problemi di matematica e si è ricordato del premio provinciale di disegno che vinsi alle medie. Io ricordo che quel premio mi fu sequestrato dal preside perché spalmai il mastice che conteneva sulla sedia dell’insegnante di religione e per questo fui duramente punito.
Per trovare una strada con cui la mia mente possa avvicinarsi alla discussione sull’immateriale che ci circonda, ho bisogno di elaborare degli esempi che partano dal semplice per arrivare al complesso in un secondo momento. Per questo immagino una stella distante da noi anni luce, e penso al fenomeno fisico che ci permette di continuare a vedere la sua immagine e la sua luce anche quando quella stessa stella non è più in grado di emettere nessuna forma di energia luminosa.
Noi dalla nostra posizione terrena potremo continuare a vedere quella luce per tutti gli anni luce che ci separano da lei, quindi per un tempo definito, ma basterebbe spostarsi nello spazio nello stesso verso della luce che ha raggiunto la terra per ritrovare quello stimolo luminoso. Su questo concetto è possibile pensare che quell’energia luminosa, solo apparentemente finita in uno spazio definito, sarà eterna in uno spazio indefinito.
Una volta abbozzata una spiegazione che per quanto grezza sia plausibile per una mente con una struttura intollerante al dogma come la mia, posso spostare lo stesso concetto su altre forme di energia che si esprimano in forme meno lineari rispetto alla luce.
É anche vero che a volte ci attacchiamo a delle convinzioni solo perché questo ci permette una certa sicurezza nell’affrontare vari argomenti e diamo per scontato che la scienza permetta la costruzione di concetti incontestabili attraverso dati certi e veri. Ma è anche vero che gli studi che i vari scienziati nell’arco dei secoli hanno fatto sulla luce sono stati più volte modificati se non ribaltati da quelli successivi. Lo studio molto articolato di Cartesio sulla luce fu ribaltato da quello di Isaac Newton che a sua volta fu criticato dal grande Robert Hooke più vicino alla teoria della diffrazione di Francesco Maria Grimaldi. La critica costò ad Hooke l’odio del permaloso Newton che una volta divenuto presidente della Royal Society si vendicò dando ordine di attribuire ad altri scienziati tutte le scoperte e le leggi che aveva formulato Robert Hooke e ordinò persino di togliere e bruciare tutti i suoi ritratti esistenti, infatti tutt’ora non sappiamo che viso abbia avuto questo grande studioso.
Oggi gli scienziati per spiegare il fenomeno della luce ci parlano di bosoni B e W che si combinano in fotoni i quali si mescolano con i quark che costruiscono protoni e neutroni che a loro volta si organizzano in atomi i quali quando liberano fotoni danno vita al fenomeno luminoso.
Insomma, al di la della corretta spiegazione scientifica, i concetti accreditati per anni hanno subito molte variazioni e ribaltamenti e questo conferma che non possiamo basare le nostre certezze sulle costruzioni teoriche dell’uomo indipendentemente che queste siano scientifiche o filosofiche, ricordando che scienza e filosofia non sono altro che due facce della stessa medaglia.
Ritorno quindi ad abbracciare il concetto che più mi è caro nella mia filosofia di vita basata più sul mantenimento dell’equilibrio che non sulla apparente sicurezza data dalla stabilità.
L’equilibrio, a differenza della stabilità, permette di percepire le più piccole variazioni in ogni ambito e quindi una maggiore sensibilità. Chi per vari motivi si aggrappa a concetti volti alla stabilità per avere punti di riferimento che non cambiano nel tempo (principio basilare su cui ha fondato il suo potere la chiesa) e per questo capaci di infondere sicurezza, avrà una vita sicuramente diversa da chi riuscirà a trovare nell’equilibrio dinamico del mondo che cambia gli stimoli a ricercare ogni giorno le risposte alle mille domande della vita.
E allora ben venga una ricerca sulla spiritualità, sono aperto tutte le esperienze stimolanti non bigotte che possano aiutarmi a comprendere meglio …………
Chi non crede in breve.
