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Da “fuori” si vede meglio

Presi come siamo dai nostri impegni quotidiani, affascinati e allo stesso tempo soggiogati dalla velocità, disposti a rinunciare all’essere in favore dell’apparire e, integrati negli ingranaggi, dobbiamo girare come trottole impazzite per come girano tutti senza il tempo di pensare profondamente, pena l’esclusione. 

Nel 1998 Peter Weir diresse il film “The Truman Show”, un’opera che ha stimolato la visione della nostra società in cui, esasperati dai media e dalla TV, non siamo più in grado di distinguere finzione e realtà. 

Viviamo in una civiltà sbilanciata verso l’apparire piuttosto che l’essere, ne è testimone il successo dei  “Reality Show” in cui  ciò che accade è considerato “vero” anche se totalmente programmato e controllato.

Nel 1999 Andy e Larry Wachowski lanciano il loro film Matrix in cui si sostiene che la realtà è diversa da come ci appare, e si fa l’ipotesi che ci sia qualcuno che appositamente crea un mondo illusorio allo scopo di ingannarci e di tenerci sottomessi.

L’interpretazione di questi film ci porta all’allegoria della caverna di Platone in cui si tenta di svegliare il lettore dalla visione di un mondo apparente rispetto ad un mondo vero.

Nel passo iniziale del libro VII della Repubblica, Platone rappresenta la condizione umana proprio con l’allegoria della caverna.

Nel racconto vengono descritti uomini imprigionati in una grotta, incatenati in modo da poter guardare solo nella parete di fondo della caverna.

La loro realtà (avendo conosciuto solo quella) si fonda quindi esclusivamente sulle ombre proiettate dalla luce proveniente dall’ingresso, lo stesso vale per l’eco dei suoni. Un prigioniero riesce in qualche modo a liberarsi e affacciandosi al mondo esterno ne resta stravolto, una volta compreso l’inganno torna indietro per liberare i suoi compagni che increduli lo uccidono.

In questa allegoria la caverna oscura rappresenta la nostra società, il mondo in cui viviamo, mentre le ombre proiettate sul fondo rappresentano le nostre credenze e le nostre convinzioni. Purtroppo non possiamo voltarci a causa delle catene che rappresentano la nostra ignoranza supportata dalla falsa informazione e dalla cultura dell’apparire. La liberazione dello “schiavo” e la sua lenta abitudine alla luce rappresenta la conoscenza che libera la mente.

Il suo ritorno nella caverna e la sua uccisione da parte dei compagni che lo prendono per pazzo, rappresenta proprio ciò che succede a coloro che cercano di svegliare troppo velocemente le persone dal loro torpore. 

Platone nella sua opera Repubblica, libro VII, 514 – Confine III descrive Socrate mentre parla con Glaucone, figlio di Ariston, e gli espone “il mito della caverna”

Dopo tutto questo» dissi, «paragona la nostra natura, in rapporto all’educazione e alla mancanza di educazione, a una condizione di questo tipo. Immagina dunque degli uomini in una dimora sotterranea a forma di caverna, con un’entrata spalancata alla luce e larga quanto l’intera caverna; qui stanno fin da bambini, con le gambe e il collo incatenati così da dover restare fermi e da poter guardare solo in avanti, giacché la catena impedisce loro di girare la testa; fa loro luce un fuoco acceso alle loro spalle, in alto e lontano; tra il fuoco e i prigionieri passa in alto una strada, e immagina che lungo di essa sia stato costruito un muretto, simile ai parapetti che i burattinai pongono davanti agli uomini che manovrano le marionette mostrandole, sopra di essi, al pubblico.»

«Vedo» disse.

«Vedi allora che dietro questo muretto degli uomini portano, facendoli sporgere dal muro stesso, oggetti d’ogni genere e statuette di uomini e di altri animali di pietra, di legno, foggiate nei modi più vari; com’è naturale alcuni dei portatori parlano, altri tacciono.»

«Strana immagine descrivi» disse, «e strani prigionieri.»

«Simili a noi» dissi io. «Pensi innanzitutto che essi abbiano visto, di se stessi e dei loro compagni, qualcos’altro se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta loro di fronte?»

«E come potrebbero» disse, «se sono costretti per tutta la vita a tenere la testa immobile?»

