Camminare fa bene….. camminare bene fa meglio (Marcello Marini)
La camminata è una delle attività più comuni dell’essere umano tanto da essere considerata un’azione semplice a cui spesso non viene data la sua effettiva importanza. Una capacità motoria nata dall’esigenza di spostarci, per fame, difesa, attacco e che si è evoluta nel corso di milioni di anni affinando tutti gli aspetti che la costituiscono in relazione ad un ambiente naturale. Da pochi anni (poco più di duemila) invece l’uomo si è inventato pavimenti, strade, città, fino ad arrivare alle automobili, compüter, televisioni,
ascensori. Inoltre le persone si muovono sempre meno mangiando sempre di più e in maniera tutt’altro che naturale. Circa 4000 anni fa solo gli egiziani più ricchi potevano permettersi pavimenti piani in mosaico, ma è del 1900 la prima strada asfaltata, ed è in questo ambiente innaturale costruito dall’uomo moderno che l’esperienza maturata negli anni fornisce ad ogni persona sana la capacità di deambulare in maniera automatizzata permettendo di effettuare altre azioni in contemporanea.
Ognuno di noi infatti mentre cammina può parlare, guardare, affrontare ostacoli, mantenere l’equilibrio anche di fronte ad eventi inaspettati. L’osservazione della deambulazione all’inizio e alla fine del ciclo di vita di ogni persona ci fa comprendere quanto questa capacità sia estremamente complessa, il bambino prima di disporre di una gestione fine della camminata impiega molti anni, altrettanto in età avanzata, la rigidità, la perdita dell’equilibrio, il calo delle capacità di coordinazione motoria rendono la deambulazione sempre meno efficiente. La deambulazione soddisfa l’esigenza fondamentale per ogni individuo di spostarsi da un luogo all’altro. La capacità di deambulare si sviluppa nei primi 11-15 mesi di vita, all’età di 4-5 anni la deambulazione del bambino ha acquisito molte abilità ma la sua maturazione non è ancora conclusa. Importanti autori hanno espresso l’importanza della deambulazione nella vita dell’essere umano, in effetti la possibilità di spostarsi autonomamente da un luogo all’altro rappresenta un alto grado di indipendenza essenziale per una buona qualità della vita. È quindi importante educare i bambini ad una corretta e completa capacità deambulatoria che deve essere mantenuta più a lungo possibile anche in età avanzata. Ma il cammino non va inteso solo come la possibilità di spostarsi da un posto all’altro, ma come vedremo in questa lettura è molto di più. Per Henry David Thoreau mettersi in cammino è il modo più efficace per tornare alle sorgenti della vita, ritrovare e rinnovare sé stessi, riscoprire la libertà assoluta che solo la natura incontaminata può assicurare. Nel 1862 egli scrisse un saggio in cui cercò di raccontare come il
cammino fosse una forma di meditazione con un incredibile potere catartico. Fin dall’antichità si conoscevano i vantaggi del cammino sul pensiero, alcuni filosofi e pensatori greci, come Aristotele, Socrate, Platone, Pericle, Licurgo, Teofrasto, Demetrio e molti altri studiavano camminando, un metodo che ha dato origine alla scuola peripatetica (dal greco peripatetikos, “che cammina”). Questa pratica era in grado di favorire il dialogo e il pensiero. È anche interessante sapere che ognuno di noi ha un modo suo, molto personale e riconoscibile di camminare, nel 1977 due psicologi, James Cutting e Lynn Kozlowski della Wesleyan University hanno condotto un particolare esperimento, il primo di questo ambito. Con delle telecamere essi hanno ripreso un gruppo di partecipanti mentre camminavano sia in gruppo che da soli, i video sono stati poi elaborati in modo che non si potessero riconoscere i particolari della faccia, dei capelli o del vestimento trasformando le
immagini in figure di cui resta integro il contorno. Mostrando il risultato dei video agli amici dei partecipanti i due studiosi scoprirono che ogni soggetto veniva riconosciuto esclusivamente dal proprio modo di camminare.
Il camminare è personale
Altri studi hanno approfondito questo fenomeno e si è addirittura scoperto che ci sono delle aree del cervello dedicate a questo, confermando la nostra capacità di riconoscere amici e familiari dal modo in cui camminano. Nel 2017 una scienziata del National Institute of Standards and Technology del Maryland, Carina Hahn, ha sottoposto diciannove persone a una risonanza magnetica mentre guardavano video di loro conoscenti che gli venivano incontro. Nel momento in cui riuscivano a riconoscerli attraverso la camminata si evidenziava l’attivazione di un’area del cervello dietro l’orecchio (il solco temporale superiore). Appena la persona osservata era sufficientemente vicina da vederle il volto, si attivava un’altra area del cervello. Inoltre dalla camminata siamo in grado di comprendere lo stato d’animo, le intenzioni o addirittura alcuni tratti della personalità. La tristezza di chi cammina lentamente con le spalle basse, la felicità di chi cammina con un passo slanciato o la rabbia di un passo pesante. Alcuni studi hanno appurato che i più dotati in questo riconoscimento sono gli psicopatici, una psicologa della Brock University in Ontario, nel 2013 effettuò uno studio in cui mostrò dei video di studenti mentre stavano camminando a quarantasette carcerati di massima sicurezza. Questi, soprattutto quelli definiti psicopatici, furono in grado di individuare i più fragili e vulnerabili, cioè le loro vittime più probabili.
Omar Costilla-Reyes del Massachusetts Institute of Technology ha sviluppato un algoritmo in grado di identificare gli individui dalle loro orme. Nel 2012 il Dipartimento della Difesa americano ha riconosciuto una borsa di studio a Rama Chellappa, professore di ingegneria all’università del Maryland, esperto in riconoscimento della camminata e apprendimento automatico. Sia la demenza che l’Alzheimer, già da prima che si manifestino in maniera evidente, alterano la camminata. Attraverso queste apparecchiature
potremmo essere in grado di effettuare una diagnosi precoce di queste terribili malattie. Per William Wordsworth, noto come “poeta camminatore”, le lunghe camminate sulle montagne non erano solo un’attività fisica, ma un modo per risanare se stessi e connettersi con il mondo, conferendo alla natura un valore etico e morale. Per questo particolare poeta le passeggiate non erano semplici camminate, ma esperienze che nutrivano la sua anima, lo portavano a contemplare la natura e ad avere un insight (una comprensione profonda) sulla vita, rendendolo un poeta profondamente legato a questa attività come mezzo di scoperta personale e spirituale. Negli anni ’80 del secolo scorso in Giappone è nata una pratica in risposta all’aumento dello stress lavorativo, con l’intento di promuovere il contatto con la natura e la salute.
Il cammino salutare
Camminare è un gesto semplice, quotidiano, spesso dato per scontato. Ma cosa accade quando ogni passo diventa un atto di consapevolezza? Lo Shinrin-yoku, o “bagno nella foresta”, è una pratica medica che consiste nell’immergersi nella natura, camminando lentamente e risvegliando i sensi per favorire il benessere psicofisico. Non ha finalità sportive, ma si concentra sull’esperienza multisensoriale del bosco, che rigenera mente e corpo, migliorando umore, concentrazione e sonno. La pratica stimola il rilascio di sostanze benefiche (fitoncidi e monoterpeni) presenti nei boschi, che rafforzano il sistema immunitario e riducono stress, ansia e depressione. Alcuni studi mostrano anche benefici come la diminuzione dei livelli di zucchero nel sangue e del ritmo cardiaco. A conferma della sua efficacia il sistema sanitario nazionale giapponese, pur molto attento ad evitare ogni forma di spreco, prescrive e sostiene economicamente questa pratica. Con il nome di forest bathing si sta diffondendo come forma di turismo sostenibile anche in occidente, anche se personalmente ritengo che, come ormai comunemente succede nella nostra società, si stia diffondendo più come business che non come pratica sanitaria.
Luca Gianotti nell’introduzione al suo libro “l’arte del camminare” scrive:
Viaggiare camminando vuol dire entrare in contatto con la Terra, che calpestiamo passo dopo passo, e con la sua Natura a cui abbandonare i nostri sensi per farsi accogliere da Lei in un abbraccio ristoratore e rigenerante. E dunque abbracciare un albero, dormire sotto le stelle, ascoltare il silenzio, annusare e assaggiare le erbe incontrate, bagnarsi nei torrenti o nelle calette isolate dei mari mediterranei, ammirare il volo di un rapace, sono tutte emozioni che ci riempiono di energia. È un viaggiare a bassa velocità, e quindi è la forma di viaggio che consente maggiormente un approfondimento verticale dei luoghi attraversati. Il camminare si è evoluto in questi anni da attività sportiva e performante (arrivare sulla cima) a attività di vagabondaggio, spirituale, di crescita interiore. Il camminare sempre di più è un gesto rivoluzionario, controcorrente, ma anche un bisogno profondo che torna a galla.
Per Jean-Jacques Rousseau, il grande vantaggio del camminare è che ci si può muovere a proprio piacimento, facendo tutto o niente a scelta. Si può vedere il paese che si attraversa, girare a destra o a sinistra se si vuole, esaminare tutto ciò che interessa. Nell’Emilio egli scrive: “Viaggiare a piedi è viaggiare alla maniera di Talete, Platone e Pitagora. Mi è difficile capire come un filosofo possa decidersi a viaggiare in un altro modo; come possa staccarsi dallo studio delle ricchezze che si trovano davanti ai suoi occhi e sotto i suoi piedi”. Aggiunge che chi viaggia in carrozze ben imbottite è sempre “cupo, pieno di difetti o malato”, mentre chi viaggia a piedi è “sempre allegro, spensierato e contento di tutto”.
Frédéric Gros nel suo saggio “Una filosofia del camminare”, riscopre l’Agorazein greco e il suo rapporto col pensiero: “Tutto è calmo,” egli scrive “in attesa e in riposo. Si è fuori dal chiacchiericcio del mondo, dai suoi echi di corridoio, dai suoi borbottii. Camminare: all’inizio ti colpisce come un immenso respiro nelle orecchie. Si sente il silenzio come se fosse un grande vento fresco che spazza via le nuvole”. Il silenzio raccolto camminando è rinfrescante e ristoratore.
Anche Roberta Russo nell’introduzione al suo libro “ L’arte di camminare Per fare ordine nella propria vita” scrive:
Che cosa ci accade quando cominciamo a camminare un’ora al giorno nel verde di un parco, lungo un fiume o in un bosco? Inizia una vera e propria metamorfosi. Tutte le sfere del nostro essere sono coinvolte: corpo, mente e spirito. Camminare vuol dire alleggerirsi, uscire dalle dipendenze emotive, fare ordine nella propria vita per diventare più forti e consapevoli. La scrittrice indica un vero percorso per cominciare a camminare con i piedi, la mente, l’anima, in armonia con la creazione, il tempo e la vita.
Più di cento anni fa Stephen Graham ha scritto “L’arte gentile di camminare. Una guida filosofica” :
Un libro che può considerarsi una guida pratica e filosofica per il camminatore e viandante che desidera scoprire il mondo, lontano dalle comodità e dalle convenzioni. L’autore esplora ogni aspetto di quest’arte gentile: dagli abiti e dagli scarponi più adatti alla scelta dello zaino, fino alle riflessioni più profonde sul significato del camminare e sulla connessione che quest’atto così primitivo ed elementare ha con la libertà umana. Precursore della filosofia del “viaggiare leggeri”, Graham sprona il lettore a «scoprire il mondo a piedi», e ad abbandonare la comoda sicurezza del divano e delle mura domestiche per vivere la natura in modo più intenso e consapevole, lungo sentieri sconosciuti. Inoltre, esortandoci a uscire di casa per metterci in cammino, invita a compiere il primo passo verso la scoperta più grande: quella di se stessi. Perché, dopotutto, «camminando non ci si guadagna da vivere, ma si conquista la felicità».
Molto significativo il titolo che Erling Kagge ha dato al suo libro “Camminare è diventato un gesto sovversivo”, e nella descrizione del libro si legge:
Non serve essere atleti professionisti, aver scalato l’Everest o raggiunto il Polo Nord, come Erling Kagge. La rivoluzione è alla portata di chiunque. Basta decidere di rinunciare a qualche comodità e spostarsi a piedi ogni volta che è possibile. Anche in città, anche nel quotidiano. Sottrarsi alla tirannia della velocità significa dilatare la meraviglia di ogni istante e restituire intensità alla vita. Chi cammina gode di migliore salute, ha una memoria più efficiente, è più creativo. Soprattutto, chi cammina sa far tesoro del silenzio e trasformare la più semplice esperienza in un’avventura indimenticabile.
Ognuno degli autori citati racconta verità inconfutabili, ma come premesso nel sottotitolo “camminare fa bene… ma camminare bene fa meglio” una citazione fatta anni fa da un carissimo amico e collega, Marcello Marini, sintetizza tutto il lavoro che mia moglie Fabiola ed io abbiamo svolto nell’arco di 25 anni di studi sul cammino. Quando i colleghi che partecipano ai nostri corsi, o nel corso di alcune conferenze ci fanno domande sulle relazioni di un cammino corretto, cerchiamo di rispondere facendo l’esempio dell’’antenna ricevente che riesce a ricevere il segnale dell’emittente solo quando le loro frequenze sono sintonizzate perfettamente. Possiamo assimilare il nostro organismo ad un antenna in grado di ricevere le frequenze che il bosco e la natura in genere ci trasmettono solo quando i nostri sistemi sono in equilibrio e quindi disponibili a sintonizzarsi su quelle specifiche frequenze. Quindi concordo sul fatto che tutte le persone sane possono camminare, ognuno a proprio modo in base alle proprie esperienze e ai compensi che nel tempo ha sviluppato, ognuno può sicuramente trarre un beneficio dall’attività del cammino, ma visto che il cammino è un buon esercizio per la salute, perché non farlo bene per trarne un maggior vantaggio?