L’approccio alla morale, al senso delle cose, alle emozioni, alla conoscenza, alla realtà di chi non ha una fede specifica è forse più vero e profondo di chi si affida a regole imposte da altri.
I non credenti rispettano i valori morali condivisi e basati sulla natura umana e sull’esperienza. Si prendono responsabilità per ciò che fanno. Sono convinti che dovremmo cercare di vivere una vita soddisfacente e di aiutare gli altri a viverla. Essi cercano di trarre il massimo dalla loro vita prefiggendosi degli obiettivi, si ispirano all’arte, alla cultura e alla ricchezza del mondo naturale e sono mossi dal desiderio di felicità e di buona convivenza con le altre persone. Chi non crede si affida all’esperienza, alla scienza e alla ragione per cercare di comprendere sempre meglio il funzionamento del mondo. Difficile credere a cose per le quali non esistono prove decisive, come le divinità o la vita dopo la morte, per cui non ha senso pregare, adorare o fare inutili sacrifici.
Alle classiche domande sulla vita a cui i religiosi rispondono con la fede nel dogma, i non credenti cercano risposte fondate sulla ragione, sull’esperienza e sui valori umani condivisi, cercano prove e pensano con la propria mente prima di credere a qualcosa, oppure rimangono aperti al dubbio piuttosto che credere a quanto gli viene inculcato da altri.
Al tempo degli antichi romani, si credeva che i fulmini venissero scagliati da Giove, coloro che erano scettici erano considerati “strani ed irragionevoli”. Alcuni secoli più tardi chi non credeva che la terra fosse piatta veniva ucciso proprio dai religiosi e, purtroppo non si riesce ad imparare dalla storia.
Il momento di essere felici è adesso, e il modo per esserlo è rendere felici gli altri. È naturale godersi le cose belle della vita, come l’amicizia, l’arte, la natura, se farlo non danneggia qualcun altro o l’ambiente.
Può esserci un punto di incontro?
Una domanda a cui ritengo sia impossibile rispondere per chiunque, come abbiamo visto nei capitoli (Come funziona il cervello e La scienza della manipolazione) e come vedremo nel capitolo (Quando siamo noi a decidere) la strutturazione delle credenze e delle convinzioni di ognuno di noi è responsabile della stessa strutturazione dei collegamenti sinaptici. Questo significa che ogni cervello si è strutturato in base alle esperienze educative e che la possibilità di modifica può essere stimolata esclusivamente da un volontario profondo lavoro di ricerca interiore a contatto con un ambiente libero da condizionamenti. Dal mio punto di vista ho trovato molto interessante, in questo contesto, la visione di chi promuove una spiritualità laica, libera e consapevole di cui scrivo la mia interpretazione:
Le religioni hanno avuto il merito di essere le prime forme di civilizzazione per gli esseri umani, grazie alla loro umana costruzione, alle loro umane esperienze ed ai loro umani insegnamenti, gli uomini hanno imparato le principali regole di convivenza civile e morale relative a ciò che loro stessi hanno costruito. Non possiamo negare le molte azioni solidali promosse da quei fedeli che poco hanno a che fare con il potere religioso e che sono stati in grado di esprimere un enorme potenziale di servizio e disinteressato aiuto umanitario. Ma non può essere negata neppure la violenza con cui le religioni si sono affrontate sia in passato che oggi, infatti non possiamo relegare definitivamente la “guerra santa”, le crociate, i conflitti religiosi, nei nei libri di storia, basti pensare all’ondata di violenza scatenata dalle vignette satiriche sul
profeta apparse su un settimanale danese e riprese dai quotidiani di tutto il mondo. In nome della religione sono state compiute e si compiono stragi, massacri, guerre, persecuzioni e torture. Alcuni autori vedono nel monoteismo una delle cause principali di violenza religiosa, non ho le competenze per analizzare queste differenze e devo dire che non ne ho neanche l’interesse, mi colpisce invece il fatto che in contrapposizione a quanto le varie religioni dicono di voler predicare giungano a voler affermare la loro supremazia stimolando nei rispettivi fedeli la violenza.