«E lo stesso non accadrà per gli oggetti che vengono fatti sfilare?»

«Sì.»

«Se dunque fossero in grado di discutere fra loro, non pensi che essi chiamerebbero oggetti reali le ombre che vedono?»

«Necessariamente.»

«E se la prigione avesse un’eco dalla parete verso cui sono rivolti, ogni volta che uno dei portatori parlasse, credi penserebbero che a parlare sia qualcos’altro se non l’ombra che passa?»

«Per Zeus, io no di certo» disse.

«Insomma questi prigionieri» dissi io «considererebbero la verità come nient’altro che le ombre degli oggetti artificiali.»

«È del tutto necessario» disse.

«Osserva ora» io dissi «che cosa rappresenterebbero per costoro lo scioglimento dai loro legami e la guarigione dalla loro follia, se per natura accadesse loro qualcosa di questo genere. Quando uno fosse sciolto e improvvisamente costretto ad alzarsi, a girare il collo, a camminare, ad alzare lo sguardo verso la luce, tutto questo facendo soffrirebbe e a causa del riverbero non potrebbe fissare gli occhi sugli oggetti di cui prima vedeva le ombre; che cosa credi risponderebbe, se qualcuno gli dicesse che prima vedeva semplici illusioni, e che ora, più vicino all’essere e rivolto verso oggetti dotati di maggiore esistenza, vede in modo più corretto, e se inoltre, mostrandogli ognuno degli oggetti che sfilano, gli chiedesse che cosa è, e lo costringesse a rispondere? non credi che sarebbe in difficoltà e riterrebbe che ciò che vedeva prima era più vero di quel che adesso gli si mostra?»

«Molto di più» disse.

«E se ancora lo si obbligasse a rivolgere lo sguardo verso la luce stessa, non proverebbe dolore agli occhi, e non si volgerebbe per fuggire verso ciò che può guardare, non penserebbe che questo è in realtà più chiaro di quanto gli viene mostrato?»

«Proprio così» disse. «E se poi» dissi io «lo si portasse via con la forza, su per la salita aspra e ripida, e non lo si lasciasse prima di averlo trascinato alla luce del sole, non soffrirebbe forse, non protesterebbe per essere così trascinato? ed una volta giunto alla luce, gli occhi abbagliati dal suo splendore, potrebbe vedere una sola delle cose che ora chiamiamo vere?»

«No di certo» disse, «almeno di primo acchito».

«Avrebbe dunque bisogno, penso, di assuefazione, per poter vedere le cose di quassù. Prima potrebbe osservare, più agevolmente, le ombre, poi le immagini riflesse nell’acqua degli uomini e delle altre cose, infine le cose stesse; di qui potrebbe passare all’osservazione dei corpi celesti e del cielo stesso durante la notte, volgendo lo sguardo alla luce degli astri e della luna con maggior facilità che, di giorno, al sole e alla sua luce.»

«E come no?»

«E finalmente, penso, potrebbe fissare non già le parvenze del sole riflesse nell’acqua o in luoghi estranei, bensì il sole stesso nella sua propria sede, e contemplarlo qual è.»

«Necessariamente» disse.

«E allora giungerebbe ormai, intorno al sole, alla conclusione che esso, oltre a provvedere alle stagioni e al corso degli anni, e a regolare ogni cosa nel mondo visibile, è anche in qualche modo la causa di tutto ciò che essi vedevano nella caverna.»

«È chiaro» disse «che a quel punto giungerebbe a queste conclusioni.»

«Ma allora, ricordando la sua precedente dimora e il sapere di laggiù e i suoi compagni di prigionia, non credi che sarebbe felice del proprio mutamento di condizione, e compiangerebbe gli altri?»

«Certo.»

«Quanto poi agli eventuali onori e lodi che i prigionieri si tributavano reciprocamente, quanto ai premi conferiti a chi scorgeva più acutamente le ombre che passavano, e meglio ricordava quali di solito venivano prime, quali ultime e quali contemporaneamente, e su questa base indovinava più efficacemente il futuro passaggio, pensi che egli sarebbe ancora desideroso di ottenerli e invidioso di quelli che ricevono onori e potere fra i prigionieri, o piuttosto, condividendo quel che dice Omero, preferirebbe di molto “esser bifolco, servire un padrone, un diseredato”, e sopportare qualsiasi prova pur di non opinare quelle cose e vivere quella vita?»