Gli studi sul cammino
Due Psicologi, Robert Levine e Ara Norenzayan, hanno condotto uno studio particolarmente accurato sulla velocità media del cammino umano. Analizzando oltre 2000 persone di paesi diversi hanno visto che mediamente gli esseri umani sono in grado di camminare a lungo senza sentirsi spossati mantenendo una velocità di 4,8 Km/h. Naturalmente ci sono delle differenze individuali ma anche tra paesi diversi, infatti i due ricercatori hanno rilevato che gli irlandesi e gli olandesi tendono a essere leggermente più veloci (5,8 chilometri l’ora), mentre i brasiliani e i rumeni hanno un passo più rilassato (4 chilometri l’ora). Ulteriori studi sul dispendio energetico in relazione alla velocità di cammino hanno rilevato che ognuno di noi ha una velocità ottimale strettamente personale, infatti il consumo energetico si incrementa sia aumentando che diminuendo la velocità ottimale. Se ognuno di noi ha una velocità di camminata ottimale, cosa succede quando persone con velocità ottimale diversa camminano insieme? Sembra che nei gruppi di cammino si tenda inconsciamente ad incontrarsi in una velocità ottimale che minimizza i costi energetici per l’intero gruppo.
Per milioni di anni gli esseri umani si sono spostati utilizzando il cammino che è parte integrante della nostra storia evolutiva. Purtroppo, come scrive lo Geoff Nicholson, camminavamo perché non avevamo altra scelta fino a che avendone la possibilità abbiamo scelto di non farlo, a scapito della nostra salute.
Per comprendere l’importanza del cammino, anzi, preferisco precisare, l’importanza del camminare bene occorre fare qualche approfondimento nell’ambito della Fisiologia. Se l’essere umano è un network di sistemi complessi in equilibrio dinamico il cui mantenimento è la base della salute, come ci stanno insegnando le “nuove scienze”, la strutturazione non è figlia di un obbligato percorso predeterminato dalla genetica, quanto una fine interazione tra ambiente esterno ed interno che prende il nome di epigenetica.
I nostri equilibri interni sono estremamente complessi e vanno studiati da varie angolazioni, dall’endocrinologia alla biomeccanica che sono solo apparentemente distanti tra loro. Un esempio che per la sua drammaticità può stimolare maggiormente l’attenzione sulle relazioni tra cammino e salute è il tumore al seno. Nel mondo industrializzato in media, nel corso della vita, viene diagnosticato un tumore al seno a una donna su otto. Questo tipo di tumore uccide annualmente più di mezzo milione di persone in tutto il mondo. Fortunatamente alcuni studi scientifici molto approfonditi hanno stabilito come una costante pratica della camminata fisiologicamente corretta sia molto efficace nel combattere questa terribile malattia. Una possibile spiegazione sta nel fatto che sia in grado di abbassare il livello di estrogeni nel sangue attraverso la stimolazione della produzione di globuline leganti gli ormoni sessuali. Questo processo riduce la possibilità di una mutazione nel DNA del tessuto della mammella.
Sia gli studi condotti dal gruppo di Crystal Holick del Fred Hutchinson Center che quelli dei ricercatori sauditi Ezzeldin Ibrahim e Abdelaziz Al-Homaidh, hanno dimostrato che una camminata di un’ora alla settimana è in grado di diminuire il rischio di morte per carcinoma mammario di circa il quaranta per cento, la percentuale sale oltre il cinquanta per cento con una regolare attività di cammino per almeno tre volte alla settimana. Si è scoperto inoltre che questa pratica riduce del ventiquattro per cento il rischio di recidiva in coloro che hanno già avuto il tumore. Un simile abbassamento di recidive si è osservato in uomini con tumore alla prostata che camminano abitualmente dopo la diagnosi. Inoltre nel 2016 uno studio condotto su un milione e mezzo di persone ha concluso che la pratica costante della camminata moderata, diminuisce il rischio di sviluppare tredici tipi diversi di tumore.
Per quanto il tumore sia la malattia maggiormente temuta la causa principale di morte nelle nazioni industrializzate sono le malattie cardiovascolari che sono responsabili di una morte su quattro.
In chi cammina molto il tasso di infarti e di ipertensione arteriosa è sensibilmente minore che negli individui sedentari. Uno studio del 2002 condotto su 40.000 uomini americani ha rivelato che camminare mezz’ora al giorno abbassa del diciotto per cento il rischio di malattie coronariche. Nel corso di questa lettura, per chi avrà la voglia di continuare a leggere, si potranno comprendere come gli slogan relativi a certe linee guida come mezz’ora al giorno di cammino, oppure la camminata veloce ti salva la vita, non facciano parte del nostro bagaglio culturale. Per comprendere come il cammino possa influenzare positivamente la nostra salute occorre avere la pazienza di conoscere alcuni concetti estremamente importanti e che non si integrano con la visione del tutto subito ad alta velocità che piace tanto a questa società.
Le malattie coronariche sono quasi sconosciute nei popoli non industrializzati che si dedicano alla caccia e alla raccolta per sopravvivere. Il Professore di biologia umana all’università della Southern California Dave Raichlen, riferisce che gli Hadza della Tanzania settentrionale mantengono la pressione sanguigna bassa anche quando invecchiano, hanno un tasso di colesterolo basso e non un accenno di malattie cardiovascolari, ma allo stesso tempo afferma che gli Hadza sono incredibilmente più attivi rispetto alla media degli americani. Ulteriori studi rivelano che gli Tsimané della Bolivia hanno tassi più bassi di malattie coronariche e blocchi delle arterie addirittura cinque volte meno frequenti che nel mondo industrializzato.
Deve essere chiaro che ai benefici della camminata occorre abbinare quelli di una sana ed equilibrata alimentazione, ma il movimento lento e continuo svolge un ruolo estremamente importante. Lo testimoniano le scoperte del Dott. Herman Pontzer, antropologo della Duke University, che studiando le modalità di sfruttamento energetico del corpo umano e mettendo a confronto il diverso utilizzo tra il popolo Hadza e quello americano ha scoperto che la differenza quantitativa di energia consumata è minima. Ci si chiede quindi in quale differente modo i soggetti dei due popoli indagati utilizzino l’energia: nonostante che gli americani, secondo il Nielsen Media Research, passino mediamente sei ore al giorno guardando uno schermo e gli Hadza adulti coprano tra i nove e i quattordici chilometri ogni giorno, l’energia effettivamente consumata è quasi la stessa. Gli americani sfruttano un metabolismo energetico prevalentemente glicidico e tendono ad incrementare una risposta infiammatoria che per una complessa interazione aumenta l’accumulo di grasso corporeo, un accumulo che a sua volta potenzia la capacità di questo vero e proprio organo nel promuovere l’infiammazione. Un circolo vizioso deleterio che andrebbe interrotto attraverso una buona alimentazione ed un costante esercizio fisico aerobico. L’approccio comune all’alimentazione è caratterizzato dall’ossessione che vede nella riduzione calorica l’obiettivo principale, dobbiamo invece ritornare al sano principio già conosciuto e diffuso dal medico greco Ippocrate che, nel IV secolo avanti Cristo, scriveva «Fa’ che il Cibo sia la tua Medicina e che la Medicina sia il tuo Cibo», riconoscendo così come la natura abbia già in sé la cura. Un sondaggio condotto negli Stati Uniti (NHANES 2007-2010) rivela che il 94,3 per cento della popolazione americana non soddisfa il fabbisogno giornaliero di vitamina D, l’88,5 quello di vitamina E, il 52,2 quello di magnesio, il 44,1 quello di calcio, il 43 quello di vitamina A e il 38,9 quello di vitamina C. Inoltre, il 100 per cento della popolazione assume quantitativi inadeguati di potassio, il 91,7 di colina, il 67 di vitamina K. In Italia le cose non vanno molto meglio, anzi non è a caso che all’Italia sia quasi stata assegnata la maglia nera per obesità infantile in Europa, arrivando subito dopo la Grecia, né che i nostri anziani, seppure campioni di longevità, siano i più malati d’Europa: la mancanza di vitamine e minerali va infatti a braccetto con l’obesità e apre le porte alle malattie croniche. Come afferma nei suoi interessantissimi interventi la Dott.ssa Debora Rasio dobbiamo prendere coscienza del funzionamento della nostra meravigliosa macchina-corpo, meravigliosamente messa a punto dalla natura attraverso un adattamento continuo e una completa simbiosi con l’ambiente circostante, a tal punto efficiente da essere in grado di autoripararsi e superare le più svariate e gravi difficoltà per poter garantire a ciascuno una vita lunga e in salute. Ma perché ciò avvenga è prima di tutto necessario confidare in quel delicato equilibrio del nostro organismo da cui siamo partiti e che si fonda su quattro pilastri fondamentali:
mangiare bene;
rispettare i ritmi naturali, scanditi dall’alternanza tra luce e oscurità e dal fluire delle stagioni che dettano, a noi e alle nostre cellule, il giusto tempo per l’attività e quello per il riposo e il ripristino del massimo rendimento;
riscoprire il formidabile potere terapeutico e rigenerativo del digiuno reinterpretato alla luce delle ricerche più recenti che ne hanno confermato il ruolo di «grande medico», adattandolo alle esigenze della vita moderna;
tutelare il microbiota, quel mondo invisibile che abita dentro di noi, formato da miliardi di batteri e virus il cui patrimonio genetico supera il nostro di 150 volte e che ci definisce, dal primo all’ultimo giorno della nostra vita, in modi insospettati.
Possiamo quindi affermare che la tavola rappresenta “la farmacia dei sani”. La consapevolezza data dalla conoscenza è salute a differenza dell’ignoranza, intesa come non conoscenza, che invece può essere malattia. L’obiettivo che ci siamo posti con mia moglie nel portare avanti il programma di Walk in Balance è educare alla vera prevenzione che non si ferma alla dieta, ma si impegna a dare delle conoscenze, teoriche e pratiche, in merito alla fisiologia dell’essere umano, al suo rapporto ed interazioni con l’ambiente, perché solo la conoscenza può darci quella necessaria consapevolezza che ci responsabilizza e non ci rende facili “prede” di chi fonda i propri interessi sulla nostra malattia più che sulla nostra salute. Tutti sappiamo che è meglio prevenire che curare, parole dette anche da chi fuma, fa abuso di alcolici é sedentario e in sovrappeso, ma sappiamo bene che le parole non bastano.
Camminare, Mangiare, Dormire, Parlare, Pensare, Sentire, Amare, Sognare, Condividere il sogno di un ambiente naturale e sociale rispettoso nei confronti di tutti.
Quindi il camminare bene ed il mangiare bene sono due degli aspetti fondamentali che ci permettono di condividere l’affermazione del Prof. Pierluigi Rossi quando scrive che: La vita è un programma biologico, la cui gestione, da parte di ciascuno, è diretta e personale. La più moderna ricerca scientifica, infatti, afferma che le chiavi della salute e della durata della nostra vita dipendono per il 30% dai geni ereditati dai nostri genitori, il 20% dal sistema sanitario e il 50% dal nostro stile di vita. Dalla volontà dipende ben il 50% del nostro stato di salute!
Ma se come ho scritto all’inizio, condividendo la citazione del caro amico Marcello Marini, “Camminare fa bene…….. ma camminare bene fa meglio” cerchiamo di capire cosa si intende per camminare bene. La corretta postura ha delle leggi di base che sono l’equilibrio, l’economia ed il confort, quindi dal punto di vista motorio e posturale occorre imparare a discriminare gli engrammi volti alla stabilità rispetto a quelli dell’equilibrio. Un esercizio motorio molto fine che una volta appreso ci può aiutare a trasferire il suo concetto dal corpo alla mente. Un cammino fluido, rotondo, in equilibrio può aiutarci ad allontanarci dagli schemi che reagiscono alla paura con la ricerca della stabilità. L’economia del cammino fa riferimento ad una legge fisica, che, pur nella sua complessità, è facile da esporre: ridurre al minimo fisiologico le accelerazioni (positive e negative) durante la deambulazione e sempre nel rispetto della fisiologia ridurre al minimo le sinusoidi della deambulazione nei tre piani. In parole più semplici, l’uomo moderno cammina come se si spostasse su una ruota quadrata; il nostro obiettivo è quello di tornare al fisiologico passo rotondo frutto della naturale evoluzione in ambiente naturale.
Per tutti noi è importante sapere che la nostra postura condiziona ed è a sua volta condizionata dal nostro stato emotivo, ma è altrettanto importante sapere che molte problematiche osteoarticolari sono strettamente correlate a vizi posturali. Gli studi più approfonditi ci permettono di comprendere che la postura non si lega solo agli aspetti meccanici del nostro corpo, ma si correla sia agli stati emotivi che alla componente biochimica del nostro organismo. É piacevole sapere che varie ricerche hanno dimostrato che un corretto atteggiamento posturale ha la capacità di indurre una gestione positiva dell’emotività. Tutti noi siamo portati a pensare che il camminare sia un’attività motoria talmente naturale da non aver bisogno di un esperto per migliorare questo gesto, purtroppo non è così, perché tutti noi siamo ormai figli del progresso tecnologico, il quale ha portato dei vantaggi, ma anche delle modifiche alla nostra vita talmente invasive da stravolgere la nostra “intelligenza motoria”.
L’attuale società proiettata sulla tecnologia e sulla velocità ci porta ad essere sempre meno attenti alla percezione del corpo, le macchine lavorano per noi e il nostro contatto con l’ambiente naturale è sempre meno frequente. Il progresso ci ha sicuramente fatto risparmiare molte fatiche fisiche ma ci sta allontanando sempre più dalla natura e dalla naturalità della nostra crescita. Camminare su pavimenti levigati o su strade asfaltate non fa parte di quanto la nostra evoluzione ha previsto portandoci a diventare esseri umani, stiamo quindi pagando la nostra ignoranza motoria con compensi posturali sicuramente dannosi. Se, come scritto precedentemente, la Postura obbedisce a tre leggi fondamentali, equilibrio, economia e confort, la posizione che assume la nostra testa rispetto al corretto allineamento vertebrale è essenziale per la salute di tutto il nostro sistema posturale. L’evoluzione ci ha permesso di conquistare la stazione eretta ed il cammino bipede, questo richiede un delicato equilibrio basato sul corretto posizionamento dei vari segmenti corporei. In questo delicato “assemblaggio dinamico” il posizionamento della testa, che ha un peso variabile dai 4 ai 6 Kg, riveste una grande importanza in quanto si trova nella parte più alta del corpo e quindi distante dal punto di appoggio (piedi), ogni suo sbilanciamento viene quindi amplificato proprio dalla sua particolare collocazione.