Ogni rappresentante a capo dei vari credo religiosi presenta la propria come destinataria esclusiva della rivelazione della verità da parte di Dio dandone per scontata la sua esistenza. All’interno di ogni credo vi è quindi la convinzione che tutto ciò che possa essere inteso con il termine Dio (Creatore, Essere Supremo, Amore Universale, Energia Cosmica, Grande Architetto, Mente Universale e così via) debba fare riferimento ad esso e assumendo così il ruolo di unico possibile intermediario tra essere umano e Dio.
Dall’esclusività del ruolo spirituale ne deriva quella terrena della costruzione dei modelli culturali e dell’educazione da imporre a tutti gli individui. Ciò che accomuna le diverse religioni è la netta separazione tra Divinità ed Umanità,
tra Creatore e Creato, la cui più profonda conoscenza è riservata ai rappresentanti che ne sono capo.
La costruzione dell’idea di un essere umano creato ad immagine e somiglianza di Dio, ha supportato l’idea di un mondo antropocentrico in cui l’uomo si arroga ogni diritto sulla natura creata al suo servizio. L’uomo quindi, in questa vita terrena, è l’essere che ha pieni poteri a patto che osservi le regole di quel Dio che premia o punisce attuando un sistema di giudizio estremamente umano e che divide gli uomini in buoni e cattivi a seconda dell’ubbidienza ad esso. Ma per far si che gli esseri umani continuino a credere nella superiorità di un essere superiore extraterreno occorre limitarne la conoscenza e negare ogni possibilità alla ragione di comprendere i processi evolutivi dell’Universo. Da qui la contrapposizione della religione verso la scienza che ha avuto il suo culmine dagli anni mille per alcuni secoli a venire. Oggi però le conoscenze scientifiche e culturali, come descrive Mariano Corbì nel suo libro “Verso una spiritualità laica, senza credenze, senza religioni, senza divinità”, hanno portato l’umanità verso visioni diverse. Egli scrive che la società industriale non accetta più le religioni tradizionali, nate in società pre-industriali, che assolvevano il compito di orientamento etico e di coesione sociale. Il processo di industrializzazione ha da prima stimolato la sostituzione del credo religioso con le ideologie politiche che a sua volta stanno perdendo credibilità. Il libro descrive un’attuale società alla ricerca di una spiritualità libera dai dogmi religiosi e dalle rigidità delle ideologie politiche.
La difesa del credo religioso sembra che si stia attuando attraverso la descrizione della spiritualità laica come un pensiero, ateo, razionalista, materialista, il quale vede nell’essere umano una macchina biologica guidata da reti neuronali simil robotiche prive di coscienza che, negando la teoria creazionista, affermano la tesi evoluzionista darwiniana.
Ritengo invece che una sana spiritualità laica sia ben lontana da quella sterile descrizione, penso invece che il declino delle religioni debba essere imputato alla presa di coscienza delle imposizioni finalizzate alla guida dell’umanità privandola di quel pensiero critico fondamentale per la pienezza della vita.
Abbracciando la visione laica della spiritualità vengono meno quegli scarichi di responsabilità che le varie deleghe religiose, come ad esempio la confessione, permettevano. L’intermediario (sacerdote), per il credente assume lo stesso ruolo che il genitore riveste verso il bambino nel momento in cui sapendo di aver sbagliato punta ad ottenere il perdono del genitore a cui delega la responsabilità delle proprie azioni. La visione laica non delega ma al contrario impegna ognuno ad assumersi in proprio ogni responsabilità delle azioni da compiere.