«Così» disse «credo anch’io: tutto accetterebbe di soffrire piuttosto che vivere in quel modo.»

«Rifletti ancora su questo» dissi io. «Se costui, ridisceso, si sedesse di nuovo al suo posto, non avrebbe forse gli occhi colmi di oscurità, venendo di colpo dal sole?» «Certo» disse.

«Ma se dovesse di nuovo discernere quelle ombre e disputarne con quelli che son sempre rimasti in catene, mentre vede male perché i suoi occhi non si sono ancora assuefatti, ciò che richiederebbe un tempo non breve, non si renderebbe forse ridicolo, non si direbbe di lui che, salito quassù, ne è tornato con gli occhi rovinati, e dunque non val la pena neppure di tentare l’ascesa? e chi provasse a scioglierli e a guidarli verso l’alto, appena potessero afferrarlo e ucciderlo, non lo ucciderebbero?»

«Sicuramente» disse.

«Quest’immagine pertanto, caro Glaucone» io dissi, «va applicata tutta intera a quel che dicevamo prima: la regione che ci appare tramite la vista è da paragonare alla dimora dei prigionieri, la luce del fuoco che sta in essa alla potenza del sole; ponendo poi la salita quassù e la contemplazione di quel che vi è quassù come l’ascesa dell’anima verso il luogo del noetico non t’ingannerai sulla mia aspettativa, dal momento che vuoi conoscerla. Dio solo sa se essa può esser vera. Questo è comunque quel che a me appare: all’estremo confine del conoscibile v’è l’idea del buono e la si vede a stento, ma una volta vistala occorre concludere che essa è davvero sempre la causa di tutto ciò che vi è di retto e di bello, avendo generato nel luogo del visibile la luce e il suo signore, in quello del noetico essendo essa stessa signora e dispensatrice di verità e di pensiero; e che deve averla vista chi intenda agire saggiamente sia nella vita privata sia in quella pubblica.»

«Sono d’accordo anch’io» disse, «almeno come mi è possibile.»

«Su, allora» dissi io: «convieni anche su questo fatto, che non c’è da sorprendersi se chi è giunto fino a tal punto non voglia poi occuparsi delle faccende degli uomini, e la sua anima aspiri sempre a restare lassù: è in effetti del tutto verosimile che sia così, se anche questo sta nel modo descritto dalla nostra immagine.»

«Verosimile, certo» disse.

Platone inserisce nel suo racconto Socrate, che ha sempre ammirato come suo maestro e il fratello Glaucone:

Immagina – gli dice – delle persone che vivono fin dall’infanzia rinchiuse in una caverna, incatenate così strettamente da non poter neanche girare la testa. La caverna ha un’apertura che dà sull’esterno, ma la gente che ci vive ha lo sguardo rivolto verso la parete in fondo, e non vede l’uscita. Alle spalle dei prigionieri, in alto e lontano da loro, c’è un fuoco acceso che fa luce. Fra il fuoco e i prigionieri c’è un muro, lungo e basso, come quelli che costeggiano le strade di campagna. Dietro al muro, altre persone tengono in mano degli oggetti (statuette di animali e di uomini e altri oggetti di ogni genere) e li fanno sporgere al di sopra del muro. La luce del fuoco proietta dunque le ombre degli oggetti sulla parete di fronte ai prigionieri. Quelle ombre sono le uniche cose che i prigionieri abbiano mai visto, costretti come sono a star lì fermi, senza potersi voltare. Dunque – afferma Socrate – quelle persone credono che le ombre siano oggetti reali.  

A questo punto, Glaucone interrompe Socrate e commenta: «strana immagine descrivi  e strani prigionieri». In effetti, è un’immagine insolita, non conosciamo casi di persone che abbiano vissuto incatenate fin dalla nascita, costrette in fondo a una caverna. Sorprendentemente, Socrate risponde che i prigionieri sono «simili a noi». Anche noi abbiamo conosciuto solo ombre, proiezioni degli oggetti reali, perché gli oggetti veramente reali, le idee, non sono conosciuti come tali da tutti. Ci vuole una buona educazione filosofica per uscire dalla caverna dell’opinione e accedere alla conoscenza e alla scienza. 