Per quanto possa sembrarci irrilevante, il posizionamento della testa è invece condizionato dall’utilizzo della lingua durante la deglutizione. L’appoggio principale del cranio è l’atlante, anteriormente, posteriormente e ai lati di questo fulcro si attivano moltissime linee di tensione miofasciali il cui corretto equilibrio determina il corretto posizionamento della testa e del collo. Sia la muscolatura linguale che la stimolazione che essa può avere in un punto preciso del palato possono determinare tensioni anomale e quindi un cattivo posizionamento della testa.
Molti esperti affermano che il cammino sia un tratto distintivo di ogni individuo, un atto spontaneo e naturale che compie l’uomo per questo impossibile da correggere. A queste affermazioni mi permetto di osservare che l’attuale capacità deambulatoria si sviluppa in un ambiente artificialmente costruito dall’uomo e quindi molto distante dall’ambiente naturale in cui l’essere umano si è evoluto. Questa particolare situazione porta tutta una serie di atteggiamenti innaturali che condizionano il corretto schema motorio della deambulazione.
Provo adesso a dare una descrizione canonica riguardo alla deambulazione, quella che negli ambiti deputati alla formazione di specialisti, come le università, viene fornita secondo le attuali e più avanzate ricerche scientifiche:
Si inizia suddividendo il corpo in due settori a cui si assegnano due differenti funzioni, il passeggero ed il locomotore. Personalmente non condivido questa suddivisione, preferisco vederci come il frutto di una evoluzione naturale che da quadrupedi ci ha portato a diventare dei bipedi passando per la fase dei clinogradi (primati). Il nostro organismo è in grado di “ricordare” degli engrammi ancestrali del cammino quadrupedico che oggi purtroppo vengono inibiti dal nostro analfabetismo motorio determinato dal terreno piano e non solo.
Secondo la letteratura più accreditata ai due comparti, locomotore e passeggero, vengono assegnati compiti diversi:
Molti anni fa rimasi molto colpito da una citazione a cui molti specialisti del settore facevano spesso riferimento, “la camminata non è altro che una serie di cadute evitate”. Oggi la descrizione è un po’ più articolata ma il concetto non cambia, “Il cammino può essere definito un’azione di continua perdita di equilibrio per il soggetto. Infatti durante la deambulazione la proiezione al suolo del baricentro esce continuamente fuori dalla base di appoggio. Per la persona l’unico modo di riottenere equilibrio è portare avanti un piede ed assecondare questo spostamento anteriore del baricentro. In questo modo il soggetto avanza e porta più avanti la base di appoggio.”
La descrizione del passo continua analizzando il “ciclo del passo”.
Dato che il cammino è un gesto ciclico (periodico) è sufficiente prendere in considerazione un solo ciclo del passo in quanto si presume che i cicli successivi manterranno le stesse caratteristiche.
Il ciclo del passo è costituito dall’intervallo di tempo che intercorre tra due contatti iniziali dello stesso piede, ad esempio destro-sinistro-destro (due semi-passi), nel quale vengono eseguiti tutti i movimenti meccanici e muscolari relativi. Il ciclo del passo si suddivide in due fasi:
fase di appoggio (stance), in cui il piede rimane a contatto col suolo. Rappresenta il 60% del ciclo del passo di una normale deambulazione.
fase di trasferimento (swing), durante la quale il piede si trova in volo e l’arto viene portato in avanti per prepararsi all’appoggio successivo.
La fase di appoggio viene poi ulteriormente suddivisa in cinque sottofasi:
contatto iniziale (initial contact), è molto breve (dallo 0 al 2% del ciclo del passo). Il piede proiettato in avanti impatta il suolo col tallone (heel strike), l’anca è flessa, il ginocchio è esteso, la caviglia neutra, mentre il contatto al suolo avviene con il tallone. La gamba posteriore è alla fine della fase di appoggio;
reazione al carico (loading response), va dal 2 al 10% del ciclo del passo. Il tallone è usato come fulcro mentre il ginocchio inizia a flettersi per assorbire l’urto. La gamba opposta è nella sua fase di pre-oscillazione;
medio carico (mid stance time), si estende dal 10 al 30% del ciclo del passo, inizia con lo stacco del piede controlaterale (toe off) e termina quando il piede è interamente sostenuto dal calcagno, dalle ossa del metatarso e delle dita;
carico terminale (terminal stance time), si estende dal 30 al 50% del ciclo del passo e termina quando l’arto controlaterale tocca il suolo. L’arto ha superato la verticale e il corpo comincia a cadere in avanti, il ginocchio si flette lievemente sotto il suo peso e il centro di gravità (COG) si abbassa;
pre oscillazione (pre-swing), va dal 50 al 60% del ciclo del passo ed è chiamata anche trasferimento del peso. Inizia con l’heel-off dell’arto d’interesse e termina con lo stacco dal terreno delle dita (toe off) dello stesso.
La fase di trasferimento viene suddivisa in tre sottofasi:
inizio dell’oscillazione (initial swing), Inizia con il sollevamento del piede dal suolo e la rapida accelerazione verso avanti.
Oscillazione Intermedia (Mid Swing – MSw): Il piede è in movimento verso l’anteriorità staccato dal suolo.
Oscillazione Terminale (Terminal Swing – TSw): Il piede viene decelerato e preparato per l’impatto finale, terminando il ciclo.
Riassumendo il passo in avanti è composto da due fasi: la fase di appoggio e la fase di oscillazione.
La fase di appoggio occupa il 60% del ciclo del passo (compreso il doppio appoggio costituito da due fasi che occupano rispettivamente il 10%). Durante la fase di appoggio, una gamba e un piede sostengono la maggior parte o tutto il peso del corpo.
La fase di oscillazione occupa il 40% del ciclo del passo. Durante la fase di oscillazione, il piede non tocca la superficie di camminata e il peso del corpo è sostenuto dall’altra gamba e dall’altro piede.
In un ciclo completo del passo, entrambi i piedi sono a contatto con il pavimento per circa il 20% del tempo. Questa parte del ciclo è chiamata fase di doppio appoggio.
Le fasi di appoggio e di oscillazione del passo possono essere suddivise in otto sottofasi.
Contatto iniziale (impatto del tallone)
Piede in appoggio completo (risposta al carico)
Fase di appoggio intermedia (appoggio su una sola gamba)
Distacco del tallone (fase di appoggio finale)
Distacco delle dita del piede (pre-oscillazione)
Oscillazione iniziale
Oscillazione intermedia
Oscillazione tardiva (decelerazione)
Per quanto la letteratura ufficiale si stia man mano avvicinando sempre di più alla visione che abbiamo sempre avuto all’interno del Walk in balance ci sono ancora tutta una serie di nodi da sciogliere.
Per comprendere il nostro punto di vista è necessario affrontare un percorso che può risultare noioso per chi non essendo appassionato di analisi biomeccanica fa fatica a seguire la meticolosa scomposizione analitica di ogni fase del passo. Occorre però premettere che tutto il lavoro di scomposizione analitica sull’aspetto biomeccanico descrive solo una parte di ciò che invece costituisce il cammino, infatti per una visione completa occorre valutare l’aspetto neurologico, l’aspetto biochimico metabolico, l’aspetto psicologico ed emozionale.
Camminare in equilibrio
Continuiamo quindi con l’analisi biomeccanica a completamento di quanto fino a qui descritto al fine di dare almeno una panoramica sui concetti principali.
La camminata si differenzia dalla corsa per il contatto continuo che in alternanza i due arti inferiori hanno con il suolo. Ogni arto svolge ciclicamente una fase di appoggio ed una di oscillazione. Nelle fasi intermedie tra le azioni degli arti si ha un doppio appoggio. Quindi ogni ciclo inizia e termina con entrambi i piedi a contatto con il terreno, questa sottofase occupa mediamente ( a seconda della velocità e modalità del passo) il 10% dell’intero ciclo. La fase di oscillazione occupa circa il 40% dell’intero ciclo.
Per un breve periodo, nella sottofase di doppio appoggio, il carico del peso del corpo è equamente diviso sui piedi, il trasferimento del carico comporta un adeguamento da parte del bacino attraverso una serie di micromovimenti che vengono trasmessi alla colonna vertebrale, all’occipite e all’interno del cranio, tutti di fondamentale importanza.
L’appoggio monopodalico corrisponde alla fase di oscillazione controlaterale, la velocità del cammino e la modalità personale di come ogni persona cammina determinano delle variazioni dei tempi medi relativi alle sottofasi.
La tecnica di cammino 2P/B, utilizzata nel Walk in Balance, è volta al recupero di quello che riteniamo sia stato il cammino fisiologico frutto dell’evoluzione naturale. Essa descrive in maniera minuziosa i vari movimenti del bacino, della colonna vertebrale, delle spalle e delle braccia in quanto parti attive nell’esecuzione del passo.
A questi unisce lo studio dell’appoggio del piede nel rispetto della linea del passo e dell’allineamento del centro di massa sul baricentro. Nel Walk in Balance si punta in maniera particolare alla riduzione di tutte le sinusoidi verticali ed orizzontali ottimizzando il rendimento energetico ma soprattutto riducendo o eliminando i molti compensi la cui strutturazione è fonte di patologia. Comunemente l’inizio del ciclo del passo viene descritto con lo sbilanciamento anteriore del corpo a cui segue una flessione a livello dell’anca per la prima oscillazione che si conclude con l’appoggio del tallone ad evitare la caduta. Nel Walk in Balance il primo movimento descritto è la rotazione del bacino e la conseguente messa in tensione della fascia che forma la loggia anteriore della coscia omolaterale (principalmente retto del femore, sartorio, grande adduttore, tensore della fascia lata) che predispone l’arto all’oscillazione con una sensibile riduzione dell’intervento dell’ileo-psoas sulla flessione.
Quest’azione riduce sensibilmente il carico sulla parte lombare della colonna vertebrale. Lo studio dello psoas è molto complesso e dibattuto, la primaria funzione di flessore dell’anca nel quadrupede si è notevolmente trasformata nell’arco dell’evoluzione che ci ha portato al bipedismo. L’anafabetismo motorio che contraddistingue la nostra società comporta un utilizzo anomalo dello psoas che porta ad una particolare strutturazione di compensi.
Non è reale la descrizione che lo vede come causa di una accentuazione della lordosi lombare. Dopo aver visto centinaia di RX relative alla colonna lombare la deduzione più realistica di un’iperprogrammazione dello psoas è quella che porta ad una particolare curva, estremamente frequente nella popolazione odierna, che vede una rettinealizzazione o addirittura una inversione di curva del tratto D12-L3, per poi concentrare la curva a convessità anteriore nelle ultime vertebre L4-S1.
Le inserzioni vertebrali dello psoas vanno da D-12 a L4 lasciando a L-5 la funzione di jolly nello sviluppo delle fisiologiche controrotoazioni tra gli assi bisiliaco e bisacromiale (che era stata prevista dalla nostra naturale evoluzione). La deformazione sopra descritta della curva lombare porta ad una eccessiva flessione di L5 su L4 e S1 su L5, bloccandone di fatto il ruolo di jolly ed incrementando in maniera abnorme la sollecitazione a taglio (vedi scienza delle costruzioni) sui dischi L4-L5 e L5-S1.
A questo anomalo utilizzo dello psoas, vittima di un errato apprendimento motorio combinato alla sua particolare predisposizione alla somatizzazione psicosomatica, si unisce la visione del torchio addominale come fattore positivo nello scarico della colonna vertebrale. Purtroppo la realtà è molto diversa da come viene generalmente descritta, l’incremento di tono dei gruppi muscolari che compongono il torchio addominale porta ad incrementare la pressione interna, che coinvolge le viscere e gli organi interni in esso alloggiati. Questa pressione, come descrive la legge di Pascal, si distribuisce in maniera uniforme su tutto il “contenitore”. Collegando la legge di Pascal alla legge di Laplace e cioè, che la pressione di un fluido si distribuisce uniformemente su tutta la superficie del suo contenitore e che a parità di pressione la tensione tangenziale è proporzionale al raggio del suo lume, si comprende quanto anche minimo incremento pressorio provochi maggiore tensione sui tessuti delle zone con una curva minore.
Più avanti nel capitolo “Core stability o core free?” Cercherò di approfondire questo concetto in modo da comprendere i risvolti negativi di un incremento di tensione del torchio addominale esclusivamente condizionale. L’evoluzione che ci ha portato al cammino bipede si riflette nell’evoluzione ontogenetica che possiamo vedere durante la crescita di ogni bambino. La descrizione canonica della deambulazione suddivide il passeggero, che è costituito dal tronco, la testa e le braccia, con un coinvolgimento minimo nella funzione deambulatoria diventando, appunto un passeggero, virtualmente responsabile soltanto del suo allineamento sul sistema locomotore.
Elftman ha introdotto il termine H.A.T. (inglese Cappello, Head : testa, Arms braccia, Trunk tronco.) per enfatizzare il concetto che questa unità sta sopra ed è portata dal sistema locomotore. L’azione muscolare del collo e del tronco serve per mantenere un allineamento neutro delle vertebre con i un minimo aggiustamento della postura durante il cammino.
L’oscillazione delle braccia è coinvolta con elementi passivi e attivi ma non sembrano essenziali per la normale camminata. Le strutture comprese nell’HAT costituiscono una gran massa che rappresenta circa il 70% del peso corporeo. Il centro di gravità di questa struttura si trova appena davanti alla decima vertebra toracica. In effetti la descrizione fatta da Herbert Elftman è la reale fotografia di come cammina ogni comune cittadino, ma questo, almeno secondo la mia visione, non significa che sia corretto o fisiologico. L’obiettivo che ci siamo posti mia moglie ed io attraverso il Walk in Balance è quello di ritornare ad un cammino rotondo.
Più 25 anni fa quando abbiamo deciso di approfondire lo studio del cammino e le relazioni che questo poteva avere con la salute ci siamo chiesti quale strada volevamo seguire. Il popolo Masai caratteristicamente costituito da longilinei non conosce il mal di schiena ed in genere nessun problema osteoarticolare. Abbiamo trovato delle ricerche sul loro modo di camminare e da qui siamo partiti affrontando una enorme mole di lavoro. La mia esperienza nel mondo dello Sport, della Fisioterapia e dell’Osteopatia unita all’esperienza di Fabiola (mia moglie) nella Medicina, Neurofisiopatologia e Omotossicologia ci hanno aiutato a comprendere questo mondo così complicato e dibattuto. Non vogliamo contrapporci a nessuno degli studi ufficiali che vengono presentati comunemente, il nostro desiderio è semplicemente invitare chiunque voglia comprendere il valore della libertà posturale verso la salute a provare il Walk in Balance.