Occorre porre molta attenzione al concetto di spiritualità perché sia dentro che fuori dagli ambiti religiosi viene spesso descritta come l’esistenza di un livello extramateriale dal quale la materia stessa possa trarre la vita, ma anche di quel livello da raggiungere una volta che ci si liberi dalla materialità terrena. Una visione che dovrebbe farci comprendere come il concetto religioso sia così profondamente interiorizzato nelle nostre menti che ne rimangono gli imprinting anche quando siamo convinti di essercene liberati.
D’altra parte lo scopo di questo libro è proprio quello di stimolare, per quanto possibile, il processo di destrutturazione degli imprinting che ci imprigionano in quelle rigide convinzioni che crediamo essere nostre.
Fortunatamente la spiritualità viene descritta anche come crescita interiore da cui consegue la manifestazione dell’esperienza quotidiana del mondo, quindi una spiritualità che non ha connotazioni religiose o ascetiche, ma rappresenta il modo d’essere o di comportarsi di una persona. Una visione spirituale che non fa riferimento né a una trascendenza né a una meta, ma a un modo di essere sé stesso. La percezione di una forte spiritualità di una persona non indica qualcosa di superiore fuori da essa che la dirige indirizzandola verso una meta, ma piuttosto a ciò che la caratterizza come essere umano. Una visione spirituale questa, che è applicabile a persone fuori da ogni percorso religioso o ascetico che semplicemente mostrano una particolare sensibilità filosofica come valore intrinseco al proprio essere comprendendo materiale ed immateriale in un unico insieme. L’etica, il bene comune, l’amore per tutto ciò che ci circonda, i sentimenti altruistici, vengono spesso contrapposti alla materialità senza capire che non vi è divisione.
Accettare il fatto che nessuno possa ritenersi portatore di una verità unica e assoluta può permetterci di condividere tutto quanto la conoscenza sia in grado di darci indipendentemente che questa provenga da filosofia, neuroscienze, discipline matematiche, fisiche e naturali, scienze del linguaggio e della mente, ricerca etica interiore e spirituale perché essendo parte di un comune sistema planetario, l’umanità dovrebbe evitare separazioni, contrapposizioni e conflittualità. L’attuale contesto storico è caratterizzato da molte crisi ed incertezze, questo porta, tra le altre cose, alla perdita di fiducia ed una crescente indifferenza verso la religione tradizionale. La globalizzazione ha trasformato radicalmente il nostro modo di vivere. Ha portato a una maggiore interconnessione tra le culture, ma ha anche reso evidente la crisi delle tradizioni religiose. L’attuale contesto storico è caratterizzato da molte crisi ed incertezze, questo porta, tra le altre cose, alla perdita di fiducia ed una crescente indifferenza verso la religione tradizionale. La globalizzazione ha trasformato radicalmente il nostro modo di vivere. Ha portato a una maggiore interconnessione tra le culture, ma ha anche reso evidente la crisi delle tradizioni religiose. Un contesto che determina un cambiamento profondo nella nostra società sempre più orfana di principi e valori essenziali per una vita degna di essere vissuta. Il senso di disorientamento legato alle crisi del nostro tempo trova una valida alternativa nel concetto di spiritualità laica in grado di offrire un’opportunità per riscoprire valori e principi fondamentali che possano guidarci attraverso l’incertezza. La spiritualità laica, oltre a stimolare la riscoperta del senso di comunità, offre un’opportunità per esplorare nuove forme di etica, basate sull’empatia, sulla solidarietà e sulla responsabilità verso gli altri e il pianeta. Uscendo dal rifugio delle ideologie rigidamente definite, le persone possono promuovere un dialogo aperto e inclusivo unendosi liberamente attorno a valori condivisi. La spiritualità laica quindi offre una nuova prospettiva su come vivere in un mondo globalizzato stimolando un percorso personale basato sull’esperienza individuale piuttosto che su spiegazioni soprannaturali.
Il teologo Vito Mancuso sottolinea la necessità di una spiritualità libera dai dogmi ed invita a vivere la realtà liberandosi dalla tradizionale immagine di un Dio onnipotente, orientandosi sulla ricerca di un significato condiviso.