Il racconto va avanti. Socrate dice ora a Glaucone di immaginare che uno di questi prigionieri sia improvvisamente liberato dalle catene, costretto ad alzarsi, girarsi e muoversi verso l’entrata della caverna. Dopo essere stato legato al buio tutta la vita, all’inizio sarebbe accecato dalla luce e gli farebbero male gli occhi. Vorrebbe tornare indietro e non crederebbe a nulla di ciò che vede. Avrebbe bisogno di tempo per abituarsi – dice Socrate. Solo piano piano riuscirebbe a vedere qualcosa. Inizialmente, uscito dalla caverna, potrebbe soffermarsi a guardare i riflessi delle cose nell’acqua. Solo dopo, riuscirebbe a vedere le cose stesse. All’inizio gli sarebbe più facile guardare il cielo e le stelle di notte, piuttosto che le cose illuminate dalla luce del giorno. Infine, abituatosi alla luce, arriverebbe a guardare direttamente il sole. Il prigioniero liberato, finalmente in grado di vedere il sole, sarebbe felice della sua nuova condizione e compiangerebbe chi è rimasto nella caverna.

Ora – dice Socrate a Glaucone – prova a immaginare cosa accadrebbe se il prigioniero liberato tornasse nella caverna. Come prima aveva avuto bisogno di tempo per abituarsi alla luce, così ora non riuscirebbe subito a vedere nell’oscurità. Gli altri lo troverebbero ridicolo, goffo, e non gli crederebbero quand’egli dicesse loro che vale la pena di uscire, di vedere la luce del sole, di conoscere il mondo fuori dalla caverna. Nessuno gli crederebbe, lo considererebbero un impostore. Addirittura, se lui provasse a liberarli, a portarli fuori – conclude Socrate – lo ucciderebbero per impedirglielo.

Mentre un personaggio esterno avrebbe un’idea completa della situazione, i prigionieri, non conoscendo cosa accada realmente alle proprie spalle e non avendo esperienza del mondo esterno (incatenati fin dall’infanzia), sarebbero portati ad interpretare le ombre “parlanti” come oggetti, piante, animali, e persone reali.  Un racconto molto istruttivo per chi vuol comprendere ed ha l’umiltà di aspettare che gli occhi si possano abituare alla luce. Da fuori si vede meglio perché non essendo coinvolti nel contesto che crediamo vero è più facile osservare la realtà. Il parallelismo tra il film The Truman Show e l’allegoria della caverna è molto stretto, si può infatti assimilare Truman alla schiavo liberato ed i relativi dubbi sulla reale esistenza del suo mondo. Quando comprende di aver vissuto per trent’anni in un mondo falso, con false relazioni, falsi amici, un falso lavoro, una falsa vita, gli si presenta il dilemma se mantenere quella falsa vita ma tranquilla (come proposto dal regista), oppure affrontare il mondo reale. Come non collegare queste allegorie al mondo in cui viviamo? 

Se siamo giunti al momento in cui il desiderio di aprire gli occhi è più forte di della volontà di tenerli chiusi, possiamo cogliere alcuni insegnamenti sia dall’allegoria di Platone che da quella del The Truman Show. Possiamo essere liberi dalle catene imposte da questo mondo cercando di capire cosa si nasconde dietro l’apparenza. La verità può essere anche più dolorosa ma è sempre preferibile alle illusioni che non ci permettono di essere noi stessi.

La spiegazione sintetizzata dal Prof. Andrea Bosio

L’allegoria della caverna è un potente simbolo della condizione umana. Platone utilizza questa storia per illustrare come gli esseri umani siano prigionieri di una realtà illusoria, incapaci di percepire il mondo vero se non attraverso una trasformazione intellettuale. Le ombre proiettate sulla parete della caverna rappresentano le apparenze sensibili, ciò che vediamo e percepiamo attraverso i nostri sensi, ma che non corrisponde alla vera natura delle cose. Il muro e le catene simboleggiano i limiti imposti dall’ignoranza e dai pregiudizi, che impediscono agli individui di cercare la verità.