Nel quadrupede la struttura vertebrale risponde al carico come una trave mentre nell’essere umano risponde come una colonna, questo determina una sinergia muscolare completamente diversa. La colonna infatti svolge al meglio il suo lavoro quanto più i vettori delle sollecitazioni a compressione la attraversano assialmente. Quando assumiamo posture ed atteggiamenti errati i vettori del peso escono dall’asse della colonna vertebrale determinando compensi che strutturandosi danno inizio alla patologia. Il piede dell’essere umano è un capolavoro di ingegneria e non può essere paragonato al piede di nessun altro animale. É un sistema di appoggio e spinta dotato di una enorme capacità sensoriale che purtroppo nell’uomo odierno non viene più utilizzata come dovrebbe. I complessi meccanismi con cui il piede combina la risposta al carico con la spinta propulsiva determinata dalle varie contrazioni muscolari richiedono il mantenimento di delicati e precisi equilibri.
O adeguiamo il terreno o miglioriamo il passo
La continua ricerca di stabilità sia emotiva che posturale ci ha allontanato dalla ricerca dell’equilibrio che è invece fonte di salute.
Il nostro passo si è irrigidito, sbilanciato, ha focalizzato la sua espressione solo su quella parte che Herbert Elftman descrive come locomotore bloccando il tronco, le spalle e le braccia. Le sinusoidi descritte da quel fenomeno chiamato “pendolo invertito” si sono abnormemente accentuate portando a sviluppare tutti quei numerosi compensi fonte di patologie che oggi ci affliggono.
Il caratteristico irrigidimento dei tessuti caratterizzato dall’avanzare dell’età è amplificato sensibilmente dal nostro modo di alimentarci e di muoverci.
Anche se non è una definizione utilizzata nell’ambiente professionale con le parole “libertà posturale” ci si riferisce alla rieducazione posturale dinamica attraverso il cammino. Un’attività volta al miglioramento dell’allineamento del corpo, dell’equilibrio muscolare e della coordinazione, aiutando il corpo a ridurre rigidità e tensioni che limitano il movimento e causano dolore.
L’obiettivo è raggiungere un movimento efficiente, un’ottima postura e un benessere psico-fisico generale. Con queste parole quindi si descrive quella capacità del corpo di muoversi con scioltezza, equilibrio e coordinazione, riducendo le tensioni e migliorando l’efficienza del movimento. Durante la camminata possiamo attuare delle strategie per migliorare la nostra postura, mantenere lo sguardo in avanti, le spalle aperte, utilizzare la rotazione del bacino in sinergia alla controrotazione delle spalle, basculare il bacino per assecondare l’appoggio del piede dal tallone alla punta, distribuendo il carico, evitare ogni controllo volontario del torchio
addominale cercando di lasciare piena libertà alla gestione autonoma. Una corretta respirazione e un ritmo moderato aiutano a ossigenare i muscoli e a mantenere la fluidità. Con il Walk in Balance si ottiene una maggiore consapevolezza corporea, si stimolano la propriocezione e la coordinazione, aumentando la consapevolezza del proprio corpo nello spazio.
L’approccio a questa disciplina necessita della guida di professionisti specializzati iscritti nell’elenco degli insegnanti abilitati. Aiuta a correggere abitudini scorrette, come stare a lungo seduti o dormire in posizioni non ideali. Vengono insegnate corrette tecniche di respirazione per migliorare l’efficienza muscolare e ridurre dolori.
Lo Sguardo in avanti aiuta a mantenere il busto allineato e a evitare il sovraccarico di collo e schiena. Le spalle aperte senza tensioni favoriscono una postura più eretta e una maggiore mobilità della colonna vertebrale e del cingolo scapolare. La libertà del torchio addominale, evitando ogni tipo di controllo volontario, aiuta a stimolare il controllo autonomo e lo sviluppo coordinativo della colonna vertebrale. Sia la rotazione che la bascula del bacino permettono una migliore gestione dell’appoggio corretto del piede. L’appoggio dal tallone, passando per l’arco plantare, fino alla spinta della punta, assicura un carico armonioso su tutta la catena muscolare. Il ritmo lento ed una corretta respirazione fluida e sincronizzata al passo, permettono un’adeguata ossigenazione muscolare e neuromuscolare, favorendo il rilassamento e riducendo l’affaticamento.
A fronte di una pratica costante in breve tempo i benefici sono evidenti, migliora l’equilibrio e l’armonizzazione della postura aiuta a mantenere il baricentro corporeo all’interno della base d’appoggio, riducendo il rischio di cadute. Diminuiscono sensibilmente i dolori alla schiena perché la camminata lenta e consapevole permette una postura corretta e stimola la circolazione sanguigna, fornendo nutrienti e ossigeno ai muscoli e riducendo le tensioni. Il movimento fluido e l’attivazione muscolare corretta aumentano l’elasticità miotendinea, migliorando l’ampiezza dei movimenti. Infatti una camminata più “sciolta” e un buon lavoro sulla percezione corporea possono curare e prevenire rigidità e contratture muscolari. Il miglioramento della postura influisce positivamente sull’umore, riduce lo stress e aumenta la consapevolezza del proprio corpo.
Il cammino raccontato istituzionalmente.
Secondo quanto descritto dagli esperti il cammino inizia, o almeno dovrebbe iniziare, con uno sbilanciamento del corpo in avanti (fasi 1-3), a questo sbilanciamento ci si contrappone con una oscillazione di un’arto inferiore che prendendo contatto con il suolo riporta il baricentro all’interno dell’area di appoggio evitando la caduta (fasi 4-5). Una volta iniziato il processo l’energia cinetica acquisita ci aiuta nell’avanzamento che comunque prevede in maniera più o meno accentuata, delle fasi di sbilanciamento anteriore del busto (beccheggio) a seconda che si prediliga una strategia d’anca o una strategia di caviglia.
Una volta effettuato il trasferimento del carico da un arto all’altro inizia la fase propulsiva con varie contrazioni muscolari sinergiche, quella che ci interessa analizzare in questa descrizione è quella del gastrocnemio e del soleo che, se inizia in anticipo alla dorsiflessione del piede in appoggio, causa un anomalo incremento della sinusoide verticale del passo. Di seguito metto una descrizione scritta in una ricerca sul cammino effettuata da una famosa Università italiana:
Camminare può essere definito come una serie di perdite e recuperi di equilibrio. Per evitare una caduta, il recupero momentaneo dell’equilibrio si ottiene spostando il piede in avanti in una nuova posizione. Una volta avviata la camminata, lo slancio in avanti del corpo porta il centro di massa (CdM) del corpo oltre la nuova posizione del piede, e ciò richiede un passo in avanti con l’altro piede. La posizione viene quindi raggiunta dalle ricollocazioni successive ed alternate dei piedi. La transizione regolare e controllata tra la perdita e il recupero dell’equilibrio continua finché si desidera effettuare uno spostamento in avanti del corpo. La camminata si interrompe quando il posizionamento del piede arresta la spinta in avanti del corpo e l’equilibrio viene riguadagnato sulla base statica del supporto.
Lo spostamento più rilevante del corpo durante la camminata è in avanti. Sovrapposti a questo spostamento in avanti, tuttavia, vi sono due schemi di movimento sinusoidali che corrispondono al movimento del CdM nelle direzioni verticale e laterale.
A seconda della distanza dell’appoggio dei piedi dalla linea del cammino si avrà un maggiore o minore effetto del così detto “pendolo invertito” e contemporaneamente una più o meno accentuata sinusoide orizzontale.
Riguardo alle sinusoidi del cammino, per quanto i vari ricercatori si affannino a dimostrare che l’energia potenziale acquisita nelle fasi di accumulo si ridistribuisca nelle fasi di richiesta, è altrettanto vero che più si innalza l’indice di statismo maggiore è la dispersione energetica, e bene lo sanno gli ingegneri che lavorano sui motori endotermici. Comunemente il racconto ci dice che: Numerosi studi effettuati sul dispendio energetico durante la deambulazione hanno portato alla scelta ed elaborazione di modelli „ad hoc‟. Durante la camminata si è osservato che, nella fase sagittale, l‟energia cinetica e quella potenziale sono approssimativamente sfasate di 180 gradi; infatti, quando l‟energia potenziale gravitazionale è al suo valore massimo, l‟energia cinetica è al suo valore minimo. Durante la seconda metà della fase di appoggio, il centro di massa (COM) perde energia potenziale gravitazionale ma guadagna energia cinetica: la meccanica di risparmio energetico si avvicina allo zero a velocità molto bassa. Superato un certo valore di velocità la persona inizia a correre. Il COM descrive un arco di cerchio con velocità v intorno alla caviglia con un raggio che è la lunghezza della gamba L. Di conseguenza, il meccanismo di trasferimento dell‟energia utilizzata nella camminata è spesso definito come meccanismo a pendolo inverso.
Una prova che ognuno di noi può fare con relativa semplicità, consiste nell’imprimere una stessa spinta lungo un percorso in piano a due ruote dello stesso diametro e peso, una perfettamente rotonda e l’altra ovalizzata. A parità di spinta quella ovalizzata si fermerà prima.
Le mie osservazioni non vogliono essere critiche gratuite, ma solo far comprendere che ridurre al minimo fisiologico le sinusoidi del passo vuol dire rendere il cammino molto più efficiente e meno traumatico.
L’altro aspetto molto importante su cui non concordo è la descrizione del passo dell’adulto come fosse quello di un bambino. Nell’adulto lo spostamento anteriore del centro di massa non dovrebbe essere attuato con la strategia di caviglia o di anca, vale a dire flettendo il busto in avanti, ma spostando il peso attraverso la rotazione del bacino in anticipo all’oscillazione dell’arto. Questo permette un’ampiezza maggiore del passo a parità di flesso-estensione degli arti, permette inoltre una sensibile riduzione delle sollecitazioni indotte dal “beccheggio” sulla colonna vertebrale, che sommate allo scarico di tensione sullo psoas scaricano enormemente la schiena rendendo la colonna libera di effettuare le fisiologiche controrotazioni in fase con l’alternanza delle curve sul piano frontale.
Nell’adulto con una maturazione neuromotoria ottimale il contatto del tallone con il suolo durante il passo dovrebbe essere ottenuto attraverso una bascula del bacino e non con la caduta del centro di massa in avanti. L’alternanza dei movimenti di rotazione e bascula del bacino dovrebbero riprodurre il movimento di una pagaia da kayak in modo tale da poter produrre uno spostamento semplicemente appoggiando le ossa ischiatiche al suolo e tenendo gli arti sollevati.
Questi movimenti del bacino assecondano lo sviluppo sul piano delle curve vertebrali in concordanza alle controrotazioni. La modalità di cammino suggerita nel Walk in Balance permette inoltre tutta un’altra serie di micromovimenti delle ali iliache, del sacro, della colonna vertebrale e di conseguenza dell’occipite, arrivando a stimolare degli importanti distretti intracranici e migliorando così la salute in generale.
A condizione che la colonna vertebrale sia in neutro, l’azione del femore in carico provoca sull’iliaco omolaterale una rotazione posteriore, mentre l’arto in oscillazione provoca sull’iliaco omolaterale una rotazione anteriore. Questi opposti micromovimenti vengono armonizzati dalle torsioni del sacro sugli assi obliqui e da L5 a livello lombare che segue la rotazione imposta dai legamenti ileo-lombari.
Alcuni punti dell’analisi biomeccanica
La domanda che dovremmo porci è se vogliamo limitarci ad analizzare la condizione media che il progresso civile ed industriale ha portato a modificare sensibilmente, oppure vogliamo approfondire l’analisi verso ciò che la natura ha stimolato nell’arco dell’evoluzione.
Anche analizzando milioni di persone avremmo comunque il risultato di valutazioni su soggetti che si sono sensibilmente allontanati dalla natura. Strade, pavimenti, sedentarietà, declino del patrimonio motorio, hanno indotto tutta una serie di “aggiustamenti”. Diverso è se ci poniamo la domanda su quali siano i parametri su cui basare la ricerca che sia quanto possibile più vicina alla naturalità. Prendendo in considerazione la posizione eretta corretta, che vede cadere il centro di massa perfettamente al centro del poligono di appoggio, il peso del tronco si scarica sul promontorio sacrale (carico primario) .
Questo carico induce una rotazione anteriore sul sacro (nutazione) ed una contemporanea rotazione posteriore delle ossa iliache. Prendendo in considerazione due linee di pensiero, la sollecitazione indotta dal carico che porta ad una rotazione anteriore del sacro sull’asse trasversale inferiore (ATI), oppure sul legamento assile, il ragionamento non cambia perché comunque porta gli apici sacrali a salire e posteriorizzarsi, questo porta sia i legamenti sacrospinoso e sacrotuberoso che gli ileo-lombari a tendersi opponendosi alla nutazione del sacro. Questa tensione dei legamenti frena la rotazione posteriore delle ossa iliache indotta sempre dal peso del tronco.
Data la particolare angolazione delle faccette articolari delle sacroiliache, la rotazione posteriore dell’iliaco rispetto al sacro porta ad una contemporanea apertura sull’asse antero-posteriore dell’ala iliaca. La reazione al carico è condizionata da molti fattori, articolari, legamentosi, muscolari, che si modificano a seconda dell’atteggiamento posturale.
La tenuta volontaria dei muscoli addominali cambia sensibilmente la biomeccanica fisiologica del bacino e consegunetemente quella della colonna vertebrale. La proiezione anteriore del centro di massa porta a bloccare le reazioni fisiologiche degli iliaci e del sacro.
Conseguentemente anche la colonna vertebrale non svilupperà correttamente le controrotazioni che sono facilitate dalla posizione in neutro. L’insieme dei fattori che determinano il buon equilibrio della cintura pelvica è abbastanza complesso, occorre analizzare l’interazione tra la disposizione dei carichi con l’azione legamentosa e muscolare. Le fisiologiche controrotazioni degli assi bisacromiale e bisiliaco vengono facilitate da una corretta attuazione delle sinergie muscolari che vedono in azione i gruppi muscolari che costituiscono le fasce elicoidali. Anche prendendo in considerazione i soli gruppi muscolari dell’anca (grande gluteo, medio gluteo, piccolo gluteo, gemelli –superiore ed inferiore-, otturatorio – interno e esterno-, quadrato del femore e della coscia che s’inseriscono sul cingolo pelvico e sugli arti inferiori.