Il Teologo Bernard Besret dice di desiderare una spiritualità laica senza dogmi, in cui cresca una filosofia di vita capace di evitare le specifiche contrapposizioni tra le varie culture, ma al contrario di attingere da queste quella sapienza universale che possa liberare l’essere umano.
Mariano Corbì, epistemologo e studioso del fatto religioso, descrive la religione come un complesso programma collettivo che, con i suoi miti, simboli, riti e valori, si struttura al fine di far funzionare l’organizzazione e permettere la sopravvivenza di una determinata società. Un programma strutturato per le società preindustriali che si rivela inadeguato alla società moderna, ma che nel sentire comune tende ancora a rappresentare il concetto di spiritualità.
Nel nostro tempo le religioni tradizionali non sono più in grado di soddisfare il bisogno di spiritualità delle persone, questa inadeguatezza sposta l’interesse verso una spiritualità laica che, basandosi sull’esperienza personale e sull’introspezione, si distingue per la sua indipendenza da dogmi religiosi e testi sacri. Questo approccio si concentra sul potere dell’esperienza umana, sull’importanza delle relazioni e sulla connessione con il mondo naturale. In questa visione il concetto di spiritualità, non essendo più legato ad una divinità, si stacca dal sacro, ma prende coscienza dei momenti di bellezza, amore e comprensione reciproca che possiamo vivere ogni giorno. La visione laica della spiritualità ci permette di costruire quei principi etici e morali per migliorare le interazioni umane, essa richiede sia un cambiamento individuale che collettivo. Occorre superare le divisioni comprendendo la nostra appartenenza ad un unico cosmo che vive e a collaborare per un futuro migliore. La spiritualità, quindi, deve essere vista come un’opportunità per contribuire attivamente alla costruzione di una società più giusta e solidale.
In definitiva mi sembra di poter affermare che sia teologi che filosofi confluiscano nel pensiero del grande Baruch Spinoza a cui faceva riferimento Albert Einstein.
Più che porsi il problema se vi sia o meno un Dio e tra i vari proposti quale sia quello vero accendendo inutili contrapposizioni, ritengo importante una crescita spirituale, individuale e collettiva del genere umano, in grado di ispirare un’evoluzione della vita sociale verso progetti finalizzati al Bene Comune, alla Giustizia e all’Armonia nel mondo.

Bernard Besret scrive:
…….. Aspiro ad una spiritualità laica, per paradossale che possa sembrare l’espressione. Una spiritualità filosofica, non dogmatica, che non si riferisce ad alcuna storia particolare e non si appella a nessuna rivelazione che pretenda di imporsi come l’unica via di passaggio verso la pienezza. Una spiritualità sapienziale attenta a tutte le espressioni che la saggezza degli uomini ha potuto prendere nel corso dei millenni. Una spiritualità radicale che si sforza di attingere alla radice stessa del nostro essere. Una spiritualità che raggiunge così ciò che è alla radice delle diverse tradizioni, non in ciò che hanno di più specifico, ma al contrario in ciò che la loro specificità traduce di più universale.
Romano Madera scrive:
………. Che orientamento diamo alla nostra vita, quale è la nostra gerarchia di valori, come è costruita la rete di significati con la quale cerchiamo di comprendere il mondo e la nostra biografia? Per millenni cercare di rispondere a queste domande è stato compito delle diverse religioni e, in certi casi, delle diverse filosofie. Ma nel mondo moderno i processi di secolarizzazione e disincantamento del mondo hanno perlomeno affievolito la fiducia nelle credenze religiose, mentre il prodigioso sviluppo delle scienze della natura e dell’uomo ha ridotto sempre di più la filosofia a disciplina accademica, magari affascinante ma poco credibile come guida per la vita. D’altro lato la maggiore consapevolezza del valore di culture diverse ha fatto emergere l’estrema diversità delle proposte religiose e la loro storica conflittualità. Se le risposte sembrano indebolite o isterilite, la domanda di senso si fa tanto più acuta quanto più sembra destinata ad essere vana. Lo testimoniano, in vari modi, l’epidemia di disagio psichico e il furioso divampare di fanatismi e fondamentalismi di ogni genere.