Per Platone, il cammino del prigioniero verso la luce rappresenta il processo educativo e filosofico che ogni essere umano dovrebbe compiere. L’uscita dalla caverna simboleggia il passaggio dal mondo delle apparenze al mondo delle idee, il luogo in cui risiede la verità. La luce del sole, che inizialmente acceca il prigioniero, è la metafora della conoscenza autentica e del bene supremo, che per Platone è il fondamento di tutto ciò che esiste. Solo chi riesce a contemplare le idee, soprattutto l’idea del Bene, può comprendere appieno la realtà e vivere una vita giusta.

L’atto di tornare nella caverna, invece, rappresenta il compito del filosofo. Chi ha raggiunto la verità non può accontentarsi di goderne da solo, ma ha il dovere morale di guidare gli altri verso la conoscenza. Tuttavia, Platone sottolinea come questo compito sia arduo: chi è prigioniero delle illusioni spesso non è disposto a liberarsi, e chi tenta di mostrar loro la verità viene visto con sospetto e ostilità. Questo rifiuto della conoscenza è una critica di Platone alla società del suo tempo, che preferisce le illusioni e le opinioni alle verità filosofiche.

L’allegoria della caverna si inserisce nella più ampia teoria delle idee di Platone. Secondo questa concezione, esistono due mondi: il mondo sensibile, percepito dai sensi, e il mondo intellegibile, accessibile solo attraverso il pensiero e la riflessione filosofica. Il primo è caratterizzato dall’instabilità e dal cambiamento, poiché le cose materiali sono soggette a nascere, mutare e morire. Il secondo, invece, è il regno delle idee o forme, entità immutabili ed eterne che rappresentano la vera essenza delle cose.

L’allegoria evidenzia anche l’importanza del ruolo educativo. Per Platone, il vero obiettivo dell’educazione non è semplicemente quello di trasmettere informazioni, ma di trasformare l’anima, aiutando l’individuo a passare dalle ombre della caverna alla luce della verità. Questo processo richiede uno sforzo costante e una guida adeguata, rappresentata dal filosofo-re, colui che ha visto il sole e che, con la sua saggezza, è capace di guidare la polis verso una vita giusta e ordinata.

L’interpretazione del mito della caverna va oltre la filosofia platonica e trova risonanze anche nelle epoche successive. Molti pensatori e autori hanno visto in questa allegoria un riferimento all’eterna lotta tra la conoscenza e l’ignoranza, tra il progresso intellettuale e la resistenza al cambiamento. Il cammino del prigioniero liberato rappresenta il difficile percorso di chi cerca la verità in una società che spesso preferisce restare confinata nelle proprie certezze.

Molti anni fa nel mio peregrinare da un Dojo all’altro in cui approfondire la conoscenza delle arti marziali, un maestro mi disse che nel momento in cui si affronta un avversario, dovremmo imparare a portare la mente in alto, sopra l’area dell’incontro, per avere una visione completa di dove ci troviamo rispetto al nostro avversario. Un consiglio di cui ho sempre fatto tesoro soprattutto nella vita di relazione.

Il futuro appartiene a coloro che credono nella bellezza dei propri sogni 

Eleanor Roosevelt

Essere te stesso in un mondo che cerca costantemente di farti diventare qualcos’altro è il risultato più grande.                       

Ralph Waldo Emerson

Quando sei felice di essere semplicemente te stesso e non fai confronti e non gareggi, tutti ti rispettano.           

Lao Tzu

Sii il cambiamento che vorresti vedere avvenire nel mondo.

Mahatma Gandhi 

Il mondo è un posto pericoloso, non a causa di quelli che compiono azioni malvagie ma per quelli che osservano senza fare nulla.             

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Più che per la repressione, soffro per il silenzio del mondo.

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Il mondo è un bel posto e per esso vale la pena di lottare.

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La mia casa è piccola ma le sue finestre si aprono su un mondo infinito.

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Solo perché non capiamo non significa che non esista

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Non sono gli occhi a vedere, ma noi a vedere attraverso gli occhi.

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Dobbiamo cercare per i nostri mali una causa che non sia Dio.

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Cercare la felicità fuori di noi è come aspettare il sorgere del sole in una grotta rivolta a nord.

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