Possiamo comprendere come una non corretta attivazione degli engrammi del cammino possano influenzare la corretta biomeccanica del cingolo pelvico.
In apertura di questo capitolo ho fatto riferimento alla domanda sulla direzione che la ricerca dovrebbe avere, questo perché per quanto gli scienziati possano approfondire le ricerche sull’uomo moderno, ritengo difficile trovare le risposte che noi come gruppo dedicato allo studio del Walk in Balance stiamo cercando. La comprensione della deambulazione è molto complessa in quanto coinvolge molti sistemi corporei.
È necessario considerare che i vari sistemi interagiscono tra loro, ma dato che la ricerca scientifica esamina il movimento umano attraverso la visione riduzionista fatica ad elaborare le interazioni dinamiche che si sviluppano tra sistemi complessi relativi al movimento umano. La citazione “il tutto è maggiore della somma delle parti” è significativa non solo alla visione psicologica della Gestalt, ma sta alla base della visione olistica che sembra stia facendosi strada anche nel campo relativo al movimento umano. Questa visione ci permette di comprendere meglio il movimento deambulatorio nel suo insieme.
Alla base di questa visione occorre mettere il fatto che la complessità del sistema nel suo insieme determina il comportamento delle singole parti e non viceversa.
Questa visione ci permette di comprendere la deambulazione come un sistema complesso interconnesso a livello globale. Centrale è il concetto di biotensintegrità in cui si ipotizza che le parti del sistema scheletrico si relazionino grazie alle numerose catene muscolari viscoelastiche in modo dipendente dalla loro tensione. Il principio studiato dal grande Richard Buckminster Fuller in cui elementi in compressione (puntoni) sono sostenuti da un sistema continuo di elementi in tensione (tiranti), creando strutture stabili e autobilancianti, applicato al corpo umano come Biotensintegrità, spiega come muscoli, tendini e ossa lavorino insieme per distribuire le forze, mantenere l’equilibrio e consentire il movimento efficiente.
Sostituendo la visione che assimila il sistema scheletrico umano alle strutture statiche e rigide, con la visione di Buckminster comprendiamo come il corpo utilizzi la tensintegrità per mantenere l’equilibrio e adattarsi alle sollecitazioni. Il sistema miofasciale permette a muscoli, tendini e ossa di lavorare insieme come un sistema tensintegrale per trasmettere forze, assorbire impatti e mantenere la postura.
Questo concetto permette di guardare alla deambulazione come un’attività in cui l’intero sistema neuro-muscolo-scheletrico si adatta costantemente in relazione all’attuazione di schemi globali. La vecchia visione che guardava ai muscoli come strutture anatomiche indipendenti con la funzione di collegamento tra un osso ed un altro a ponte su una o più articolazioni, è stata superata da quella che vede muscoli e fasce collegati sia in serie che in parallelo strutturati in modo da creare lunghe catene muscolari miofasciali viscoelastiche poliarticolari.
L’analisi analitica dei vettori relativi alle forze che intervengono durante la deambulazione è estremamente importante ai fini didattici per i professionisti del settore, occorre infatti una profonda conoscenza anatomica, fisiologica e biomeccanica che possa essere di supporto ad una visione di insieme (olistica) che superi la semplice sommatoria delle parti per la comprensione del tutto. Nella visione di insieme ci aiutano molto i vari autori che nel tempo si sono dedicati allo studio delle catene miofasciali. Se pur con costruzioni diverse tra loro (Godelieve, Busquet, Stecco, Myers, Paoletti, Schleip, Colonna.) hanno descritto minuziosamente i collegamenti miofasciali in grado di sviluppare movimenti complessi fluidi e coordinati. In un testo divulgativo come questo più che scendere nel dettaglio biomeccanico, anatomico, riservato ai professionisti è più importante trasmettere i concetti che possano far comprendere l’importanza che riveste nella salute un buon cammino.
Nell’imagine sopra vediamo come l’azione di alcune fasce, se non mantenute attraverso un movimento corretto, un’alimentazione equilibrata ed un pensiero positivo, trasformino nell’arco degli anni la nostra postura. Spero che attraverso i vari flash che ho scritto si possa comprendere il valore del titolo che ho dato a questo testo “preferisco camminare bene”, perché attraverso un’attività relativamente semplice che svolgiamo tutti i giorni, si possa in maniera economica e costante lavorare per mantenere una buona salute. Per chi desidera approfondire ancora un po’ vado avanti intersecando ancora l’analisi biomeccanica del passo con quanto questa possa essere condizionata dagli aspetti psico-emotivi ma anche metobolici e quindi alimentari. L’analisi biomeccanica del passo non è staccata dal resto del mondo, ma è collegata sia agli aspetti psico-emotivi che metobolici e quindi alimentari.
Cosa cambia tra un cammino in neutro ed uno a sbalzo?
Comprendere i meccanismi che inducono i micromovimenti articolari che riguardano le articolazioni della colonna
vertebrale, delle sacroiliache ed il relativo posizionamento delle vertebre, delle ossa iliache, dell’osso sacro, del femore, del ginocchio, della caviglia, delle ossa del piede, richiede una buona conoscenza anatomica e biomeccanica. Proviamo a vedere, almeno sommariamente, cosa succede in risposta al carico discriminando tra una posizione ben centrata sul proprio baricentro ed una sbilanciata in avanti.
Nel bipede umano il bacino è un complesso crocevia vettoriale, è un punto di incrocio tra le forze che mantengono il tronco in equilibrio dinamico sugli arti inferiori e le forze che attivano la complessa sinergia miofasciale della deambulazione. Vediamo attraverso delle immagini alcuni movimenti del bacino: La rotazione posteriore indotta dalla reazione al carico sull’osso iliaco porta ad una risalita relativa della branca pubica corrispondente. Il movimento descritto non si limita alla risalita della branca pubica ma data la forma dell’articolazione sacroiliaca impone una rotazione in “chiusura” dell’osso iliaco sull’asse antero-posteriore.
Ad un bacino in apertura corrisponde un sacro in contronutazione e vicerversa ad un bacino in chiusura corrisponde un sacro in nutazione. Quando l’azione è asimmetrica nel senso che abbiamo un ala iliaca in chiusura (corrispondente all’arto in appoggio) ed una in apertura (corrispondente all’arto in oscillazione) il sacro armonizza i due opposti movimenti con una torsione sugli assi obliqui scorrendo su due linee denominate braccio corto e braccio lungo dell’articolazione sacroiliaca.
La torsione del sacro armonizza le rispettive posizioni imposte dai carichi sia alle ossa iliache che alla colonna vertebrale. Nella dinamica vertebrale è necessario tenere presente l’azione dei legamenti ileo-lombari su L5 che, a differenza delle altre lombari, è sganciata dall’azione dello psoas. Le controrotazioni tra l’asse bisiliaco e quello bisacromiale sono armonizzate dalla colonna vertebrale. Queste si sviluppano con maggiore libertà in base alle leggi di Fryette. Infatti la controrotazione in posizione neutra non trova resistenze da parte della meccanica articolare delle faccette vertebrali, mentre in una relativa posizione a sbalzo (flessione) le faccette tendono ad imporre una rotazione omolaterale all’inclinazione.
La complessità del movimento del sacro in relazione ai movimenti iliaci e lombari si amplia se prendiamo in considerazione le innumerevoli variabili soggettive. La mia descrizione si limita ad una ipotetica analisi di un passo teoricamente corretto.
Nelle immagini sopra vediamo come già all’inizio del passo il peso dell’arto in oscillazione porti l’iliaco omolaterale in antiversione ed apertura. La completezza di questi importanti micromovimenti è condizionata dalla buona postura che richiede una colonna in neutro ed un centro di massa al centro del poligono di appoggio. Nelle varie fasi e sottofasi del passo si attuano moltissimi micromovimenti che favoriscono l’ammortizzazione, la spinta, l’equilibrio, il rendimento, la percezione cinestesica. Per questo accanto allo studio biomeccanico del cammino è estremamente importante lo studio dell’ambiente e dell’influenza emotiva che questo riveste su di noi.
L’aspetto neuromotorio è infatti sensibilmente condizionato da quello psico-emotivo. La corretta respirazione permette una buona ossigenazione e un buon metabolismo energetico, ma funge anche da ponte tra l’aspetto emotivo e quello biomeccanico. La fine della fase propulsiva da inizio alla fase di oscillazione, il distacco del piede comporta il trasferimento del carico sull’arto controlaterale con tutti gli aggiustamenti che questo comporta sulle ossa del piede, della caviglia, del ginocchio, dell’anca, dell’iliaco, del sacro, della colonna vertebrale che inverte le sue curve sul piano frontale. Lo sviluppo delle controrotazioni tra l’asse bisiliaco e bisacromiale in questa fase richiedono una colonna in neutro con la proiezione del centro di massa sul baricentro.
Nel Walk in Balance ogni singola fase del passo è
attentamente studiata e valutata secondo una iniziale visione analitica conclusa la quale il tutto viene ricondotto a supporto di una visione olistica d’insieme.
Con molta probabilità possiamo assimilare lo sviluppo ontogenetico dell’uomo ad un riassunto della sua filogenesi, dalla nascita in avanti la sua colonna sviluppa le curve caratteristiche che solo l’essere umano possiede.
Un corretto sviluppo neuromotorio dovrebbe metterci in grado di assumere una postura in cui la linea di Barré cada perfettamente sul baricentro.
In una struttura ben allineata al suo baricentro l’azione delle fasce elicoidali, di cui abbiamo accennato poco sopra, durante la deambulazione risulta molto più efficace e riesce a sviluppare un movimento armonico tra tutte le strutture corporee.
A differenza della quasi totalità degli autori che si sono occupati di deambulazione nella pratica del Walk in Balance non si stimola l’attenzione sulla tenuta del torchio addominale, al contrario si cerca di allenare il praticante a lasciare al sistema autonomo il complesso controllo del core. La “tenuta”, come viene chiamato in gergo, determina un aumento del tono a livello addominale, non serve assolutamente a dare una maggiore stabilità alla colonna vertebrale. La complessità del rapporto tensintegrale della colonna va affrontata discriminando la funzione condizionale da quella coordinativa. Diventa quindi molto più importante una buona gestione degli engrammi neuromotori che non la costruzione di una gabbia che limiti la libertà dei movimenti.
Core stabiliy o core free?
La convinzione che costruire una gabbia sul torchio addominale aumentando oltre il necessario il tono muscolare possa dare una valida difesa alla colonna vertebrale è diventato un pensiero trasversale, vari professionisti consigliano l’allenamento dei muscoli addominali a coloro che hanno problematiche di schiena.
La figura accanto esemplifica il concetto di tono in eccesso del torchio addominale, le forze di trazione (perchè il muscolo sa solo tirare) obbligano ad una maggiore compressione la struttura vertebrale. Il concetto palestraro di “addominali” non va molto oltre al desiderio di avere la “tartaruga” scolpita sull’addome, ma il torchio addominale è ben altro. In alto il diaframma respiratorio toraco-addominale. In basso il diaframma costituito dai muscoli del pavimento pelvico. Intorno il trasverso dell’addome gli obliqui esterni ed interni. Davanti il retto dell’addome. Dietro gli erettori, il multifido, i quadrati dei lombi. La trattazione del core è come si dice “una questione di lana caprina”. In molti prediligono ancora l’aspetto condizionale convinti di dare stabilità alla colonna, in un numero molto più basso prediligono l’aspetto coordinativo e percettivo e cercano di comprendere il rapporto tra stabilità e rigidità rispetto a quello tra libertà ed equilibrio. Nei vari ambiti professionali è ancora difficile trovare il giusto compromesso tra condizione e coordinazione e purtroppo l’analfabetismo motorio delle moderne società che sta crescendo in maniera esponenziale non può essere risolto semplicemente costruendo una gabbia.
Il mantra ricorrente con cui viene descritto il core-stability è più o meno questo:
Un core debole e poco efficiente non solo è causa di lombagie, disordini posturali, problematiche articolari, ma influisce negativamente sulla performance sportiva. La funzione primaria del core è di “stabilizzare” il corpo umano sia durante azioni statiche, sia durante quelle dinamiche.
Mi vengono in mente gli anni in cui come prevenzione per gli incidenti agli arti inferiori dei calciatori si utilizzavano impegnative routine di potenziamento muscolare attraverso squat, multipower, leg extension, leg curl, multi hip, per poi rendersi conto che l’incidenza degli incidenti era tutt’altro che cambiata.
Togliendo da questa trattazione tutto il mondo prestativo, proviamo ad analizzare meglio le problematiche derivate dai dolori alla zona lombare esclusivamente nei riguardi del cittadino comune che vuole migliorare la propria qualità di vita. Sappiamo che percentualmente circa l’80% della popolazione adulta viene colpita da episodi di mal di schiena, ma solo nel 20% dei casi le indagini mediche riescono a riconoscere un’eziologia certa. É frequente che vengano consigliati esercizi di rinforzo dei muscoli addominali a sostegno della schiena, ma sono in molti a credere che non vi siano sufficienti motivazioni scientifiche a supporto di questa pratica.
In ortostatismo il corpo umano deve opporsi agli effetti della forza di gravità con una forza uguale e contraria, questa azione è svolta dai muscoli antigravitari, i quali a livello della colonna vertebrale lombare agiscono come una componente di una leva di 1° genere (potenza), il disco intervertebrale (fulcro), il peso anteriore del torace (resistenza).
Come ogni esperto può facilmente notare, come tutte le leve articolari, la leva è svantaggiosa perchè il braccio della potenza è più corto di quello della resistenza. Ogni incremento della componente resistenza (maggior tono dei muscoli addominali) richiede un incremento molto più alto della componente potenza, ma questo comporta un notevole incremento di carico sui dischi intervertebrali.
Quello che non si vede non esiste? O semplicemente non siamo in grado di vederlo.
Già questa considerazione dovrebbe portarci a riflettere sull’effettiva utilità dell’incremento del tono muscolare a livello addominale. La considerazione espressa sopra trova supporto nel riconoscimento che la bibliografia scientifica affida agli esercizi di allungamento delle fasce posteriori degli arti inferiori e anche in alcune ricerche che vedono nella gestione qualitativa delle attivazioni muscolari del trasverso e degli altri addominali piuttosto che nell’incremento quantitativo, un riscontro positivo sul (low back pain) – LPB.