Massimo Diana scrive:
………. La Spiritualità laica possiamo intenderla come un ‘contenitore’, uno spazio vuoto senza ‘contenuti’ predefiniti, senza connotazioni dogmatiche, senza identità rigide; uno spazio aperto che ‘contiene’ la pluralità delle Religioni e tutti i possibili (passati, presenti e futuri) Orientamenti di senso, anche atei o agnostici. La mia convinzione è che la pratica e l’esercizio di pochi minuti al giorno dedicati all’ascolto, alla meditazione, alla preghiera, possano portare molto beneficio alla qualità della nostra vita. Non una illusoria e pretestuosa promessa di felicità, ma la convinzione che l’enorme patrimonio della ricerca spirituale che ha accompagnato l’evoluzione della specie umana incroci il bisogno profondo e il desiderio più alto di ogni uomo e di ogni donna. Tale patrimonio, nell’era della globalizzazione, non è più monopolio delle grandi Istituzioni religiose perché appartiene a tutti e a ciascuno. A una comunità di spiritualità laica.
Non è necessario avere una religione per avere una morale, perché se non si riesce a distinguere il bene dal male quella che manca è la sensibilità, non la religione.
Margherita Hack
La religione è per coloro che hanno paura di andare all’inferno, la spiritualità è per coloro che ci sono già stati
Detto siux
L’unica certezza per un credente è il fatto che lui creda.
Anonimo
Il mio pensiero, il mio amore, la mia felicità, le mie emozioni, la mia onestà, la mia lealtà, moriranno con me, ma non per questo sono meno vere.
Anonimo
Per un fanciullo la religione significa semplicemente paura. Dio è un uomo potente che vede tutto; Egli può vederti dovunque tu sia. Per un fanciullo spesso ciò significa che Dio può persino vedere quello che avviene sotto le coperte. E introdurre la paura nella vita di un fanciullo è il peggiore di tutti i delitti.
Alexander S. Neill
Personalmente non ho nulla contro chi crede in un Dio, non importa quale. Sono contrario a chi pretende che il suo Dio sia l’autorità che gli permette di imporre delle restrizioni allo sviluppo e alla gioia dell’umanità.
Alexander S. Neill
Chiedo ai genitori di far nascere una civiltà su cui non pesi il peccato originale. Chiedo ai genitori di eliminare ogni necessità di redenzione semplicemente dicendo ai figli che essi sono nati buoni, non cattivi.
Chiedo ai genitori di dire ai bambini che è questo mondo che può essere e deve essere reso migliore, di impiegare qui e ora le loro energie e non in una mitica vita eterna di là da venire.
Anonimo
Nessun ateo ha mai commesso delitti in nome del suo ateismo; ma forse è perché gli atei non sono ancora organizzati così bene come i credenti.
Pino Caruso
Ciò che si può affermare senza prove, può essere respinto senza prove.
Christopher Hitchens
L’ateismo non è una religione. E’ una relazione personale con la realtà.
Anonimo
Se siete in crisi, vi sbattete in ginocchio e pregate il Signore, i santi e la Madonna che vi vengano a tirar fuori. Noi atei, al contrario, non ci possiamo attaccare a nessun Santissimo. Per le nostre colpe dobbiamo rivolgerci solo alla nostra coscienza.
Dario Fo
Io sono un ateo, in tutto e per tutto. Mi ci è voluto parecchio tempo per dirlo. Io sono stato ateo per anni e anni ma in qualche modo sentivo che era una scorrettezza intellettuale dire si è atei, perché suppone una conoscenza che non si ha. In qualche modo era meglio dire che si è umanisti o agnostici. Io non ho prove evidenti che Dio non esista, ma ho il così forte sospetto che non ci sia che non voglio sprecare il mio tempo.
Isaac Asimov
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