Nell’arco del secolo scorso molti autori hanno proposto studi interessanti a proposito della stabilità del nucleo: Joseph Hubertus Pilates che indica come “casa del potere” il core, Kendal localizza il baricentro del corpo nel core, Calliet studia il ritmo lombopelvico, Lapierre, Charrière, Piollet, De Sambucy, si occupano della valutazione dell’assetto pelvico, Pivetta nei suoi testi di ginnastica medica propone il controllo del bacino, Richardson sottolinea l’importanza dell’attivazione del muscolo trasverso, McGill propone l’irrobustimento della biomeccanica addominale, Chek suddivide il core per funzioni di stabilizzazione e di movimento. Per crescere occorre essere disposti ad aprirsi a nuove esperienze. Oltre ai vari autori convinti che il potenziamento, l’irrigidimento, il controllo, del nucleo sia certamente positivo nella prevenzione degli infortuni alla schiena, ce ne sono altri che sollevano dei dubbi: Sheri P. Silfies, David Ebaugh, Marisa Pontillo, Courtney M. Butowicz, Eyal Lederman; tutti questi autori sollevano dubbi circa l’effettiva scientificità delle affermazioni a favore del concetto di core stability che oggi va per la maggiore. Ed è in parte anche in relazione ai dubbi di questi autori che sorgono anche i miei, ma oltre ai dubbi sulle valutazioni scientifiche vi sono i concetti di biomeccanica applicata che mi portano ad allontanarmi dall’interpretazione più comune del concetto di core stability.
Facendo riferimento ad un articolo della Dott.ssa Laura Bertelé, tengo a ricordare che questa analisi si rivolge esclusivamente all’ambito del benessere nella vita di relazione, non pretendo di essere esaustivo e tantomeno di avere la verità in mano, ma tengo ad esporre il mio punto di vista, frutto di anni di esperienza nel mondo dello sport di alto livello, nel mondo del fitness e nell’ambito della terapia fisica.
Libertà in tutti i sensi, libertà nella postura, nelle emozioni, libertà nel movimento, libertà nell’esprimersi. La citazione di Fryette (osa essere diverso, in così tanti preferiscono essere ortodossi piuttosto che giusti), sono parole con cui ho avuto il piacere di identificarmi, anche se so che richiedono un grande impegno perché vincere l’ortodossia è sempre una grande fatica. I colleghi con cui ho condiviso un percorso e che hanno compreso la profonda differenza tra stabilità ed equilibrio, dovranno lavorare più degli altri per condividere il loro sapere. La libertà non sta né a destra né a sinistra né avanti né dietro, ma questo non vuol dire che stia nel centro, perché nella dinamica l’equilibrio non è mai nello stesso posto.
A complicare la comprensione di questi concetti si aggiunge l’utilizzo corrente dei termini stabilità ed equilibrio. Nell’ambito della fisica si utilizza il termine equilibrio stabile, riferendosi alla capacità di un corpo di ritornare nella posizione iniziale dopo una perturbazione. Di seguito la descrizione esemplificativa attraverso delle immagini su cosa si intende per “equilibrio stabile” “equilibrio instabile” ed “equilibrio indifferente”.
Dovremmo iniziare differenziando l’equilibrio statico da quello dinamico: l’equilibrio statico è la condizione in cui un corpo o un segmento corporeo mantiene una posizione statica perché le forze che agiscono su di esso si bilanciano.
L’equilibrio dinamico è la capacità di mantenere una postura che porti le forze agenti ad annullarsi in tempo reale durante il movimento, quindi la somma delle forze e dei momenti applicati si annullano tra loro. Più basso è il tempo in cui le risultanti si annullano più basso risulta l’indice di statismo e di conseguenza più alto è il rendimento. Il corpo umano durante la deambulazione si trova a dover mantenere il proprio equilibrio attraverso un controllo neuro-cibernetico delle informazioni cinestesiche in entrata ed in uscita. Il controllo dei rapporti tra torace, addome, bacino e arti inferiori è estremamente complesso, deve infatti assolvere a numerose richieste: movimento della deambulazione che coinvolge tutto il corpo proprio attraverso le catene miofasciali, la respirazione che esige una fine alternanza di pressioni endo-addominali al fine di garantire un ingresso polmonare quadratico riducendo al minimo quello lineare, il pavimento pelvico ed i muscoli dell’addome devono assolvere a questa funzione senza interrompere l’azione delle catene crociate in sinergia tra di loro. Inoltre occorre che la percezione fine permetta un corretto allineamento tra busto ed arti senza il quale si generano una serie di coppie di forza deleterie sia per la funzione che per la struttura. Intervenire con la volontà attraverso la “tenuta” con i muscoli addominali significa mandare in tilt il delicato equilibrio diretto dal sistema nervoso autonomo fuori dalla nostra volontà.
I vari articoli letti, gli interventi ascoltati a proposito di core stability, non mi hanno mai convinto. In molti articoli di questo tipo è frequente trovare descrizioni relative al sostegno che la pressione endo-addominale dovrebbe dare alla colonna vertebrale, spesso questa zona viene descritta come una palla la cui pressione aumenta a seguito della contrazione dei muscoli addominali, quindi all’aumentare della pressione, secondo questi autori, dovrebbe aumentare il sostegno alla colonna.
Se leggiamo più attentamente gli articoli, guardiamo le immagini che spesso vengono riproposte, e valutiamo il tutto con uno spirito un po’ più critico, possiamo facilmente comprendere che l’addome non è una “palla” gonfiabile in grado di aumentare il proprio volume ed in questo modo dare una spinta verso l’alto al torace, ma piuttosto può essere l’inverso.
Proviamo a descrivere l’azione di un incremento pressorio endo-addominale a seguito della contrazione dei muscoli del torchio addominale: il muscolo, quando esegue l’unica azione che sa fare, si accorcia (contrazione), per cui un retto dell’addome nella sua contrazione avvicina i due punti inserzionali (processo xifoideo arco costale e sinfisi pubica), l’obliquo esterno avvicina un emi-arco costale all’ala iliaca controlaterale e la contrazione di entrambi porta ad un avvicinamento dell’arco costale al bacino, altrettanto l’obliquo interno avvicina un emi-arco costale all’ala iliaca omolaterale e la contrazione di entrambi porta ad un avvicinamento dell’arco costale al bacino, la contrazione del traverso con la disposizione delle sue fibre a ventaglio, oltre alla componente di contrazione trasversale (solo centrale) ha anche una componente longitudinale al corpo portando ad un avvicinamento del torace al bacino. La sommatoria di queste contrazioni porterebbe il busto a flettersi sul bacino, solo l’azione degli erettori spinali e dei quadrati, contrapponendosi, mantiene il busto eretto. Immaginiamo che tutti i muscoli che contornano l’addome costituiscano una sorta di contenitore (palla), per aumentare la pressione di questo contenitore occorre obbligatoriamente contrarre i muscoli quindi tendere a diminuire il volume del contenitore, già questo ci dovrebbe far comprendere che la realtà potrebbe essere molto diversa da quella che troppo spesso viene descritta.
Ma partendo anche da un concetto fisico diverso e facendo riferimento alla legge di Pascal prima e alla legge di Laplace poi, vediamo che il risultato non cambia: la legge di Pascal dice che la pressione di un fluido si distribuisce uniformemente su tutta la superficie del suo contenitore, la legge di Laplace dice che a parità di pressione la tensione tangenziale di un contenitore è proporzionale al raggio del suo lume, per cui la pressione che si distribuisce sui due diaframmi (addominale e pelvico), che data la loro funzione variano la loro curva ritmicamente con la respirazione, un incremento di pressione endoaddominale può determinare un irrigidimento di queste strutture. Il risultato è che ad una maggiore tensione tangenziale di queste fasce corrisponde un maggior carico sulla colonna vertebrale. Inoltre l’incremento delle tensioni tangenziali del torchio addominale porta ad un aumento pressorio endo-addominale che non rende certo felici gli organi interni. Stomaco, fegato, pancreas, cistifellea, intestino tenue, intestino crasso, colon, surreni, reni, ureteri, vescica, utero o prostata, ovaie, linfonodi intestinali, vasi linfatici, aorta addominale, vena cava, plesso lombare e plesso celiaco (o plesso solare) del sistema nervoso. Tutti questi organi preferiscono non essere “compressi” e svolgono le loro funzioni preferibilmente in un equilibrio dinamico piuttosto che all’interno di una “pentola a pressione”.
Non dimentichiamoci poi del ruolo complesso del muscolo psoas che in questo ambito non può non essere menzionato e di cui ho già accennato.
Sono convinto dell’importanza del lavoro sul movimento tenendo sempre presente il concetto di tensintegrità collegato al concetto di equilibrio dinamico e allo sviluppo e mantenimento delle capacità coordinative.
Il piede, un semplice appoggio?
Il piede è un’opera di alta ingegneria presente solo nell’essere umano, ma l’uomo sembra non essere cosciente del suo valore.
Il piede è un complesso organo di senso che svolge un’azione di sostegno durante il passo. Non intendo in questo contesto addentrarmi nella vasta analisi della biomeccanica del piede, ma farò riferimento solo ad alcuni aspetti più interessanti riguardo all’argomento trattato. Durante il passo alla fine dell’oscillazione il contatto al suolo con il tallone permette una buona ammortizzazione a patto che venga utilizzata una contrazione eccentrica adeguata del muscolo tibiale anteriore.
La mancanza di un corretto utilizzo del piede durante il passo è spesso legata a vizi posturali ma anche a molti altri fattori sia di tipo biomeccanico che psicoemotivo. Sia il movimento che la percezione cinestesica corretti ci aiutano a mantenere i corretti posizionamenti dei segmenti corporei. Nel caso del piede spesso ad un errato allineamenti nel ciclo del passo corrisponde anche un errato posizionamento tibiotarsico con conseguenze nella funzionalità del piede stesso.
La flessione dorsale del piede, oltre a sollevare la punta del piede, permette lo svolgimento dell’elica podalica che trova il fulcro prioritario nel legamento a siepe astragalo-calcaneare. L’attivazione eccentrica del tibiale anteriore che frena la caduta ammortizzando il passo, inverte il processo di svolgimento attivando invece il processo di irrigidimento che si concluderà nella fase di spinta. Le inserzioni distali del muscolo tibiale anteriore infatti, durante la contrazione del muscolo, inducono una rotazione esterna anteriormente all’articolazione di Chopart, iniziando così il processo di incremento dell’arco mediale del piede. Una volta che la pianta del piede prende pieno contatto con il suolo e la tibia raggiunge la verticalità sull’astragalo, inizieranno ad attivarsi il tibiale posteriore che con il suo tendine distale sostiene il sustentaculum-tali, i muscoli soleo e gastrocnemio che gradualmente inizieranno a tirare sul tendine di Achille. La contrazione più consistente dovrebbe iniziare solo dopo che la tibia ha superato la verticalità e va a formare un angolo sulla caviglia. La trazione sul tendine di Achille mette in tensione la fascia plantare inducendo un irrigidimento del piede ed un incremento degli archi soprattutto nella parte mediale del piede. Il posizionamento del piede in direzione della linea di cammino permette lo sviluppo ottimale delle sequenze di contrazione perché tutti i micromovimenti fisiologici si realizzino senza disturbi. Ad una eccessiva apertura rispetto alla linea del cammino corrisponde spesso un cedimento dell’arco mediale ed una dinamica tibio-astragalo-calcaneare errata.
Il corretto appoggio nella giusta direzione che attiva la contrazione eccentrica del tibiale anteriore, la adeguata fase di pieno appoggio dell pianta del piede e l’inizio della fase di stacco solo nella giusta inclinazione anteriore della tibia, oltre a permettere la fisiologica S dei carichi sul piede, permette una corretta attivazione degli stabilizzatori dell’anca con una sequenza sacro-iliaca fisiologicamente corretta. L’appoggio aperto oltre a comportare una caduta dell’arco mediale impedisce la corretta fisiologia biomeccanica, muscolare, vasale, a livello del piede e obbliga una sequenza sacro-iliaca bloccata da un intervento asincrono degli stabilizzatori dell’anca.
Walk in Balance una filosofia per il benessere a 360°
Ogni passo è una meta, ma l’obiettivo non è percorrere un sentiero segnato da altri, piuttosto trovare la propria strada facendo attenzione ai giusti compagni di viaggio. Vivere in una società che non ha più tempo da dedicare alla vita. Desidero aprire e chiudere questo articolo con la significativa citazione di Richard Buckminster Fuller:
“Non cambierai mai le cose combattendo la realtà esistente. Per cambiare qualcosa, costruisci un modello nuovo che renda la realtà obsoleta”.
Esistiamo in un mondo che esige ed elogia la velocità in contrasto con la comprensione della complessità che richiede ed elogia la lentezza. La ridondanza dell’informazione veloce e sintetica senza la conoscenza ci rende sempre più ignoranti ed incapaci di pensare, ma fortunatamente, si fa per dire, il fenomeno Dunning-Kruger ci rende inconsapevoli della nostra condizione. La lentezza ed il pensiero critico possono aiutarci a mantenere quegli equilibri essenziali per la nostra salute. Allenare la capacità di percepire il nostro corpo è una delle prime attività proposte dal Walk in Balance, la velocità ci ha allontanato dalla percezione di noi stessi.
Il Dott. Jon Kabat-Zinn, fondatore della metodica denominata Mindfulness, fornisce alcuni consigli su come avvicinarsi ad un equilibrio interiore utile alla salute generale. La prima attività della Mindfulness si rivolge proprio alla consapevolezza del corpo e alla relazione tra le emozioni, le posture ed il movimento, dedicando a questa attività l’attenzione ed il tempo necessario.
Con il Walk in Balance si sviluppa una maggiore consapevolezza sia del corpo che della mente aiutandoci a modulare la risposta alle emozioni e a mantenere una maggiore presenza. Lo studio del movimento attraverso la percezione del corpo, l’attenzione alla relazione tra gli stimoli interni con l’ambiente che ci circonda, sono solo l’inizio di un percorso che stimola la conoscenza come fonte di consapevolezza. Il Benessere è qualcosa in più della sola assenza di malattia, è la gestione di un insieme di fattori cognitivi e culturali volta a stimolare un processo di crescita che genera una condizione mentale e fisica ottimali per uno stile di vita sano. L’approccio Walk in Balance può essere applicato ad ogni aspetto della vita, dalla nostra relazione con l’ambiente che ci circonda all’autostima, dalla nostra percezione all’interno della comunità alle nostre credenze, dalla carriera lavorativa all’attività fisica, dalla cura di sé all’alimentazione sana e alle attività culturali. L’essere umano è un network di sistemi complessi in equilibrio dinamico il cui mantenimento è la base della salute. Dal concepimento in poi la strutturazione riveste un ruolo di primaria importanza nel rapporto tra forma e funzione. Per chi si occupa di salute il mantenimento degli equilibri nella complessità di un essere unico ed indivisibile è l’obiettivo primario che richiede la comprensione della relazione forma funzione. Come ci stanno insegnando le “nuove scienze” la strutturazione non è figlia di un obbligato percorso predeterminato dalla genetica, quanto una fine interazione tra ambiente esterno ed interno che prende il nome di epigenetica. Quando ci impegniamo a comprendere la relazione tra forma e funzione non dobbiamo lasciarci distrarre dall’irrisolta questione su chi è nato prima tra l’uovo o la gallina, ma dobbiamo cercare di capire quanto qualunque trauma, meccanico, biochimico/metabolico o psicologico, sia in grado di “memorizzarsi” sul corpo. Qualunque forma psicologica determini un atteggiamento corporeo che nei casi più “intensi” richieda dei compensi, se ha il tempo di strutturarsi determina una modifica nella forma, questa spesso viene “ammortizzata” dalla capacità elastica del corpo ma può evolvere in un disequilibrio alla base di una patologia. Quando al pensiero riduzionista, molto utile dal punto di vista didattico, abbiniamo una visione unitaria che accetta e affronta la complessità di un network come l’essere umano è più facile comprendere come uno stimolo su una forma “anomala” possa agire sulla causa che l’ha generata. Quanto sopra ci fa comprendere come in un essere unico e indivisibile una disarmonia può essere affrontata da molte porte di accesso in quanto gli stimoli afferenti, come quelli efferenti, sono inseriti in un contesto cibernetico di confronto e controllo in tempo reale in cui ognuno dipende dall’altro. Una disarmonia per essere riequilibrata ha bisogno di interrompere quel circolo vizioso che la genera, l’interruzione può avvenire a livello psicologico, metabolico o strutturale, ma a volte occorre che si lavori contemporaneamente su tutti i fronti attraverso il lavoro sinergico di una equipe di professionisti tra loro collegati.
La somatizzazione
Sul muscolo gli effetti dell’anima “ il corpo trattiene ciò che l’anima non ha osato dire e viene liberato solo quando viene ascoltato in silenzio” Helena Blavatsky.
Un bambino che prova paura si difende rannicchiandosi attivando la catena di flessione, l’adulto è un bambino che ha imparato a mascherare le proprie emozioni creando dei compensi che a seconda della loro intensità prima o poi si struttureranno creando quelle che i Dottori Elmer e Alyce Green hanno chiamato “cisti di energia”.
A differenza di ciò che crediamo il corpo non risponde a ciò che consideriamo razionale ma organizza la sua difesa in base a ciò che “sente”. La nostra mente razionale è in gran parte costruita in base al mondo in cui viviamo e va spesso in conflitto con ciò che il nostro Se è in grado di sentire.
Uno dei muscoli profondi dell’addome viene descritto in maniera molto diversa a seconda della formazione dell’autore: l’anatomista ne parlerà come un flessore dell’anca, il posturologo lo descriverà come causa di squilibri posturali, l’osteopata ne parlerà come un muscolo sensibile a varie “intossicazioni” e come il responsabile della strutturazione di curve di compenso sulla colonna vertebrale, l’archeosofo ne parlerà come muscolo dell’anima e memoria del proprio vissuto.
Indipendentemente dalle varie descrizioni ed interpretazioni lo psoas continuerà a svolgere la sua funzione che lo vede come un regista centrale del movimento evidenziando atteggiamenti e compensi relativi ai traumi e alle emozioni che lo condizionano.
La pratica del Walk in Balance si rispecchia nei concetti di base della Medicina dei Sistemi guardando all’essere umano come un network di sistemi complessi, interagente con il suo ambiente e con le proprie componenti biologiche, psicologiche e sociali. Per quanto la didattica necessiti di un approccio analitico che suddivida gli argomenti in modo da facilitarne la comprensione, la visione globale ci permette di comprendere meglio come l’essere umano sia parte di un mondo da cui non può separarsi.
Un compito non facile
Abituati come siamo a dare all’informazione la massima credibilità e a fondare le nostre sicurezze sulle relative convinzioni, ci è difficile identificarci nell’allegoria della “caverna di Platone”. Per quanto questa metafora rappresenti un richiamo all’importanza dell’educazione e della filosofia per liberare l’uomo dall’ignoranza, rappresentata dall’oscurità della caverna, e guidarlo verso la luce della conoscenza autentica, la sua capacità di penetrazione trova degli ostacoli molto strutturati nel bisogno di stabilità di ognuno di noi. Nasciamo morbidi e flessibili e moriamo rigidi e duri, dice Andrej Tarkovskij e fa riferimento a come i conflitti interni contribuiscano ad irrigidirci. Come ogni altro essere su questa terra ci siamo evoluti nella natura e tutte le funzioni del corpo e della mente si sono forgiate in funzione dell’ambiente, solo recentemente ci siamo allontanati da essa convinti che l’intelligenza umana possa guidare tutto ciò che desidera. Obesità, ipertensione, diabete, stress, disturbi dell’apprendimento, iperattività, affaticamento cronico o depressione, sono alcune di quelle che vengono descritte come le malattie del benessere, a queste alcuni educatori e psicologi hanno aggiunto la sindrome del deficit della natura. Questo termine è stato utilizzato per la prima volta da Richard Louv nel suo libro “L’ ultimo bambino nel bosco” che è stato il punto di riferimento di un movimento che evidenzia la necessità di contatto diretto e connessione con l’ambiente naturale.
Stimolare il recupero degli schemi motori di base migliorando la nostra postura in rapporto alle leggi della gravità ci permette di migliorare anche la percezione di noi stessi e della relazione con l’ambiente. Il miglioramento del rapporto corpo-mente oltre che dell’attività a contatto con la natura, della rieducazione posturale dinamica, risente molto di un riavvicinamento alla funzione della filosofia intesa come educazione alla vita. Soprattutto dovremmo imparare a sentire e discriminare le nostre esigenze primarie da quelle indotte, incanalandole senza reprimerle (sublimazione), un’analisi questa che è stata la base del lavoro di Sigmund Freud.
Ritrovare l’essenza
Condizionati dal fenomeno “dell’itanglese” che vede l’utilizzo dei termini inglesi non sempre necessario o appropriato, stiamo utilizzando il termine Forrest bathing per indicare la pratica giapponese dello shinrin-yoku. Purtroppo non è solo il termine anglofono ad aver trasformato molto spesso tale pratica in un’attività modaiola e frikkettona che ha ben poco a che fare con la capacità di “sintonizzarsi” con le frequenze del faggio.
Lo studio dei meridiani energetici afferente alle medicine orientali, associato a quello dell’attuale visione quantistica della fisica, ha portato alcuni ricercatori a scoprire come la capacità di sintonizzarsi con l’ambiente naturale richieda la capacità di percepire il nostro corpo attraverso una presa di coscienza che l’attività vettoriale della forza di gravità ha su di esso. Questa capacità potremmo assimilarla all’azione che svolge un sintonizzatore di una semplice radio per sintonizzarsi sui vari canali trasmessi. Vivere nell’era della velocità che maschera con un falso confort la paura, ci spinge a ricercare la stabilità negli atteggiamenti posturali come in quelli sociali, chiudendo i canali di accesso a quelle che anche nelle moderne Neuroscienze vengono descritte “energie sottili”.
Vivere in un mondo connesso non dovrebbe riferirsi all’espansione delle possibilità offerte dalla digitalizzazione, che pur presentando alcuni aspetti positivi se ne porta dietro altrettanti negativi. La connessione a cui mi riferisco riguarda i delicati equilibri caratteristici in diverse tradizioni non solo orientali e promossi prevalentemente dalle così dette terapie complementari. Fortunatamente una piccola parte della ricerca, soprattutto nel campo delle Neuroscienze, sta evidenziando i legami tra il nostro benessere e le energie invisibili che ci circondano e che fluiscono attraverso di noi.
Camminare in equilibrio
La pratica del Walk in Balance, dal punto di vista motorio e posturale, si basa sulla capacità di discriminazione tra gli engrammi volti alla stabilità rispetto a quelli volti all’equilibrio. Un esercizio motorio molto fine che una volta appreso ci può aiutare a trasferire il suo concetto dal corpo alla mente. Un cammino fluido, rotondo, in equilibrio può aiutarci ad allontanarci dagli schemi che reagiscono alla paura con la ricerca della stabilità. Walk in Balance fa riferimento alla celebre frase di Leonardo da Vinci “raro cade chi ben cammina”, ma sottintende anche un cammino inteso come stile di vita. Se la corretta postura ha delle leggi di base che sono l’equilibrio, l’economia ed il confort, lo stile di vita non è da meno e richiede un perfetto equilibrio tra psiche, struttura e biochimica. Il gruppo che abbiamo fondato come walk in Balance è costituito da varie professionalità che si occupano dello studio di forme di movimento semplici, economiche e fattibili da tutti, collegate a stili di vita più sani per dare al cittadino comune l’opportunità, se vuole, di migliorare il proprio benessere in maniera semplice e raggiungibile.
Struttura, Psiche, Biochimica, sono gli elementi a cui si fa riferimento quando si parla di salute e benessere, l’equilibrio di questi elementi è infatti una condizione imprescindibile per la nostra salute. Tutti noi conosciamo l’importanza di questo equilibrio, ma occorre chiederci se facciamo abbastanza perché questo avvenga.
L’economia del cammino fa riferimento ad una legge fisica, che, pur nella sua complessità, è facile da esporre: ridurre al minimo fisiologico le accelerazioni (positive e negative) durante la deambulazione e sempre nel rispetto della fisiologia ridurre al minimo le sinusoidi della deambulazione nei tre piani. In parole più semplici, l’uomo moderno cammina come se si spostasse su una ruota quadrata; l’obiettivo di Walk in Balance è quello di riportare l’uomo al fisiologico passo rotondo frutto della naturale evoluzione in ambiente naturale. L’equilibrio del cammino fa riferimento alla capacità di contestualizzare al momento, all’ambiente esterno ed interno la posizione di ogni segmento del corpo in forma dinamica al fine di interagire con la forza di gravità e con le accelerazioni, che il movimento stesso comporta, con il minimo impegno energetico. Il confort fa riferimento alla posizione dinamica che risulta essere più economica in assenza di segnali minimi di dolore.
Definire il concetto di Postura in poche parole è pressoché impossibile, molti autori hanno tentato di farlo ma nessuno è mai riuscito a dare una definizione esaustiva. In maniera estremamente sintetica potremmo definire la Postura come la memoria della nostra storia che ci permette di reagire agli stimoli provenienti dall’ambiente esterno ed interno nella maniera per noi più idonea influenzata dalle nostre condizioni emotive e cognitive. E’ per noi importante sapere che la nostra postura condiziona ed è a sua volta condizionata dal nostro stato emotivo, ma è altrettanto importante sapere che molte problematiche osteoarticolari sono strettamente correlate a vizi posturali. Gli studi più approfonditi ci permettono di comprendere che la postura non si lega solo agli aspetti meccanici del nostro corpo, ma si correla agli stati emotivi e a alla componente biochimica del nostro organismo. La postura è la rubrica dei nostri appuntamenti passati e futuri è quindi importante utilizzarla bene. Camminare correttamente in postura migliora l’umore. Il concetto indicato nel triangolo della salute, dove psiche, struttura e biochimica del nostro corpo devono rispettare un comune equilibrio al fine di garantire salute e benessere, è quanto mai valido nel rapporto tra una corretta postura dinamica (per esempio camminando bene) e una sensazione emotiva positiva.
Qualunque essere vivente, non solo gli umani, varia la propria postura in relazione al proprio umore, tanto è vero che possiamo comprendere lo stato emotivo di un nostro amico già guardando il suo modo di camminare e la sua posizione nello spazio.
La frenesia e la competitività della vita moderna ci portano spesso a dimenticare il rispetto per le nostre esigenze più profonde, sempre più spesso soffochiamo il nostro io più vero con dei compensi di tipo commerciale, come “regalarsi” l’ultimo smartphone o il braccialetto d’oro più quotato, magari facendo un finanziamento che andrà ad aggravare la nostra situazione economica già instabile. Questi atteggiamenti indotti dalla moderna società consumistica sono sempre meno rispettosi delle esigenze profonde di ciascun individuo, ma ogni cosa chiede il suo prezzo e la postura non fa eccezione. Il disequilibrio emozionale indurrà dei compensi posturali che si sommeranno ai vizi di posizione determinati dalle attività lavorative che spesso impongono posture scorrette. I compensi posturali indotti dal nostro modo di vivere con il tempo ci portano a sviluppare problematiche osteoarticolari anche importanti, il network interno al nostro organismo possiede dei collegamenti talmente fini che i feedback indotti possono svilupparsi in ogni direzione, collegando in maniera fine e costante ogni cellula del nostro corpo.
Varie ricerche hanno dimostrato che un corretto atteggiamento posturale ha la capacità di indurre una gestione positiva dell’emotività. Ognuno di noi è portato a pensare che il camminare sia un’attività motoria talmente naturale da non aver bisogno di un esperto per migliorare questo gesto, purtroppo non è così, perché tutti noi siamo ormai figli del progresso tecnologico, il quale ha portato dei vantaggi, ma anche delle modifiche alla nostra vita talmente invasive da stravolgere la nostra “intelligenza motoria”. Walk in Balance si propone di approfondire gli studi già fatti e facilitare l’apprendimento per migliorare il nostro benessere.
Il piede e la lingua nella nostra postura
Molti autori, dalla Dott.ssa F. Mezieres alla Dott.ssa I. Rolf, fino a Myers e altri ancora, descrivono l’interazione tra le varie parti del nostro corpo.
Nella nostra vita attuale siamo sempre meno attenti alla percezione del corpo, adesso sono le macchine a lavorare per noi e il nostro contatto con l’ambiente naturale è sempre meno frequente. Il progresso ci ha sicuramente fatto risparmiare molte fatiche fisiche ma ci sta allontanando sempre più dalla natura e dalla naturalità della nostra crescita. Camminare su pavimenti levigati o su strade asfaltate non fa parte di quanto la nostra evoluzione ha previsto portandoci a diventare esseri umani, stiamo quindi pagando la nostra ignoranza motoria con compensi posturali sicuramente dannosi.
Nelle immagini sopra alcuni esempi di come inconsapevolmente l’utilizzo scorretto del passo possa essere alla base di molti squilibri posturali che nel tempo svilupperanno compensi e patologie
Il nostro sistema connettivo può essere assimilato, in maniera molto grezza, ai fili con cui il burattinaio muove le proprie marionette. Il sistema “connettivo”, come dice la parola, connette, ma le connessioni sono finemente influenzate da una miriade di fattori, tra i quali in gran parte dai nostri sensi. La vista, l’udito, il tatto, il sistema cinestesico, ma anche l’umore e la deglutizione, esatto, anche la deglutizione e quindi tutto l’apparato stomatognatico incidono nella nostra postura.
Lo studio della Posturologia abbraccia talmente tante competenze che deve essere obbligatoriamente un lavoro di equipe dove l’Insegnante di Walk in Balance può essere un collaboratore prezioso.
Come ho già scritto la Postura obbedisce a tre leggi fondamentali, equilibrio, economia e confort, la posizione che assume la nostra testa rispetto al corretto allineamento vertebrale è essenziale per la salute di tutto il nostro sistema posturale, un’azione determinante nel posizionamento del collo e della testa viene svolta dalla lingua e dal suo utilizzo durante la deglutizione. L’appoggio principale del cranio è l’atlante, anteriormente, posteriormente e ai lati di questo fulcro si attivano moltissime linee di tensione il cui corretto equilibrio determina il corretto posizionamento della testa e del collo. Sia la muscolatura linguale che la stimolazione che essa può avere in un punto preciso del palato possono determinare tensioni anomale e quindi un cattivo posizionamento della testa.
In un delicato equilibrio, come quello del posizionamento posturale dei vari segmenti del corpo, la testa, che ha un peso variabile dai 4 ai 6 Kg, riveste una grande importanza in quanto si trova nella parte più alta del corpo e quindi distante dal punto di appoggio (piedi), ogni suo sbilanciamento viene quindi amplificato proprio dalla sua particolare collocazione.
Si dice che la camminata sia un atto spontaneo e per questo impossibile da correggere. Si dice anche che la camminata sia un tratto distintivo di ogni individuo e per questo l’atto più naturale che compie l’uomo.
Il nostro punto di vista si discosta molto da queste generalizzazioni, forse troppo semplicistiche, senza per questo volerci porre sul pulpito della verità. Lo studio della postura è molto vasto e complesso e si lega a molti ambiti come la vista, l’udito, l’apparato vestibolare, il sistema stomatognatico, la respirazione, l’appoggio podalico, la capacità percettiva, lo sviluppo coordinativo, l’aspetto emotivo. Inoltre l’attitudine ad assumere certe posizioni nello spazio si riflette sull’umore, sui metabolismi, sul sistema endocrino, sul sistema immunitario e sull’immagine sociale.
Il cammino nasce dall’esigenza di spostarci, per fame, difesa, attacco; è un atto che si è evoluto nel corso di milioni di anni affinando tutti gli aspetti che lo costituiscono in relazione ad un ambiente naturale. Da pochi anni invece l’uomo si è inventato pavimenti, strade, città, fino ad arrivare alle automobili, compüter, televisioni, ascensori. Inoltre le persone si muovono sempre meno mangiando sempre di più e in maniera tutt’altro che naturale.
Ma allora cosa si intende per camminare bene? L’atto del cammino dovrebbe coinvolgere la gran parte dei gruppi muscolari, mentre l’abitudine a camminare su terreni cittadini levigati, con un utilizzo sempre minore del sistema percettivo ci porta a camminare in maniera “artificiale”, il bacino spesso si “siede” e altre volte si sporge anteriormente in maniera eccessiva, durante il cammino diventa un tutt’uno con il busto, bloccando di fatto ogni attività vertebrale, le braccia non oscillano più e vengono trasportate come pesi inattivi. I piedi vengono utilizzati come sostegni passivi perdendo così la loro importante funzione recettoriale di organi di senso.
Le braccia, che nell’uomo sono divenute arti superiori, per quanto riguarda il buon cammino dovrebbero comportarsi come arti anteriori oscillando controlateralmente agli arti inferiori, la testa dovrebbe essere ben in linea con il corpo e non protesa in avanti, tutto il corpo dovrebbe avere una perfetta perpendicolarità con il centro di gravità evitando di inclinarsi in avanti, il tallone dovrebbe essere il primo contatto con il terreno e la punta dovrebbe scendere con il controllo muscolare in modo da ammortizzare lo spostamento del peso corporeo, il bacino dovrebbe mantenere tutti i sui complessi movimenti di rotazione e bascula come negli animali proprio per rendere il passo più fluido e “rotondo”. Le strategie articolari dell’arto inferiore devono variare gli angoli di lavoro rispetto al “cammino cittadino” .
In molte città stanno fortunatamente nascendo gruppi di cammino, questo è sicuramente positivo perché comunque camminare fa bene, soprattutto se si riesce a far muovere i sedentari. L’obiettivo di Walk in Balance è quello di fornire le basi per una tecnica di cammino rispettosa della fisiologia, in modo da aggiungere ai benefici del camminare quelli molto importanti del “camminare bene”.
Tensintegrità
I dolori articolari, il mal di testa, il mal di schiena, sono sempre più frequenti, il nostro modo di vivere, almeno quello più comune, ci porta a ricercare le vie più brevi, una pillola, una iniezione, l’obiettivo è soffocare il sintomo.
Probabilmente per il prossimo futuro questo modo di interpretare la vita sarà quello vincente, in quanto apparentemente più comodo, ma ci sono anche altri approcci, più adatti a persone che non vogliono più imbottirsi di chimica, a meno che non ce ne sia una vera necessità.
Da un punto di vista meccanico la postura riguarda la capacità di posizionare i vari segmenti del nostro corpo in relazione alla forza di gravità in modo da essere tra loro in equilibrio, consumare il minimo di energia e dare un confort alla nostra persona.
Per arrivare ad una visione globale occorre obbligatoriamente passare per uno studio analitico perché per comprendere il tutto occorre anche comprendere le relazioni con e tra le parti più piccole. La postura è condizionata da una moltitudine di fattori tra cui l’umore, diventa quindi importante comprendere che una rieducazione posturale non può limitarsi alla sola azione meccanica, ma prendere in considerazione un’attività che possa essere contemporaneamente valida sotto vari aspetti. Se è vero che il riallineamento posturale, quando ben eseguito, porta ad un miglioramento dell’umore, per cui il detto “mens sana in corpore sano” risulta sempre attuale, è anche vero che un’attività coordinata in grado di attivare sinergicamente psiche, metabolismi e struttura può dare dei risultati molto più equilibrati e duraturi.
Oggi il mondo si divide in paesi tecnologicamente avanzati che stranamente soffrono delle così dette “malattie del benessere” e paesi dove la fame e le malattie contagiose sono il problema maggiore. In quei paesi meno sviluppati tecnologicamente, le persone sono ancora più vicine ad una vita più naturale e raramente soffrono di mal di schiena e dolori articolari; sono molti gli autori che portano questo esempio come punto di partenza per spiegare l’importanza di un corretto allineamento posturale.
In questo contesto è importante conoscere almeno sommariamente il concetto di tensegrità sviluppato da Richard Buckminster Fuller e desidero concludere come ho iniziato questo corposo articolo con la bellissima citazione di Richard Buckminster Fuller la cui filosofia può essere compresa proprio attraverso le sue parole
“Non cambierai mai le cose combattendo la realtà esistente. Per cambiare qualcosa, costruisci un modello nuovo che renda la realtà obsoleta”.
Come WIB organizziamo corsi residenziali riguardanti il collegamento tra corretta alimentazione, corretto movimento, corretta postura, filosofia ed ambiente naturale, camminata consapevole con la Mindfullness.
Una lettera del 2013 da parte di una partecipante ad uno dei nostri corsi:
Siena 22 settembre 2013
Ai docenti
Vi scrivo per raccontarvi la mia esperienza durante il corso di Walk in Balance.
Sapete che le motivazioni che mi hanno portato a sperimentare il vostro corso sono legate alla mia salute e per l’esattezza alle mie problematiche osteomuscolari legate alla mia postura.
Un tempo corretta e stabile oggi un po’ vacillante, anteriorizzata e rigida.
Il motivo che mi ha indotta a sperimentare è legato alla ricerca della consapevolezza (percezione) del corpo, miglioro il corpo, miglioro la mia mente, la mia salute intera.
Infatti durante tutto il seminario sono stata in contatto continuo con le parti del corpo che andavo via via a muovere, a stimolare e mi sono resa conto di quanti muscoli sono coinvolti nei nostri passi e quanti fino a quel momento io non ho mai usato.
In genere quando si cammina normalmente non si presta attenzione al peso del corpo sul suolo, al rollio del piede, non si sentono le nostre braccia muoversi, il nostro busto rimane “inteccherito”, le spalle contratte e spesso si guarda a terra.
Tutto questo deve essere sradicato, come dite voi, si devono inserire nuovi schemi motori, il passo in alternanza con il movimento del busto, delle spalle e delle braccia, ci rende armoniosi, la vita gira attorno al bacino che al contempo deve imparare a basculare, le spalle si aprono e il petto mostra tutta la sua ampiezza, come in una danza si guarda avanti, così mi sono sentita felice di guardare la vita. Non vi nascondo che per qualche giorno mi hanno fatto compagnia una serie di dolori muscolari, ma avevano ragione loro, i muscoli, si son fatti sentire perché erano felici di farmi sapere che esistevano e vogliono essere usati.
Sono sicura che tutto questo mi può aiutare anche nel mio lavoro, posso parlare con cognizione di causa, so quale muscolo si attiva quando il mio braccio spinge il bastoncino, posso suggerire a quelle clienti che hanno un seno un po’ stanco, di usare questo metodo per allenare i loro pettorali e tirar su i seni o ancora per dare un po’ di tono a quella “ciccia” che comincia a ciondolare nelle braccia… per addolcire e modellare il punto vita, per aprire il petto e tirar su le spalle e tante altre cose che possono motivare e spingere chi ha bisogno di un motivo per iniziare.
E’ anche un modo per socializzare, chissà mai se andando per boschi non si incontri, ognuno di noi, il nostro principe azzurro o magari cappuccetto rosso.
Tornando alla consapevolezza del corpo oggi a distanza di qualche giorno sento la mancanza della sana camminata, il corpo che aveva acquisito la salute dei nuovi schemi, come dire, ero consapevole che camminando in un certo modo tutta me stava meglio, oggi, ero in città mi sono specchiata in una vetrina e ho notato che stavo anteriorizzando le spalle, le braccia ciondoloni, di colpo il cervello mi ha portato al nuovo schema mi sono tirata su e ho cominciato a oscillare le braccia evitando l’ambio, mi sono sentita strana perché i passi erano lunghi e distesi e farlo sull’asfalto mi ha fatto risuonare un po’, ma devo dirvi che con soddisfazione son ripassata dalla vetrina e ho visto un’altra Sara.
Ecco volevo dirvi che ho portato a casa tutto questo e altro ancora.
Una diversa consapevolezza del corpo, se il corpo sta meglio la mente gli va dietro oppure l’inverso, poco importa, importa che, non ricordo chi lo ha detto, “Saggio è colui che impara dall’esperienza”.
Per quanto riguarda la parte pratica, personalmente avrei avuto bisogno di altri due giorni, il primo per imparare e poi per ripetere, correggere e ripetere, io sono lunga nell’apprendere… visto che la pioggia ha contribuito a rendere ancora più dure le prove pratiche mi sento un po’ giustificata e questo mi incoraggia a, quando sarà possibile, partecipare ad altri corsi.
Devo ringraziare anche chi aveva già pratica di Walk in Balance, ogni volta che ci incontravamo su quella stradina, qualcuno mi diceva, attenta!!! sei in ambio, mi faceva rabbia e ridevo di me perché non riconoscevo l’errore, poi quando ho assecondato Tommaso nella gara per tenere il suo passo mi sono sentita stupida e ancora una volta mi son detta, “brava!! Hai fatto come voleva lui”, infatti all’arrivo Fabiola mi ha ripreso dicendomi che ero in affanno, e questo non va bene….ognuno con il suo passo, come nella vita, altro insegnamento….
Il posto che avete scelto era in sintonia con la libertà che il Walk in Balance porta al corpo, immerso nel verde, in alto tra le nubi, di origini antiche, addirittura bizantine. Ho dormito bene, mi sono sentita vicina al cuore del percorso, come bimbi e se il cielo si fosse aperto potevamo toccare le stelle.
Da tutto il materiale che ci avete dato (ancora non ho finito di leggerlo tutto) si nota l’enorme lavoro che sta dietro e se non sapessi che poche persone, per ora, hanno creato tutto ciò, non ci crederei.
La teoria è stata lunga e intensa, non so, se avrei capito qualcosa se fossi stata digiuna di anatomia, perché quello che è stato detto e discusso non sono argomenti leggeri e per tutti.
Mi è dispiaciuto non aver approfondito la parte della PNEI, chiederò lezioni private..
Quando voi parlate di abuso di vista e udito, legati al mondo moderno, mi risuona in modo particolare perché io ho cambiato il mio modo di sentire e vedere il mondo e uso il mio olfatto, il mio tatto come vista, uso i movimenti, le abitudini, i colori, guardo il corpo e non più tanto le parole che vengono dette, ritorno alle origini dell’uomo, quando la comunicazione avveniva in altro modo, senza bisogno di tante parole e voi nel paradiso in cui vivi sapete che cosa intendo, l’aria ti comunica, i sassi ti indicano, l’acqua ti canta, le foglie ti accarezzano e tutto questo lo hai interiorizzato e lo porti agli altri, che siate benedetti nel portare avanti questa esperienza di vita anche attraverso il Walk in Balance. Nella nostra vita tutto manifesta la condizione del corpo, si possono riconoscere i segnali che ti manda e rispondi assecondando senza andare troppo oltre, come nell’insegnare a chi, come me, si appresta a contattare parti rimaste buie e nascoste per troppo tempo.
Grazie Sara
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